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Quello che eravamo ieri…

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Queste brevi considerazioni sono rielaborate dal libro “La convivialità” di Ivan Illich, oltre che ispirate dal precedente post:

Mutilati dalla professionalizzazione di qualsivoglia bisogno umano, abbiamo capovolto i termini dell’addizione, ci siamo di fatto trasformati, diventando noi stessi strumento multifunzionale, estremamente delicati, e pertanto, necessitanti di ogni tipo di manutenzione. Non siamo più quello che eravamo ieri, ossia uomini con un fine riflessivo, vivere la propria vita. Ora facciamo parte, anche se molti non se ne rendono conto, e siamo condizioni necessaria, ma ahimè non più sufficiente, di progetti più ampi rispetto una singola vita. Ma forse c’è ancora qualche barlume di vecchio in noi, spesso non riusciamo ad adattarci, almeno non completamente. Sempre lì a borbottare, a brontolare, a fastidiare, e quando nessuno ci dà ascolto, ci mettiamo a fare i capricci, e ce ne stiamo giornate in strada a colorare cartelloni per esporli durante lunghe passeggiate, invece di lavorare. Ieri eravamo dannatamente critici, oggi ci limitiamo a fare il da-farsi. Lamentele, reclami, rivendicazioni, sono oggi significanti senza significato, anche se è stato ancora reso esplicito. Sognavamo la libertà dalle distanze e dal tempo, siamo finiti in una rete di distanze più ampia, e con meno tempo per percorrerle. Non pensiamo più a crescere i figli, ad accrescere il nostro sapere, a crescere la nostra persona, ma solo alla crescita del Pil, e collegate ad esso sono tutte le nostre azioni, dalle più banali alle più pregnanti. Penserete “ma guarda un po’, sembra che siamo finiti proprio male”. E invece no, perché i figli di oggi sono perfettamente inseriti nel nuovo contesto, e non pensano più a ieri. La storia che ci parlava del baratto, delle terre comuni, della sussistenza, c’annoia, tanto vale annoiarsi davanti alla tv. Ma ai pochi uomini di ieri, di poche decine di anni fa’, quelli che hanno avuto e avranno ancora per un po’ il privilegio, o l’onere, di assaggiare il futuro, che conservano ancora gli istinti propri dell’essere umano, almeno quel poco non ancora prosciugato dal mercato, a loro questo mondo interrelato e normatizzato sta più stretto del vecchio caro sistema di Stati nazionali. Quando spariranno anche gli ultimi sentori di ciò che era ieri, quando si spegneranno le ultime voci dalle piazze, quando verrà imposto, e non più solo propinato, un unico stile di vita, io spero di non trovarmi lì, e dover guardare.

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L’era del sesso economico

Illich

Ivan Illich, una delle menti più geniali degli ultimi decenni, mi ha ispirato qualche considerazione su di un argomento che da tempo mi ronzava in testa, riguardo un aspetto dell’esistenza umana che, purtroppo, già dagli anni che mi hanno visto nascere, ha perso tra i sociologi e nell’opinione pubblica il suo ruolo centrale, finendo per essere considerato desueto, assodato, risolto. Potremmo qui definirlo, per amor di comprensione, la condizione dell’uomo, ma, visto che merita una particolare attenzione, più precisamente della donna, nel nuovo millennio.

