Archivi tag: Italia

Nelle mani delle banche

Dopo un lungo periodo d’assenza, travolto dagli scandali e dagli sconvolgimenti dello scenario politico… ma più che politico, mondano… ma più che mondano, mediatico… insomma del variegato e sempre più incoerente scenario italiano, eccomi di nuovo qui per parlarvi di una faccenda delicata. Le macro-notizie ci assillano costantemente insinuandosi nelle nostre menti via cavo, via etere, in digitale terrestre ed ora anche in comode supposte formato famiglia, ma tra i fumi della distrazione di massa pochi vedono il cancro che silenzioso si rigenera nei polmoni della nostra struttura economica. La crisi è tutt’altro che passata…

In un articolo del Financial Times, riportato nel numero 19/25 Marzo della rivista Internazionale, tre giornalisti disegnano la situazione di molti comuni italiani ormai dilaniati da investimenti ad alto rischio, contratti per sanare il loro già elevato debito. La premessa a questo problema è che la finanziarizzazione dell’economia, come tutti avranno percepito con la crisi economica scoppiata nel 2008 proprio a seguita del formarsi di una bolla finanziaria, sta mettendo in ginocchio non soltanto lavoratori e famiglie, ma anche piccoli comuni, province, regioni e, naturalmente, interi stati.

Il gioco speculativo delle banche, oltre ad essere perverso, è anche maledettamente complesso. Molti degli strumenti derivati che queste hanno iniziato a propinare ai clienti sono materia di discussione presso le sedi internazionali. Il fulcro della questione è la loro legalità, ma il problema si fa’ più serio quando i destinatari di questi prestiti sono enti pubblici.

Ora, gli interest rate swap sono modalità di prestito/finanziamento/investimento derivato. La traduzione è scambi di tassi d’interesse e in sostanza consentono di barattare i propri tassi d’interesse, che nel caso degli enti locali italiani derivano da prestiti richiesti allo stato concessi a tassi fissi, in tassi d’interesse variabile che, a seconda della congiuntura della transazione, possono risultare più bassi. Per i circa seicento comuni italiani che hanno stipulato questi contratti, le suddette condizioni hanno, in un primo momento, permesso una riduzione dell’indebitamento. Ma quando gli interessi sono cresciuti, gli enti si sono ritrovati, per usare un eufemismo, in guai molto grossi. Questo sistema, oltre a portare sull’orlo della bancarotta (quando non li ha spinti totalmente dentro) comuni grandi e piccoli (vedi Taranto, Milano e il paesino umbro di Baschi), ha “ingannato” 18 regioni e 42 provincie del nostro paese. Il gap complessivo accumulato è di ben 35,5 miliardi di euro!

E’ bene ricordare un fatto curioso: la Goldman Sachs ha venduto titoli derivati simili a quelli in questione al governo greco, per consentirgli di mascherare il suo immenso debito pubblico. La cosa non è propriamente riuscita, ma questa è un’altra storia.

Il circolo vizioso che ha condotto l’Italia in questa situazione è facilmente ricostruibile: con il terzo debito pubblico più alto del mondo, il governo italiano nella smania far tagli a destra e sinistra ha tagliato anche le gambe alle regioni, che ritrovatesi senza fondi hanno dovuto improvvisare. Da quando non c’è più l’obbligo per gli enti locali di chiedere prestiti solo alla Cassa depositi e prestiti, le banche italiane e straniere si sono scagliate come avvoltoi sui nuovi ed inesperti potenziali clienti, convincendoli a stipulare accordi che, per le loro capacità finanziarie, non erano in grado di gestire. Parallelamente i fondi d’ammortamento creati dal governo sono stati gestiti con la stessa superficialità e leggerezza con cui un bambino amministra un pacchetto di caramelle.

