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Non abusare di creatina.

Formazione scolastica minima, e due o tre calci in culo, disfare valige già vuote, questo è il futuro.

Dinamiche artistiche incerte e welfare sociale, mentre cresce il rischio che arrivi merda a palate.

Anni e anni di evoluzione ci hanno trasformato in tante formiche operose inneggianti il mercato.

Rimanere fuori dalla macchina produttiva, fotogrammi a colori d’illogicità creativa.

Tafferugli giù in strada ed attività sovversiva, rimedi ingloriosi alla stupidità, creatina.

Generazioni deboli e sterili, cantava forte Umberto, forse sono più generazioni perse in mezzo al deserto.

Non si conosce il futuro e dal passato non si riesce ad imparare, i popoli si chiedono ancora “da che parte dobbiamo stare?”

Raggirati dalla finanza e  violentati dalle banche, nasce anche dalla politica la voglia che tutto vada in fiamme.

Anni di progresso e cibo in scatola in cucina, trasparenze intime ed acidità di mattina.

Rivoluzioni prive di capacità lenitiva, il vero problema è chi ci salverà dalla regina. Dalla Cina.

Presagi neri dal futuro, calendari eretici, niente giorni segnati di rosso, lavorare a credito.

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Interferire sul mondo esterno

Eccoci di nuovo, sani e salvi, dopo un periodo di sana inattività celebrale, che per l’amor di Dio, di tanto in tanto ci vuole. Mi è mancato un po’ quest’angolo di spazio, soprattutto perché, credetemi, non sapevo più dove accatastare idiozie. L’estate è finita, e tu dove sei finito frank, ti sei alienato nel privato, hai nascosto la testa, sei andato in ferie? In un certo senso sì, o meglio, ci ho provato, d’altra parte con le Camere vuote, e gli esecutivi in spiaggia, avevo poca voglia di sparlare, ma poco importa. Ci ritroviamo qui, miei sporadici lettori, per fare il punto della situazione. E’ un momento felice, o meglio, allettante, per noi osservatori. Lo spettacolo potrebbe ancora entusiasmare. Certo, da buoni rinunciatari di “sinistra” (sì, surfiamo sulla cresta dell’entusiasmo con epiteti arcaici), da frustrati ortodossi, c’eravamo messi l’anima in pace che per cinque anni, almeno, il grido di battaglia sarebbe stato l’intramontabile “si salvi chi può”. Molti dei sinistroidi, degli scettici, degli apartitici e apolitici, destroidi pentiti e democristiani di ogni genere, già da tempo hanno gettato la spugna, e ora vivono nel disinteresse più totale. Neanche la parola “disillusi” riesce a dipingere la tristezza del quadro. Ora, però, la situazione è propizia, qualcosa si muove, chi se n’è accorto non parla per scaramanzia, ma questa volta si rischia davvero di vincere al Lotto. E il miracolo sarebbe già avvenuto, se qui in Italia il tempo per la rielaborazione dei fatti nelle menti dei cittadini non fosse direttamente proporzionale alla durata dei processi, ma lo scontento inizia ad essere troppo invadente e fastidioso anche per la tolleranza del nostro amato Presidente del Consiglio. Se non fossimo in un regime democratico, e con questo ci tengo a sottolineare che sono convinto del contrario, i massimi poteri metterebbero tutto a tacere con pochi sforzi, ma quando amministri uno stato la cui sovranità appartiene al popolo, devi fare i conti con la stampa o, come nel nostro caso, con ciò che ne rimane. Senza stare ad elencare tutti gli eventi imputati e quelli ancora imputabili, mi limito a constatare, e sfido chiunque ad affermare a mente lucida il contrario, che individui del genere non sono in grado di guidare e rappresentare uno Stato, tanto meno l’Italia, che ormai da decenni ansima per un Governo quantomeno dignitoso. Caso vuole che il signor Berlusconi (il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, secondo quanto da lui stesso dichiarato durante una delle sue ultime esibizioni), oltre che piegare in due dal ridere una cospicua parte degli italiani, insieme con i suoi illustri compari metta in ginocchio l’Italia intera eticamente, politicamente, economicamente e civilmente. Proprio così, perché pare che negli ultimi anni sia stata proprio la società civile a risentire maggiormente di questa diabolica influenza, e non sono solo i risultati elettorali ad evidenziarlo. Ma i segnali di ripresa, almeno degli intelletti, è evidente: le domande sensate di Repubblica, gli scandali che vengono a galla, le critiche dagli alleati e sì, nota di merito perché ora tutto fa brodo, anche dal Vaticano, insieme con l’ilarità scaturita all’estero e le parole lasciate intendere da Zapatero costituiscono tutti colpi d’ariete sferrati contro la “roccaforte delle pseudo- libertà”. Per celebrare l’inizio del secondo anno della mia vita dedicato alle interferenze del mondo esterno, ho deciso di immettere nell’etere questa preghiera, affidarla al mezzo di comunicazione più libero e incompreso nella storia dell’evluzione umana, per sperimentare se davvero si può anche interferire con il mondo, oltre che subirne gli inesorabili condizionamenti. Una persona, si sa, è capace di far ben poco, ed alcuni brontolano già che qui si fa del cieco antiberlusconismo, ma mi auguro di poter scrivere presto, quando questo malcontento sempre meno tacito diventerà troppo assordante per continuare ad essere ignorato, proprio su questo inutile blog magari, “Gioisci Paese mio, anche questo Governo, come i tanti altri, è caduto. E’ ora di rifare tutto da capo”.