Nato in una famiglia di stampo patriarcale e in cui il genere vernacolare, come lo definisce Illich, ha lasciato ancora qualche strascico, sono cresciuto, poi, in un ambiente in cui la donna era il punto di riferimento basilare. Ma, iniziando a sporgermi sul mondo, vedevo intorno a me sempre più esempi di essere umano di sesso femminile aventi atteggiamenti fuorvianti rispetto all’esempio mirevole che ricevevo dalle donne di casa. Pian piano i miei rapporti con l’altro sesso sono andati stabilizzandosi, ma devo ammettere che la strana concezione che me ne feci durante una primissima adolescenza mise a dura prova l’orientarsi dei miei orientamenti, che poi si sono orientati, e mio malgrado in modo da costringermi ad iniziare a capire meglio la psiche di quest’essere, che sembrava seguire evoluzioni differenti rispetto aa quelle dei miei amichetti. Lo scontro cruciale è avvenuto qui, in casa, universitario matricolato contro universitaria, così che mi è stato impossibile tergiversare oltre. Il sessismo, il maschilismo, il femminismo, il patriarcato, le differenze di genere, dovevo assolutamente venirne a capo perché, su argomenti così basilari, non ci si può far influenzare troppo dal dire comune, né in un senso né nell’altro. Accanto a periodiche riflessioni nei boschi alla Huck Finn, mi sono avvalso della collaborazione di tale Ivan Illich ( tra gli altri, autore di Convivialità, Disoccupazione creativa e Elogio della bicicletta), tuttologo sociale, filosofo, pensatore e scrittore austriaco, morto nel 2002 alla felice età di 76 anni. Anche lui, e prima di me, ha pensato bene d’avventurarsi, un giorno, alla ricerca dei misteri nascosti della discriminazione sessista/ di genere.

Nel saggio Genere e sesso, Illich presenta anzitutto il nuovo ruolo della donna nell’era del sesso economico, ossia l’attuale, proseguendo con un’analisi delle radici del genere vernacolare nell’era della sussistenza, resistito a tutto, ma non alle rivoluzioni industriali ed al conseguente ruolo egemonico dell’economia sulle altre sfere sociali, che hanno creato un genere neutro, e al PIL, si sà, non si comanda. Colpiscono molto le accezioni attribuite ai termini, la funzione delle parole chiave, e nel complesso la mira stessa del ragionamento, intuibile già dalle premesse. A grandi linee, possiamo dire che, nel determinare gli usi di una società, ci sono scelte fatte da uomini, ceti, organismi, che, creando una sorta di consuetudine condivisa, impongono a tutti gli altri membri della comunità le linee guida entro le quali vivere la propria vita, ovvero, stilizzando, ciò che è giusto e ciò che invece non lo è. Possiamo immaginare gli esiti delle disquisizioni tra ecclesiasti, aristocratici e nobili, rigorosamente di sesso maschile, che hanno gettato le basi per la società industriale. Potete immaginare che in fondo tutti i sacramenti, a partire dal matrimonio, sono già frutto di una visione non più cristiana, ma distorta da secoli di predominio dei chierici, quindi per sua natura maschilista? Ciò che ho letto mi ha dato le fondamenta, ed è la tesi dello stesso Illich a mio avviso, per affermare che il maschilismo e la discriminazione della donna nella società occidentale è frutto dell’influenza che il Vaticano ha sull’Occidente stesso, ora così come in passato. L’imperialismo non è forse ispirato all’evangelizzazione mondiale che la chiesa ha, dalle Crociate alle missioni gesuite, sempre condotto?

Torniamo al testo, altrimenti non ha senso categorizzare l’articolo sotto “letteratura”. Un dato, per contentare gli statisti, proposto per rendere con chiarezza l’entità  della questione è la media del reddito di una donna in percentuale rispetto a quello di un uomo, circa il 59% (sempre secondo le statistiche dell’82), ma non volendo annoiarvi oltre misura, anche se la tentazione a farlo spesso è irrefrenabile, la tesi di Illich è, sinteticamente, che le rivoluzioni industriali e l’economia di mercato esigevano per i loro connotati un essere neutro capace di svolgere gli stessi compiti, comprare in uno stesso mercato, avere gli stessi bisogni e competere, è qui la novità rispetto al passato, negli stessi settori. Durante l’era del genere vernacolare l’uomo e la donna erano come la mano destra e la sinistra, esorcizzando il paragone dalla visione satanica post-cristiana (la Chiesa è ovunque, bisogna farci i conti) con cui è stata etichettata la seconda, cooperavano in mansioni ben distinte, invece di competere, e che non erano, salvo estrema necessità, assolutamente intercambiabili. L’appartenenza ad un genere allora caratterizzava l’individuo e ne individuava il linguaggio, gli utensili da adoperare, gli animali e le colture di cui occuparsi, provenienti dalle consuetudini di generazioni e generazioni e legittimati dal senso comune, e non élitario. Oggi ci ritroviamo un neutro economico che dovrebbe rispecchiare gli stili di vita e le concezioni, libere da limitazioni di genere, proprie dell’epoca dell’onnipotenza del PIL (pro -capite ad essere generosi) esposto all’anomia di Durkheim, all’alienazione di Marx e alle psicosi di Freud, soggetto alle discriminazioni sessiste che esso inevitabilmente comporta, derivanti, e qui Illich è tanto semplice quanto geniale, dalla competitività che si genera nell’assumere lo stesso ruolo nelle mansioni neutre, ed il lavoro ne è un ottimo esempio, necessarie alla società dei consumi.