Insomma, la lezione impartita dalla recente crisi non è bastata a far capire la pericolosità del nuovo sistema finanziario e dei giochini speculativi messi a punto dalle banche. Già nel 2004, come riporta l’articolo, l’ex ministro dell’economia Siniscalco ha definito “droghe pesanti” questi strumenti derivati. Possiamo solo sperare che l’assuefazione delle PA non le porti tutte all’overdose, perché le conseguenze, così come i costi della disintossicazione, le pagheranno i cittadini. In attesa di un governo all’altezza delle problematiche e delle sfide che accompagnano l’era dell’economia finanziaria (ad ora in realtà ci accontenteremmo anche solo di un governo all’altezza di tenere un discorso politico), a noi poveri italiani, così come ai cittadini di molti altri paesi, non resta che una cosa da fare: stare il più possibile alla larga dalle banche.

To be continued…

Fonti: Internazionale N.838, Anno 17, 19/25 Marzo 2010 – “L’alta finanza tradisce i sindaci italiani”;           http://it.wikipedia.org/wiki/Interest_Rate_Swap

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Interferire sul mondo esterno

Eccoci di nuovo, sani e salvi, dopo un periodo di sana inattività celebrale, che per l’amor di Dio, di tanto in tanto ci vuole. Mi è mancato un po’ quest’angolo di spazio, soprattutto perché, credetemi, non sapevo più dove accatastare idiozie. L’estate è finita, e tu dove sei finito frank, ti sei alienato nel privato, hai nascosto la testa, sei andato in ferie? In un certo senso sì, o meglio, ci ho provato, d’altra parte con le Camere vuote, e gli esecutivi in spiaggia, avevo poca voglia di sparlare, ma poco importa. Ci ritroviamo qui, miei sporadici lettori, per fare il punto della situazione. E’ un momento felice, o meglio, allettante, per noi osservatori. Lo spettacolo potrebbe ancora entusiasmare. Certo, da buoni rinunciatari di “sinistra” (sì, surfiamo sulla cresta dell’entusiasmo con epiteti arcaici), da frustrati ortodossi, c’eravamo messi l’anima in pace che per cinque anni, almeno, il grido di battaglia sarebbe stato l’intramontabile “si salvi chi può”. Molti dei sinistroidi, degli scettici, degli apartitici e apolitici, destroidi pentiti e democristiani di ogni genere, già da tempo hanno gettato la spugna, e ora vivono nel disinteresse più totale. Neanche la parola “disillusi” riesce a dipingere la tristezza del quadro. Ora, però, la situazione è propizia, qualcosa si muove, chi se n’è accorto non parla per scaramanzia, ma questa volta si rischia davvero di vincere al Lotto. E il miracolo sarebbe già avvenuto, se qui in Italia il tempo per la rielaborazione dei fatti nelle menti dei cittadini non fosse direttamente proporzionale alla durata dei processi, ma lo scontento inizia ad essere troppo invadente e fastidioso anche per la tolleranza del nostro amato Presidente del Consiglio. Se non fossimo in un regime democratico, e con questo ci tengo a sottolineare che sono convinto del contrario, i massimi poteri metterebbero tutto a tacere con pochi sforzi, ma quando amministri uno stato la cui sovranità appartiene al popolo, devi fare i conti con la stampa o, come nel nostro caso, con ciò che ne rimane. Senza stare ad elencare tutti gli eventi imputati e quelli ancora imputabili, mi limito a constatare, e sfido chiunque ad affermare a mente lucida il contrario, che individui del genere non sono in grado di guidare e rappresentare uno Stato, tanto meno l’Italia, che ormai da decenni ansima per un Governo quantomeno dignitoso. Caso vuole che il signor Berlusconi (il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, secondo quanto da lui stesso dichiarato durante una delle sue ultime esibizioni), oltre che piegare in due dal ridere una cospicua parte degli italiani, insieme con i suoi illustri compari metta in ginocchio l’Italia intera eticamente, politicamente, economicamente e civilmente. Proprio così, perché pare che negli ultimi anni sia stata proprio la società civile a risentire maggiormente di questa diabolica influenza, e non sono solo i risultati elettorali ad evidenziarlo. Ma i segnali di ripresa, almeno degli intelletti, è evidente: le domande sensate di Repubblica, gli scandali che vengono a galla, le critiche dagli alleati e sì, nota di merito perché ora tutto fa brodo, anche dal Vaticano, insieme con l’ilarità scaturita all’estero e le parole lasciate intendere da Zapatero costituiscono tutti colpi d’ariete sferrati contro la “roccaforte delle pseudo- libertà”. Per celebrare l’inizio del secondo anno della mia vita dedicato alle interferenze del mondo esterno, ho deciso di immettere nell’etere questa preghiera, affidarla al mezzo di comunicazione più libero e incompreso nella storia dell’evluzione umana, per sperimentare se davvero si può anche interferire con il mondo, oltre che subirne gli inesorabili condizionamenti. Una persona, si sa, è capace di far ben poco, ed alcuni brontolano già che qui si fa del cieco antiberlusconismo, ma mi auguro di poter scrivere presto, quando questo malcontento sempre meno tacito diventerà troppo assordante per continuare ad essere ignorato, proprio su questo inutile blog magari, “Gioisci Paese mio, anche questo Governo, come i tanti altri, è caduto. E’ ora di rifare tutto da capo”.