Frank, studente di Scienza Politiche in un paese governato da imprenditori.

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Quello che eravamo ieri…

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Queste brevi considerazioni sono rielaborate dal libro “La convivialità” di Ivan Illich, oltre che ispirate dal precedente post:

Mutilati dalla professionalizzazione di qualsivoglia bisogno umano, abbiamo capovolto i termini dell’addizione, ci siamo di fatto trasformati, diventando noi stessi strumento multifunzionale, estremamente delicati, e pertanto, necessitanti di ogni tipo di manutenzione. Non siamo più quello che eravamo ieri, ossia uomini con un fine riflessivo, vivere la propria vita. Ora facciamo parte, anche se molti non se ne rendono conto, e siamo condizioni necessaria, ma ahimè non più sufficiente, di progetti più ampi rispetto una singola vita. Ma forse c’è ancora qualche barlume di vecchio in noi, spesso non riusciamo ad adattarci, almeno non completamente. Sempre lì a borbottare, a brontolare, a fastidiare, e quando nessuno ci dà ascolto, ci mettiamo a fare i capricci, e ce ne stiamo giornate in strada a colorare cartelloni per esporli durante lunghe passeggiate, invece di lavorare. Ieri eravamo dannatamente critici, oggi ci limitiamo a fare il da-farsi. Lamentele, reclami, rivendicazioni, sono oggi significanti senza significato, anche se è stato ancora reso esplicito. Sognavamo la libertà dalle distanze e dal tempo, siamo finiti in una rete di distanze più ampia, e con meno tempo per percorrerle. Non pensiamo più a crescere i figli, ad accrescere il nostro sapere, a crescere la nostra persona, ma solo alla crescita del Pil, e collegate ad esso sono tutte le nostre azioni, dalle più banali alle più pregnanti. Penserete “ma guarda un po’, sembra che siamo finiti proprio male”. E invece no, perché i figli di oggi sono perfettamente inseriti nel nuovo contesto, e non pensano più a ieri. La storia che ci parlava del baratto, delle terre comuni, della sussistenza, c’annoia, tanto vale annoiarsi davanti alla tv. Ma ai pochi uomini di ieri, di poche decine di anni fa’, quelli che hanno avuto e avranno ancora per un po’ il privilegio, o l’onere, di assaggiare il futuro, che conservano ancora gli istinti propri dell’essere umano, almeno quel poco non ancora prosciugato dal mercato, a loro questo mondo interrelato e normatizzato sta più stretto del vecchio caro sistema di Stati nazionali. Quando spariranno anche gli ultimi sentori di ciò che era ieri, quando si spegneranno le ultime voci dalle piazze, quando verrà imposto, e non più solo propinato, un unico stile di vita, io spero di non trovarmi lì, e dover guardare.