La discriminazione sessista, in questa chiave, può essere vista in un certo senso come anomalia che ogni sistema può comportare, il problema è che questa anomalia discrimina la metà degli abitanti del pianeta, quindi non è da prendere alla leggera! Senza dubbio si può congetturare che ciò derivi dalla mentalità maschilista deviata (diretta conseguenza, tra gli altri fattori, dalla concezione cattolica secondo cui “gli apostoli erano uomini”). Questa, in condizioni di competitività, considera naturale e biologicamente legittimo, infervorata dagli evoluzionisti (non dimentichiamoci questa curiosa corrente), assicurarsi un supplemento salariale” premio” per essere nato nel 50% circa della popolazione mondiale di sesso maschile, o abusare del sesso debole, come ai più retrogradi piace ancora chiamarlo.

Il processo che conduce all’eguaglianza, giocoforza, diventa semplicemente un mito prodotto dalla società industriale. Le pari opportunità risultano essere un miraggio, affascinante come la Carfagna, inconsistente come una showgirl. Ma c’è qualcosa di nascosto, sotto questa ingiustizia, e Illich è abilissimo a portare a galla ciò che è sommerso. Lui vede, infatti l’economia come un iceberg, la cui punta rappresenta l’economia reale, lecita e tassabile, mentre tutto ciò che si trova sotto di essa è il sommerso economico, l’economia informale, illecita, il lavoro domestico, o lavoro ombra, di cui il sesso femminile è eletto ad essere a pieno titolo rappresentante. Per l’autore questa base dell’ iceberg è indispensabile, è questa che ha salvato l’Italia dai periodi di crisi. Ma la donna quindi, per lo svolgimento del suo lavoro non retribuito, viene fatta coincidere con il sesso servile che, quando non compete con l’uomo sul mercato del lavoro, deve gestire la casa in virtù di colui che, per antonomasia, porta il salario a casa. Esempi agghiaccianti presenti nel libro mostrano una dipendenza dell’uomo dal lavoro domestico femminile che ha dell’imbarazzante. Oggi magari questa dipendenza è lievemente diminuita, ma il paradosso è chiaro, una burla che ha dell’inverosimile!

Considerando però il tacito assenso di una seppur piccola fetta del genere femminile al concetto aberrante (ma, lo si vede dall’attualità al lavoro, predominante nel nuovo millennio) che si ha del ruolo della donna, il femminismo, dato il temine di per sé discriminante, potrebbe non essere la soluzione. Dire che bisognerebbe sedersi tutti a tavolino, a fare quattro chiacchiere, per accordarci, una volta per tutte, sull’assunto logico che un sesso, o genere, non può esistere senza l’altro, oltre che per la procreazione, per le peculiarità che contraddistinguono l’uomo e la donna, e dichiarare questo assurdo, anche se accattivante, fingere di essere neutri una enorme farsa, insomma, sperare che la cosa possa risolversi con una presa di coscienza comune è un finale troppo smielato? Allora a mali estremi, boicottate donne, e lasciate che gli uomini si cambino il pannolino da soli. Vedremo così se la impariamo una buona volta la lezioncina sui pari diritti e sulle pari dignità, visto che l’istruzione pubblica sembra aver inasprito, invece che ridotto, le disparità.


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