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Quando la “legge dello stato” non significa mai “giustizia” (un discorso a dodici zeri).

A volte bisognerebbe fermarsi e riflettere sul nesso causale di alcuni eventi. Quale momento migliore di ora? In India già da qualche anno il governo firma memorandum d’intesa con multinazionali per l’estrazione di minerali e costruzione d’infrastrutture, con il presunto obiettivo di promuovere lo sviluppo nel paese. Recentemente alcune colline dell’ Orissa meridionale, una regione del paese, sono state vendute alla multinazionale Vedanta, perché contengono importanti giacimenti di bauxite. C’è chi sostiene che ormai su ogni risorsa naturale aleggi lo spettro di un memorandum. I nativi del luogo, per i quali le colline sono una sorta di divinità, non ne sono affatto soddisfatti. Lo stato indiano, sempre in questo periodo, ha lanciato l’operazione Green hunt, una guerra “verde” volta ad annientare l’esercito maoista, considerato il pericolo numero uno dal governo, che si nasconde nelle foreste dell’Orissa, del Chhattisgarh, del jharkhand, tutte località ricche di risorse minerarie. Molti degli abitanti di questi villaggi, ridotti in povertà e continuamente esposti ai soprusi delle milizie popolari e dell’esercito regolare, stanno abbandonando la zona, altri rimangono uccisi negli scontri, altri ancora si arruolano con i maoisti. Il governo indiano, per combattere questa guerra, si avvarrà di ogni strumento a sua disposizione, compresi paramilitari e milizie popolari armate. Queste forze si troveranno davanti guerriglieri che non hanno nulla da perdere, il risultato potrebbe essere una carneficina. Parallelamente, attraverso i mezzi di comunicazione, si sta portando avanti una campagna di demonizzazione dei maoisti (il Partito comunista indiano è oggi fuori legge) e il governo sfrutta la situazione per tentare di eliminare dal paese ogni movimento di resistenza, con il facile pretesto di considerarli simpatizzanti del “nemico pubblico”. Ora, considerando con vena critica questa serie di eventi risulta semplice comprendere che la “guerra contro i ribelli” è uno squallido pretesto per spianare la strada agli interessi di Sua maestà denaro, ma un’accurata riflessione ci permette di prevedere le conseguenze di questa operazione. Un’ottimo spunto ci viene offerto dal giornalista indiano Arundhati Roy, che in un articolo mette a nudo questa imbarazzante situazione. I dati riportati parlano di giacimenti di bauxite del valore di 2.270 miliardi di dollari (cifra che supera di gran lunga il Pil dell’India intera), per non parlare del valore di tutte le altre risorse. L’esproprio delle terre per “finalità pubbliche” volte a progetti di sviluppo sta facendo aumentare vertiginosamente il numero di indiani che rimarranno senza lavoro e senza casa. Il denaro destinato a questa guerra sarebbe stato forse meglio investito per tentare di sanare le vertiginose diseguaglianze sociali di un paese che deve far fronte alle esigenze di più di un miliardo di anime? I più fervidi sostenitori di questo animale selvaggio che siamo soliti chiamare globalizzazione non resisteranno certo all’impulso di farci notare che progetti di questo tipo portano tanti soldi nelle casse del paese ospitante e lavoro per coloro che, a causa dell’inevitabile corso dello sviluppo economico, ne sono rimasti senza. Ci dispiace quasi, con i dati alla mano, rispondere che di quei proventi esorbitanti solo il 7% viene elargito allo stato, e che i nuovi posti di lavoro non basteranno ché per una piccola parte dei disoccupati, per giunta maldisposti al dover lavorare presso imprese che si sono indebitamente impossessati di terre che costituzionalmente sono inalienabili ai legittimi proprietari (art. 5 costituzione indiana). Non è affatto piacevole. Inoltre ricordiamo che con ogni probabilità i proventi delle fortunate multinazionali verranno depositati in banche estere. Insomma, la promessa che queste cessioni faranno lievitare in breve tempo il Pil indiano mette a repentaglio non solo il futuro centinaia di migliaia di persone, non solo l’ecosistema indiano (non va dimenticato che l’industrializzazione ha anche degli elevati costi ambientali), ma anche lo stato di diritto e il sistema democratico. La favoletta della guerra ai terroristi avrà vita breve, le zone interessate sono in stato di guerra, ai giornalisti, volontari e osservatori non è consentito l’accesso, l’aumento della violenza spinge sempre più civili a prendere le armi, presto la situazione sarà fuori controllo e risulterà evidente che tutto è architettato per spianare la strada agli interessi economici. Chi continuerà a vedersi privato dei propri diritti di fronte ad una giustizia inerme inizierà a farsi giustizia da solo, la democrazia diventerà per l’India solo una maschera da indossare durante i vertici internazionali, il sistema rischia di collassare. Inoltre, questo esproprio di terre rappresenta uno dei più ingloriosi abusi su minoranze etniche, anche più eclatante di quelli con cui hanno a che fare le popolazioni indigene del Sud America. Violando i diritti di queste popolazioni si viola il diritto internazionale, che a forza di essere aggirato perderà anche quel minimo di rilevanza che gli è rimasta. L’India dovrebbe imparare dagli errori di noi occidentali. Ragionare esclusivamente in termini economici è un po’ come ragionare solo con il basso ventre, può causare un sacco di guai. Invece di crearsi un identità propria lo stato indiano si sta facendo violentare dalle multinazionali e dagli interessi delle lobby, cadendo nel classico cliché dei paesi che, secondo i nostri sacrosanti parametri, si stanno sviluppando. Pensare a queste cose è necessario affinché ognuno di noi figli del mercato globale possa perlomeno comprendere quali sono i costi, non per sentirsene colpevole, ma per confrontarli con i vantaggi che ne derivano. I costi diretti li pagheranno i civili che, scambiati per miliziani maoisti, verranno stroncati da una pallottola, e tutte quelle persone costrette a fare le valige per lasciare spazio ad un inquilino più ingombrante e fastidioso. I costi indiretti li pagherà l’India, tanto per cominciare, perché questa guerra farà crollare gli IDE, la credibilità internazionale del paese e l’ordinamento interno; dopo l’India il mondo, sul quale, nell’era globale, si ripercuote ogni crisi di grande entità. Ora non ci rimane che stare a guardare il dispiegarsi degli eventi, chi prenderà il sopravvento? Lo stato e le multinazionali, con i loro eserciti e la benedizione del libero mercato, o i rivoltosi, maoisti e senza-tetto, gli indigenti, con le loro armi anch’esse precarie, affamati di cibo e giustizia, e senz’altro da perdere se non la loro dignità? La società civile delle città dovrà scegliere con chi schierarsi. Comunque vada, sarà una sconfitta, per tutti.