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Elogio della Democrazia (riflessioni sulla forma di governo che ha “invaso” il mondo)

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Democrazia, il governo del popolo. Ha ormai invaso la quasi totalità del pianeta e bussa alle porte delle nazioni che ancora non hanno fatto il grande passo verso la forma di governo più evoluta della storia. Tutto dovrebbe essere partito dall’antica Grecia, lì hanno avuto l’intuizione. Io me la immagino pressappoco così: si andava alle assemblee pubbliche come oggi si va’ allo stadio, e di gran concerto si decideva il destino della comunità come oggi tutti in coro si manda a quel paese l’arbitro. Non c’è che dire, ai greci del tempo il sistema democratico calzava a pennello. Tempo dopo, tanto tempo dopo, nel 1776 Jefferson, Franklin e altri tre compari ratificarono la Dichiarazione d’indipendenza americana dall’odiata madrepatria, la Gran Bretagna. Il principio teorizzato da Locke, contenuto nel documento, è il mio preferito: “E’ Diritto del popolo modificare o distruggere l’autorità costituita”. Era auspicabile e prevedibile, forse, l’impatto che una carta dal contenuto così attraente e rivoluzionario avrebbe avuto sul mondo intero. E così accadde. Prima si liberarono dall’oppressione dei monarchi i francesi, che la sapevano lunga su come mettere d’accordo borghesi e poveri contadini al fin di prendere con la rivoluzione il potere in nome della democrazia, e così via di Liberté, Fraternté e, soprattutto, Egualité. Ci metterei dentro anche le guerre d’indipendenza dell’America Latina, al termine delle quali il sistema democratico è stato importato, ma non senza difficoltà e interferenze. Anche il nostro “bel paese” ha visto i germogli della democrazia spuntare timidi dalla terra, prima che venissero estirpati dai governi democristiani, quelli degli incompetenti e infine quelli filocristiani e mafiosi. Che bella cosa deve essere stata però, l’Unità, la Costituente, il Tricolore. Poi. qualche giorno fa, quando le nostre armate democratiche si sono macchiate dell’omicidio (accidentale, per l’amor di patria) di una ragazzina afgana, mi è venuto come al solito da pensare, e sono iniziati i guai. Ho pensato ai suoi genitori, a loro la nostra democrazia forse non piace affatto. O ancora quando la Freedom House, sempre qualche giorno fa, ha declassato l’Italia a paese “parzialmente libero”, unico caso europeo insieme alla Turchia, mi è venuto da chiedermi, ma è questo che vogliamo? Una democrazia può perdere un suo connotato primario qual’è la libertà? Forse sì. Possiamo dire che ora tanti popoli governano più o meno direttamente il loro paese, grazie allo strumento democratico. Ma quindi gli italiani vogliono un governo che tolga loro la liberta di opporsi, o anche solo di contestare o schernire i suoi governanti (vedi censure)? Ma certo che sì! La maggioranza, consapevole o no, vuole esattamente questo, ed è questo il bello della democrazia! Un governo DEL popolo rispecchia ciò che un popolo è, a rigor di logica, e il nostro, anzi, qui posso liberamente scrivere vostro, governo è lo specchio della vostra anima. E la prosa incontra la