Frank, studente di Scienza Politiche in un paese governato da imprenditori.

Lascia un commento

Archiviato in Attualità

Elogio della Democrazia (riflessioni sulla forma di governo che ha “invaso” il mondo)

democrazia

Democrazia, il governo del popolo. Ha ormai invaso la quasi totalità del pianeta e bussa alle porte delle nazioni che ancora non hanno fatto il grande passo verso la forma di governo più evoluta della storia. Tutto dovrebbe essere partito dall’antica Grecia, lì hanno avuto l’intuizione. Io me la immagino pressappoco così: si andava alle assemblee pubbliche come oggi si va’ allo stadio, e di gran concerto si decideva il destino della comunità come oggi tutti in coro si manda a quel paese l’arbitro. Non c’è che dire, ai greci del tempo il sistema democratico calzava a pennello. Tempo dopo, tanto tempo dopo, nel 1776 Jefferson, Franklin e altri tre compari ratificarono la Dichiarazione d’indipendenza americana dall’odiata madrepatria, la Gran Bretagna. Il principio teorizzato da Locke, contenuto nel documento, è il mio preferito: “E’ Diritto del popolo modificare o distruggere l’autorità costituita”. Era auspicabile e prevedibile, forse, l’impatto che una carta dal contenuto così attraente e rivoluzionario avrebbe avuto sul mondo intero. E così accadde. Prima si liberarono dall’oppressione dei monarchi i francesi, che la sapevano lunga su come mettere d’accordo borghesi e poveri contadini al fin di prendere con la rivoluzione il potere in nome della democrazia, e così via di Liberté, Fraternté e, soprattutto, Egualité. Ci metterei dentro anche le guerre d’indipendenza dell’America Latina, al termine delle quali il sistema democratico è stato importato, ma non senza difficoltà e interferenze. Anche il nostro “bel paese” ha visto i germogli della democrazia spuntare timidi dalla terra, prima che venissero estirpati dai governi democristiani, quelli degli incompetenti e infine quelli filocristiani e mafiosi. Che bella cosa deve essere stata però, l’Unità, la Costituente, il Tricolore. Poi. qualche giorno fa, quando le nostre armate democratiche si sono macchiate dell’omicidio (accidentale, per l’amor di patria) di una ragazzina afgana, mi è venuto come al solito da pensare, e sono iniziati i guai. Ho pensato ai suoi genitori, a loro la nostra democrazia forse non piace affatto. O ancora quando la Freedom House, sempre qualche giorno fa, ha declassato l’Italia a paese “parzialmente libero”, unico caso europeo insieme alla Turchia, mi è venuto da chiedermi, ma è questo che vogliamo? Una democrazia può perdere un suo connotato primario qual’è la libertà? Forse sì. Possiamo dire che ora tanti popoli governano più o meno direttamente il loro paese, grazie allo strumento democratico. Ma quindi gli italiani vogliono un governo che tolga loro la liberta di opporsi, o anche solo di contestare o schernire i suoi governanti (vedi censure)? Ma certo che sì! La maggioranza, consapevole o no, vuole esattamente questo, ed è questo il bello della democrazia! Un governo DEL popolo rispecchia ciò che un popolo è, a rigor di logica, e il nostro, anzi, qui posso liberamente scrivere vostro, governo è lo specchio della vostra anima. E la prosa incontra la politica. Un paese che non si riconosce in una cultura comune scivola senza accorgersene in una partitocrazia direttoriale parzialmente libera, il cui Pil è comunque pienamente