Fonti:   La Guerra nel cuore dell’India – Arundhati Roy (Internazionale n.821)

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Non avremmo dovuto…

 

Naufragio

Non avremmo dovuto lasciare tutto il potere agli economisti, non saremmo dovuti restare a guardare la barca naufragare. Non dovevamo fidarci a tal punto degli statisti, non avremmo dovuto abbassare lo sguardo di fronte ai nostri carnefici. Non dovevamo sfiorarci le labbra senza una strategia elettorale, non avremmo dovuto cercare l’amore senza sapere cosa farci. Non dovevamo pensare ad un mondo migliore senza sapere come arrivarci, non dovevamo sperare, non avremmo dovuto affatto sperare. Non avremmo dovuto lasciarci guidare da chi non lo poteva fare, non dovevamo lasciare che fossero i criminali a timonare. Non dovevamo lasciarci coinvolgere in una rissa senza fine, non dovevamo armarci di frasi sperando in un lieto finale. Non avremmo dovuto lasciare che il potere ci prendesse la mano, non dovevamo darci alle fiamme senza controllare che qualcuno ci stesse a guardare. Non dovevamo porgere i polsi perché li ammanettassero senza sforzi, non dovevamo lasciarci coinvolgere in relazioni sentimentali, ma quando ho avuto un po’ di fiducia nel genere umano ammetto di averci creduto, di averci sperato. Non dovevamo farci mettere al mondo, in questo mondo globalizzato, non avremmo dovuto lasciare a pochi la parola di tutti. Non avremmo dovuto sprecare il tempo concesso sperando si potesse rinnovare, l’avremmo dovuto sfruttare, avremmo potuto anche studiare. Non ci saremmo dovuti affezionare agli altri come cani al padrone, non avremmo dovuto prendere tutto senza dare una spiegazione. Non dovevamo chiedere sviluppo ad ogni costo, non dovevamo privatizzare, forse neanche liberalizzare. E tutto questo perché siamo la generazione del condizionale, gettiamo un sasso nel mare e poi rimaniamo lì a guardare. Siamo la gente delle possibilità a breve conservazione e non leggiamo la data di scadenza sulla confezione. Siamo abitanti di una città che contribuiamo a far morire, siamo gli attori di uno spettacolo destinato a non iniziare mai. Siamo colpevoli delle nostre stesse disavventure, siamo noi che fomentiamo le nostre paure. Siamo sempre sul punto di poter cambiare, inventare, provare a ragionare, ma è proprio allora il coraggio ci viene a mancare.