politica. Un paese che non si riconosce in una cultura comune scivola senza accorgersene in una partitocrazia direttoriale parzialmente libera, il cui Pil è comunque pienamente nella media dei paesi UE, quindi nessuna paura dal punto di vista economico, i soldi girano, solo che non nelle tasche di tutti. Ma c’è pur sempre democrazia. Le cose vanno male un po’ ovunque, è vero, ma mentre la gloriosa democrazia statunitense si stringe intorno alla statua della libertà per non dimenticare le proprie origini, noi ci stringiamo intorno al popolo delle libertà, guarda caso un partito, e ci avvolgiamo attorno ad un tricolore di cui molti nostri connazionali hanno una strana concezione. In ogni caso le armate democratiche sono dispiegate in ogni angolo del globo da cui la democrazia può trarre profitti. Le nazioni democratiche sono ormai tantissime,  e ogni cittadino di ciascuna di queste si gioca la propria chance democratica come meglio crede, chi con miglior risultati, la Svizzera ad esempio, chi con risultati più discutibili, il nostro paese secessionista. Il socialismo centralista made-in-URSS è stato definitivamente sconfitto, Allende è stato rovesciato da un colpo di stato finanziato sottobanco da uno Stato fortemente democratico che ha aperto la strada al meno amato, dal popolo almeno, Augusto Pinochet. Tutto questo accadeva tanti anni fa’, ora la lotta è al fondamentalismo islamico, al quale si punta a sostituire in pochi anni quello cattolico, meno esplicito nel suo fanatismo ma altrettanto efficace. Il popolo statunitense ha voluto ribadire, però,  con l’elezione del primo presidente afroamericano, che la democrazia può essere esercitata, ma che bisogna prenderne coscienza. Anche l’Italia ha ribadito di essere un paese altamente democratico, riuscendo ad eleggere un criminale, quando invece per il bene della comunità, e questo ce lo dicono i dati, a molti elettori sarebbe stato meglio togliere il diritto al voto. Causa? Incompetenza. Invece abbiamo accettato l’esito, e ce la ridiamo, per non piangere. Non tutte le democrazie riescono col buco, e la nostra ha fatto passare la fame ad una ristretta seppur esistente cerchia di elettori. Tra un mese circa, durante le votazioni per il Parlamento Europeo, verrà di nuovo fuori la natura del popolo italiano, che non prova vergogna di ciò che è diventato. Le regole del gioco sono queste, e solo in questo gioco possono fare politica persone senza competenze, è per questo che tutti, e dico tutti, elogiano la democrazia. In Italia la democrazia c’è, e si vede. Ah, c’è anche il referendum a breve, lo strumento democratico per eccellenza. Vedremo come verrà sfruttato, ma io non mi farei troppe illusioni, se il tempo lo consentirà andremo al mare. Dalla Grecia agli Stati Uniti, dal Chile all’Italia, di democrazia non si smetterebbe mai di parlare, la moltitudine di forme che può assumere nelle differenti civiltà è sbalorditiva, ma meglio fermarsi qui. Chiudo questo mio personale elogio, troppo prolisso come al solito, con un interrogativo tutt’altro che scontato:  Ma la democrazia non è forse anche poter scegliere, democraticamente, di non volere la democrazia?  Un saluto democratico.

« Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto. » (Walt Whitman, Prospettive Democratiche)

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Non avremmo dovuto…

 

Naufragio

Non avremmo dovuto lasciare tutto il potere agli economisti, non saremmo dovuti restare a guardare la barca naufragare. Non dovevamo fidarci a tal punto degli statisti, non avremmo dovuto abbassare lo sguardo di fronte ai nostri carnefici. Non dovevamo sfiorarci le labbra senza una strategia elettorale, non avremmo dovuto cercare l’amore senza sapere cosa farci. Non dovevamo pensare ad un mondo migliore senza sapere come arrivarci, non dovevamo sperare, non avremmo dovuto affatto sperare. Non avremmo dovuto lasciarci guidare da chi non lo poteva fare, non dovevamo lasciare che fossero i criminali a timonare. Non dovevamo lasciarci coinvolgere in una rissa senza fine, non dovevamo armarci di frasi sperando in un lieto finale. Non avremmo dovuto lasciare che il potere ci prendesse la mano, non dovevamo darci alle fiamme senza controllare che qualcuno ci stesse a guardare. Non dovevamo porgere i polsi perché li ammanettassero senza sforzi, non dovevamo lasciarci coinvolgere in relazioni sentimentali, ma quando ho avuto un po’ di fiducia nel genere umano ammetto di averci creduto, di averci sperato. Non dovevamo farci mettere al mondo, in questo mondo globalizzato, non avremmo dovuto lasciare a pochi la parola di tutti. Non avremmo dovuto sprecare il tempo concesso sperando si potesse rinnovare, l’avremmo dovuto sfruttare, avremmo potuto anche studiare. Non ci saremmo dovuti affezionare agli altri come cani al padrone, non avremmo dovuto prendere tutto senza dare una spiegazione. Non dovevamo chiedere sviluppo ad ogni costo, non dovevamo privatizzare, forse neanche liberalizzare. E tutto questo perché siamo la generazione del condizionale, gettiamo un sasso nel mare e poi rimaniamo lì a guardare. Siamo la gente delle possibilità a breve conservazione e non leggiamo la data di scadenza sulla confezione. Siamo abitanti di una città che contribuiamo a far morire, siamo gli attori di uno spettacolo destinato a non iniziare mai. Siamo colpevoli delle nostre stesse disavventure, siamo noi che fomentiamo le nostre paure. Siamo sempre sul punto di poter cambiare, inventare, provare a ragionare, ma è proprio allora il coraggio ci viene a mancare.

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L’era del sesso economico

Illich

Ivan Illich, una delle menti più geniali degli ultimi decenni, mi ha ispirato qualche considerazione su di un argomento che da tempo mi ronzava in testa, riguardo un aspetto dell’esistenza umana che, purtroppo, già dagli anni che mi hanno visto nascere, ha perso tra i sociologi e nell’opinione pubblica il suo ruolo centrale, finendo per essere considerato desueto, assodato, risolto. Potremmo qui definirlo, per amor di comprensione, la condizione dell’uomo, ma, visto che merita una particolare attenzione, più precisamente della donna, nel nuovo millennio.

Nato in una famiglia di stampo patriarcale e in cui il genere vernacolare, come lo definisce Illich, ha lasciato ancora qualche strascico, sono cresciuto, poi, in un ambiente in cui la donna era il punto di riferimento basilare. Ma, iniziando a sporgermi sul mondo, vedevo intorno a me sempre più esempi di essere umano di sesso femminile aventi atteggiamenti fuorvianti rispetto all’esempio mirevole che ricevevo dalle donne di casa. Pian piano i miei rapporti con l’altro sesso sono andati stabilizzandosi, ma devo ammettere che la strana concezione che me ne feci durante una primissima adolescenza mise a dura prova l’orientarsi dei miei orientamenti, che poi si sono orientati, e mio malgrado in modo da costringermi ad iniziare a capire meglio la psiche di quest’essere, che sembrava seguire evoluzioni differenti rispetto aa quelle dei miei amichetti. Lo scontro cruciale è avvenuto qui, in casa, universitario matricolato contro universitaria, così che mi è stato impossibile tergiversare oltre. Il sessismo, il maschilismo, il femminismo, il patriarcato, le differenze di genere, dovevo assolutamente venirne a capo perché, su argomenti così basilari, non ci si può far influenzare troppo dal dire comune, né in un senso né nell’altro. Accanto a periodiche riflessioni nei boschi alla Huck Finn, mi sono avvalso della collaborazione di tale Ivan Illich ( tra gli altri, autore di Convivialità, Disoccupazione creativa e Elogio della bicicletta), tuttologo sociale, filosofo, pensatore e scrittore austriaco, morto nel 2002 alla felice età di 76 anni. Anche lui, e prima di me, ha pensato bene d’avventurarsi, un giorno, alla ricerca dei misteri nascosti della discriminazione sessista/ di genere.