nella media dei paesi UE, quindi nessuna paura dal punto di vista economico, i soldi girano, solo che non nelle tasche di tutti. Ma c’è pur sempre democrazia. Le cose vanno male un po’ ovunque, è vero, ma mentre la gloriosa democrazia statunitense si stringe intorno alla statua della libertà per non dimenticare le proprie origini, noi ci stringiamo intorno al popolo delle libertà, guarda caso un partito, e ci avvolgiamo attorno ad un tricolore di cui molti nostri connazionali hanno una strana concezione. In ogni caso le armate democratiche sono dispiegate in ogni angolo del globo da cui la democrazia può trarre profitti. Le nazioni democratiche sono ormai tantissime,  e ogni cittadino di ciascuna di queste si gioca la propria chance democratica come meglio crede, chi con miglior risultati, la Svizzera ad esempio, chi con risultati più discutibili, il nostro paese secessionista. Il socialismo centralista made-in-URSS è stato definitivamente sconfitto, Allende è stato rovesciato da un colpo di stato finanziato sottobanco da uno Stato fortemente democratico che ha aperto la strada al meno amato, dal popolo almeno, Augusto Pinochet. Tutto questo accadeva tanti anni fa’, ora la lotta è al fondamentalismo islamico, al quale si punta a sostituire in pochi anni quello cattolico, meno esplicito nel suo fanatismo ma altrettanto efficace. Il popolo statunitense ha voluto ribadire, però,  con l’elezione del primo presidente afroamericano, che la democrazia può essere esercitata, ma che bisogna prenderne coscienza. Anche l’Italia ha ribadito di essere un paese altamente democratico, riuscendo ad eleggere un criminale, quando invece per il bene della comunità, e questo ce lo dicono i dati, a molti elettori sarebbe stato meglio togliere il diritto al voto. Causa? Incompetenza. Invece abbiamo accettato l’esito, e ce la ridiamo, per non piangere. Non tutte le democrazie riescono col buco, e la nostra ha fatto passare la fame ad una ristretta seppur esistente cerchia di elettori. Tra un mese circa, durante le votazioni per il Parlamento Europeo, verrà di nuovo fuori la natura del popolo italiano, che non prova vergogna di ciò che è diventato. Le regole del gioco sono queste, e solo in questo gioco possono fare politica persone senza competenze, è per questo che tutti, e dico tutti, elogiano la democrazia. In Italia la democrazia c’è, e si vede. Ah, c’è anche il referendum a breve, lo strumento democratico per eccellenza. Vedremo come verrà sfruttato, ma io non mi farei troppe illusioni, se il tempo lo consentirà andremo al mare. Dalla Grecia agli Stati Uniti, dal Chile all’Italia, di democrazia non si smetterebbe mai di parlare, la moltitudine di forme che può assumere nelle differenti civiltà è sbalorditiva, ma meglio fermarsi qui. Chiudo questo mio personale elogio, troppo prolisso come al solito, con un interrogativo tutt’altro che scontato:  Ma la democrazia non è forse anche poter scegliere, democraticamente, di non volere la democrazia?  Un saluto democratico.

« Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto. » (Walt Whitman, Prospettive Democratiche)

6 commenti

Archiviato in Curiosità

Miracolo politico?

L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono. 

 

Catene di catene, su catene di milioni di catene 
come fili di un lunghissimo telefono 
come reticolo pieno di traffico 
e nessunissimo bisogno di semaforo. 