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Miracolo politico?

L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono. 

 

Catene di catene, su catene di milioni di catene 
come fili di un lunghissimo telefono 
come reticolo pieno di traffico 
e nessunissimo bisogno di semaforo. 

Così recita una canzone di  Daniele Silvestri, una delle tante dal motivetto allegro, ma con un testo molto significativo. Il cantautore romano qui canta del fatto che, tra le discrepanze e i malumori che l’inflazionata globalizzazione ha introdotto nelle nostre vite, oltre all’interconnessione dei mercati, delle istituzioni, delle culture e quant’altro, questo processo ha permesso anche alle genti di tutto il globo di essere in contatto tra loro. In una prospettiva cosmopolitica, come direbbe Beck, le persone sono ora in grado, o meglio a volte sono costrette a condividere e ad affrontare le medesime problematiche, difficoltà, e, perché no, nel bene e nel male, il futuro stesso. Avete presente tutti quegli strumenti che mettono in contatto, senza costi astrofisici, persone che si trovano agli emisferi opposti della Terra (vedi Facebook, MSN…)? Ecco, sono ottimi esempi per spiegare questo concetto. Questi artefici della tecnologia avanzata rappresentano un’arma a doppio taglio per le multinazionali che li mettono in circolazione e per gli Stati che ne consentono l’utilizzo. Infatti, quel reticolo pieno di traffico è sì un’ottima fonte di lucro che per le imprese, è sì un discreto strumento di monitoraggio per i governi, ma è anche un’incredibile possibilità per le persone che ne usufruiscono. Il problema è che non fungono sempre da mezzo di connessione e condivisione, ma spesso sono l’ennesima fonte di mediocri gossip. Volendo essere utopici, potremmo pensare addirittura che questi strumenti, in un futuro più consapevole e meno consumistico (qui sta l’utopia), verranno usati per coordinare le proteste di domani. Allora sì che si potrebbe finalmente parlare di miracolo politico, per ora diciamo che lo scetticismo è ancora predominante. Tutto questo a che scopo? Ma per dirvi che, ad esempio, tramite la rete internetica, si può dar vita ad una miriade di iniziative, come quella che vi propongo ora, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. La mia informazione è, ovviamente, faziosa, quindi per le informazioni essenziali vi rimando al sito dell’evento. Fatto sta che questo è un chiaro esempio di persone che, da ogni parte del mondo, si coalizzano e promuovono un’iniziativa che, evidentemente, oltre ai contenuti espliciti, punta ad una partecipazione di massa. Nel giorno del compleanno di Gandhi, simbolo delle lotte per la pace (dichiarato tra l’altro “Giornata internazionale della Nonviolenza” dall’ONU), tante, tantissime persone si raduneranno proprio il 2 ottobre di quest’anno a Wellington, in Nuova Zelanda, e partiranno per questa lunga passeggiata che, dopo aver attraversato un centinaio di paesi, terminerà a Punta de Varcas, in Argentina. Dopo tre mesi di cammino, riuscite a immaginare le dimensioni ultime che assumerà quella folla? Le richieste sono tanto semplici quanto essenziali, si parla dell’eliminazione della violenza da ogni ambito sociale. Basti pensare che all’inizio del 2008 i conflitti mondiali erano 26, e le spese in armamenti complessive si aggiravano sui 1200 miliardi di dollari annuali. Penso che ci si trovi tutti concordi sul fatto che non sono spiccioli, e che in ogni caso quel denaro potrebbe trovare impieghi migliori. Quindi la causa è giusta, e allora perché non sposarla? Ora lo sguardo mi cade sul volantino, sui nomi dei personaggi che anno aderito. Vediamo, c’è il Dalai Lama, Saramago, il Presidente del Chile, della Croazia, poi Yoko Ono, Lou Reed, Corrado Guzzanti, Carmen Consoli, Ascanio Celestini, Luxuria, insomma, ci sono menti di ogni sorta! Per non parlare di tutte le ONG come Amnesty, Emergency e Greenpeace. Dal 7 al 12 novembre toccherà all’Italia ospitare la marcia. Sembra proprio che questa iniziativa abbia del miracoloso, perché si poggia proprio su quell’informazione libera che conserva ancora un immenso potenziale non sfruttato, e perché incredibilmente mi ha reso fiducioso, quasi ottimista! Quindi non vi ammorberò con le solite interminabili solfe, diffondere questa notizia mi ha in un certo senso appagato, tant’è che m’è venuta voglia di cantare conto quanto kunta kinte e, in quanto kunta kinte, canto! 

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