Nel saggio Genere e sesso, Illich presenta anzitutto il nuovo ruolo della donna nell’era del sesso economico, ossia l’attuale, proseguendo con un’analisi delle radici del genere vernacolare nell’era della sussistenza, resistito a tutto, ma non alle rivoluzioni industriali ed al conseguente ruolo egemonico dell’economia sulle altre sfere sociali, che hanno creato un genere neutro, e al PIL, si sà, non si comanda. Colpiscono molto le accezioni attribuite ai termini, la funzione delle parole chiave, e nel complesso la mira stessa del ragionamento, intuibile già dalle premesse. A grandi linee, possiamo dire che, nel determinare gli usi di una società, ci sono scelte fatte da uomini, ceti, organismi, che, creando una sorta di consuetudine condivisa, impongono a tutti gli altri membri della comunità le linee guida entro le quali vivere la propria vita, ovvero, stilizzando, ciò che è giusto e ciò che invece non lo è. Possiamo immaginare gli esiti delle disquisizioni tra ecclesiasti, aristocratici e nobili, rigorosamente di sesso maschile, che hanno gettato le basi per la società industriale. Potete immaginare che in fondo tutti i sacramenti, a partire dal matrimonio, sono già frutto di una visione non più cristiana, ma distorta da secoli di predominio dei chierici, quindi per sua natura maschilista? Ciò che ho letto mi ha dato le fondamenta, ed è la tesi dello stesso Illich a mio avviso, per affermare che il maschilismo e la discriminazione della donna nella società occidentale è frutto dell’influenza che il Vaticano ha sull’Occidente stesso, ora così come in passato. L’imperialismo non è forse ispirato all’evangelizzazione mondiale che la chiesa ha, dalle Crociate alle missioni gesuite, sempre condotto?

Torniamo al testo, altrimenti non ha senso categorizzare l’articolo sotto “letteratura”. Un dato, per contentare gli statisti, proposto per rendere con chiarezza l’entità  della questione è la media del reddito di una donna in percentuale rispetto a quello di un uomo, circa il 59% (sempre secondo le statistiche dell’82), ma non volendo annoiarvi oltre misura, anche se la tentazione a farlo spesso è irrefrenabile, la tesi di Illich è, sinteticamente, che le rivoluzioni industriali e l’economia di mercato esigevano per i loro connotati un essere neutro capace di svolgere gli stessi compiti, comprare in uno stesso mercato, avere gli stessi bisogni e competere, è qui la novità rispetto al passato, negli stessi settori. Durante l’era del genere vernacolare l’uomo e la donna erano come la mano destra e la sinistra, esorcizzando il paragone dalla visione satanica post-cristiana (la Chiesa è ovunque, bisogna farci i conti) con cui è stata etichettata la seconda, cooperavano in mansioni ben distinte, invece di competere, e che non erano, salvo estrema necessità, assolutamente intercambiabili. L’appartenenza ad un genere allora caratterizzava l’individuo e ne individuava il linguaggio, gli utensili da adoperare, gli animali e le colture di cui occuparsi, provenienti dalle consuetudini di generazioni e generazioni e legittimati dal senso comune, e non élitario. Oggi ci ritroviamo un neutro economico che dovrebbe rispecchiare gli stili di vita e le concezioni, libere da limitazioni di genere, proprie dell’epoca dell’onnipotenza del PIL (pro -capite ad essere generosi) esposto all’anomia di Durkheim, all’alienazione di Marx e alle psicosi di Freud, soggetto alle discriminazioni sessiste che esso inevitabilmente comporta, derivanti, e qui Illich è tanto semplice quanto geniale, dalla competitività che si genera nell’assumere lo stesso ruolo nelle mansioni neutre, ed il lavoro ne è un ottimo esempio, necessarie alla società dei consumi.