Così recita una canzone di  Daniele Silvestri, una delle tante dal motivetto allegro, ma con un testo molto significativo. Il cantautore romano qui canta del fatto che, tra le discrepanze e i malumori che l’inflazionata globalizzazione ha introdotto nelle nostre vite, oltre all’interconnessione dei mercati, delle istituzioni, delle culture e quant’altro, questo processo ha permesso anche alle genti di tutto il globo di essere in contatto tra loro. In una prospettiva cosmopolitica, come direbbe Beck, le persone sono ora in grado, o meglio a volte sono costrette a condividere e ad affrontare le medesime problematiche, difficoltà, e, perché no, nel bene e nel male, il futuro stesso. Avete presente tutti quegli strumenti che mettono in contatto, senza costi astrofisici, persone che si trovano agli emisferi opposti della Terra (vedi Facebook, MSN…)? Ecco, sono ottimi esempi per spiegare questo concetto. Questi artefici della tecnologia avanzata rappresentano un’arma a doppio taglio per le multinazionali che li mettono in circolazione e per gli Stati che ne consentono l’utilizzo. Infatti, quel reticolo pieno di traffico è sì un’ottima fonte di lucro che per le imprese, è sì un discreto strumento di monitoraggio per i governi, ma è anche un’incredibile possibilità per le persone che ne usufruiscono. Il problema è che non fungono sempre da mezzo di connessione e condivisione, ma spesso sono l’ennesima fonte di mediocri gossip. Volendo essere utopici, potremmo pensare addirittura che questi strumenti, in un futuro più consapevole e meno consumistico (qui sta l’utopia), verranno usati per coordinare le proteste di domani. Allora sì che si potrebbe finalmente parlare di miracolo politico, per ora diciamo che lo scetticismo è ancora predominante. Tutto questo a che scopo? Ma per dirvi che, ad esempio, tramite la rete internetica, si può dar vita ad una miriade di iniziative, come quella che vi propongo ora, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. La mia informazione è, ovviamente, faziosa, quindi per le informazioni essenziali vi rimando al sito dell’evento. Fatto sta che questo è un chiaro esempio di persone che, da ogni parte del mondo, si coalizzano e promuovono un’iniziativa che, evidentemente, oltre ai contenuti espliciti, punta ad una partecipazione di massa. Nel giorno del compleanno di Gandhi, simbolo delle lotte per la pace (dichiarato tra l’altro “Giornata internazionale della Nonviolenza” dall’ONU), tante, tantissime persone si raduneranno proprio il 2 ottobre di quest’anno a Wellington, in Nuova Zelanda, e partiranno per questa lunga passeggiata che, dopo aver attraversato un centinaio di paesi, terminerà a Punta de Varcas, in Argentina. Dopo tre mesi di cammino, riuscite a immaginare le dimensioni ultime che assumerà quella folla? Le richieste sono tanto semplici quanto essenziali, si parla dell’eliminazione della violenza da ogni ambito sociale. Basti pensare che all’inizio del 2008 i conflitti mondiali erano 26, e le spese in armamenti complessive si aggiravano sui 1200 miliardi di dollari annuali. Penso che ci si trovi tutti concordi sul fatto che non sono spiccioli, e che in ogni caso quel denaro potrebbe trovare impieghi migliori. Quindi la causa è giusta, e allora perché non sposarla? Ora lo sguardo mi cade sul volantino, sui nomi dei personaggi che anno aderito. Vediamo, c’è il Dalai Lama, Saramago, il Presidente del Chile, della Croazia, poi Yoko Ono, Lou Reed, Corrado Guzzanti, Carmen Consoli, Ascanio Celestini, Luxuria, insomma, ci sono menti di ogni sorta! Per non parlare di tutte le ONG come Amnesty, Emergency e Greenpeace. Dal 7 al 12 novembre toccherà all’Italia ospitare la marcia. Sembra proprio che questa iniziativa abbia del miracoloso, perché si poggia proprio su quell’informazione libera che conserva ancora un immenso potenziale non sfruttato, e perché incredibilmente mi ha reso fiducioso, quasi ottimista! Quindi non vi ammorberò con le solite interminabili solfe, diffondere questa notizia mi ha in un certo senso appagato, tant’è che m’è venuta voglia di cantare conto quanto kunta kinte e, in quanto kunta kinte, canto! 

7 commenti

Archiviato in Attualità