La discriminazione sessista, in questa chiave, può essere vista in un certo senso come anomalia che ogni sistema può comportare, il problema è che questa anomalia discrimina la metà degli abitanti del pianeta, quindi non è da prendere alla leggera! Senza dubbio si può congetturare che ciò derivi dalla mentalità maschilista deviata (diretta conseguenza, tra gli altri fattori, dalla concezione cattolica secondo cui “gli apostoli erano uomini”). Questa, in condizioni di competitività, considera naturale e biologicamente legittimo, infervorata dagli evoluzionisti (non dimentichiamoci questa curiosa corrente), assicurarsi un supplemento salariale” premio” per essere nato nel 50% circa della popolazione mondiale di sesso maschile, o abusare del sesso debole, come ai più retrogradi piace ancora chiamarlo.

Il processo che conduce all’eguaglianza, giocoforza, diventa semplicemente un mito prodotto dalla società industriale. Le pari opportunità risultano essere un miraggio, affascinante come la Carfagna, inconsistente come una showgirl. Ma c’è qualcosa di nascosto, sotto questa ingiustizia, e Illich è abilissimo a portare a galla ciò che è sommerso. Lui vede, infatti l’economia come un iceberg, la cui punta rappresenta l’economia reale, lecita e tassabile, mentre tutto ciò che si trova sotto di essa è il sommerso economico, l’economia informale, illecita, il lavoro domestico, o lavoro ombra, di cui il sesso femminile è eletto ad essere a pieno titolo rappresentante. Per l’autore questa base dell’ iceberg è indispensabile, è questa che ha salvato l’Italia dai periodi di crisi. Ma la donna quindi, per lo svolgimento del suo lavoro non retribuito, viene fatta coincidere con il sesso servile che, quando non compete con l’uomo sul mercato del lavoro, deve gestire la casa in virtù di colui che, per antonomasia, porta il salario a casa. Esempi agghiaccianti presenti nel libro mostrano una dipendenza dell’uomo dal lavoro domestico femminile che ha dell’imbarazzante. Oggi magari questa dipendenza è lievemente diminuita, ma il paradosso è chiaro, una burla che ha dell’inverosimile!

Considerando però il tacito assenso di una seppur piccola fetta del genere femminile al concetto aberrante (ma, lo si vede dall’attualità al lavoro, predominante nel nuovo millennio) che si ha del ruolo della donna, il femminismo, dato il temine di per sé discriminante, potrebbe non essere la soluzione. Dire che bisognerebbe sedersi tutti a tavolino, a fare quattro chiacchiere, per accordarci, una volta per tutte, sull’assunto logico che un sesso, o genere, non può esistere senza l’altro, oltre che per la procreazione, per le peculiarità che contraddistinguono l’uomo e la donna, e dichiarare questo assurdo, anche se accattivante, fingere di essere neutri una enorme farsa, insomma, sperare che la cosa possa risolversi con una presa di coscienza comune è un finale troppo smielato? Allora a mali estremi, boicottate donne, e lasciate che gli uomini si cambino il pannolino da soli. Vedremo così se la impariamo una buona volta la lezioncina sui pari diritti e sulle pari dignità, visto che l’istruzione pubblica sembra aver inasprito, invece che ridotto, le disparità.


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Miracolo politico?

L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono. 

 

Catene di catene, su catene di milioni di catene 
come fili di un lunghissimo telefono 
come reticolo pieno di traffico 
e nessunissimo bisogno di semaforo. 

Così recita una canzone di  Daniele Silvestri, una delle tante dal motivetto allegro, ma con un testo molto significativo. Il cantautore romano qui canta del fatto che, tra le discrepanze e i malumori che l’inflazionata globalizzazione ha introdotto nelle nostre vite, oltre all’interconnessione dei mercati, delle istituzioni, delle culture e quant’altro, questo processo ha permesso anche alle genti di tutto il globo di essere in contatto tra loro. In una prospettiva cosmopolitica, come direbbe Beck, le persone sono ora in grado, o meglio a volte sono costrette a condividere e ad affrontare le medesime problematiche, difficoltà, e, perché no, nel bene e nel male, il futuro stesso. Avete presente tutti quegli strumenti che mettono in contatto, senza costi astrofisici, persone che si trovano agli emisferi opposti della Terra (vedi Facebook, MSN…)? Ecco, sono ottimi esempi per spiegare questo concetto. Questi artefici della tecnologia avanzata rappresentano un’arma a doppio taglio per le multinazionali che li mettono in circolazione e per gli Stati che ne consentono l’utilizzo. Infatti, quel reticolo pieno di traffico è sì un’ottima fonte di lucro che per le imprese, è sì un discreto strumento di monitoraggio per i governi, ma è anche un’incredibile possibilità per le persone che ne usufruiscono. Il problema è che non fungono sempre da mezzo di connessione e condivisione, ma spesso sono l’ennesima fonte di mediocri gossip. Volendo essere utopici, potremmo pensare addirittura che questi strumenti, in un futuro più consapevole e meno consumistico (qui sta l’utopia), verranno usati per coordinare le proteste di domani. Allora sì che si potrebbe finalmente parlare di miracolo politico, per ora diciamo che lo scetticismo è ancora predominante. Tutto questo a che scopo? Ma per dirvi che, ad esempio, tramite la rete internetica, si può dar vita ad una miriade di iniziative, come quella che vi propongo ora, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. La mia informazione è, ovviamente, faziosa, quindi per le informazioni essenziali vi rimando al sito dell’evento. Fatto sta che questo è un chiaro esempio di persone che, da ogni parte del mondo, si coalizzano e promuovono un’iniziativa che, evidentemente, oltre ai contenuti espliciti, punta ad una partecipazione di massa. Nel giorno del compleanno di Gandhi, simbolo delle lotte per la pace (dichiarato tra l’altro “Giornata internazionale della Nonviolenza” dall’ONU), tante, tantissime persone si raduneranno proprio il 2 ottobre di quest’anno a Wellington, in Nuova Zelanda, e partiranno per questa lunga passeggiata che, dopo aver attraversato un centinaio di paesi, terminerà a Punta de Varcas, in Argentina. Dopo tre mesi di cammino, riuscite a immaginare le dimensioni ultime che assumerà quella folla? Le richieste sono tanto semplici quanto essenziali, si parla dell’eliminazione della violenza da ogni ambito sociale. Basti pensare che all’inizio del 2008 i conflitti mondiali erano 26, e le spese in armamenti complessive si aggiravano sui 1200 miliardi di dollari annuali. Penso che ci si trovi tutti concordi sul fatto che non sono spiccioli, e che in ogni caso quel denaro potrebbe trovare impieghi migliori. Quindi la causa è giusta, e allora perché non sposarla? Ora lo sguardo mi cade sul volantino, sui nomi dei personaggi che anno aderito. Vediamo, c’è il Dalai Lama, Saramago, il Presidente del Chile, della Croazia, poi Yoko Ono, Lou Reed, Corrado Guzzanti, Carmen Consoli, Ascanio Celestini, Luxuria, insomma, ci sono menti di ogni sorta! Per non parlare di tutte le ONG come Amnesty, Emergency e Greenpeace. Dal 7 al 12 novembre toccherà all’Italia ospitare la marcia. Sembra proprio che questa iniziativa abbia del miracoloso, perché si poggia proprio su quell’informazione libera che conserva ancora un immenso potenziale non sfruttato, e perché incredibilmente mi ha reso fiducioso, quasi ottimista! Quindi non vi ammorberò con le solite interminabili solfe, diffondere questa notizia mi ha in un certo senso appagato, tant’è che m’è venuta voglia di cantare conto quanto kunta kinte e, in quanto kunta kinte, canto! 

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