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La paura più grande

“Tutto è nelle mani dell’uomo, e tutto gli scappa sotto il naso unicamente e solo per vigliaccheria… E’ proprio un assioma… E’ curioso, cos’è che la gente teme più di tutto? Fare un passo nuovo, dire una parola nuova di personale, ecco quello che si teme più di tutto…”

Dostoevskij                                                                                            (ritratto di Vasilij Perov)


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Considerazioni su: L’idiota

In molti mi dicono che puntualizzo troppo, quindi lo farò anche questa volta, non vorrei rimanessero delusi. Come è specificato nel titolo, mi limiterò a fare brevi considerazioni sul libro di Dostoevskij, personali e del tutto aperte al confronto; mi soffermerò poco, di conseguenza, sulla trama e sui personaggi.

In breve, il principe Lev Nicolaevic Myskin appartiene ad una nobile famiglia decaduta e, per ragioni di salute, viene mandato in Svizzera per ricevere cure specifiche. Al suo ritorno in Russia si rivolge alle poche persone con cui ha mantenuto dei contatti, scopre di aver ereditato una discreta fortuna e si lascia coinvolgere in un insieme di storie vorticose e di passioni che lo condurranno al declino.

Nonostante la minuziosità delle descrizioni , gli intrecci ben studiati e la complessità del racconto è evidente che, in sostanza, non è la storia in sè ad essere importante, al contrario, tutto è costruito dall’autore intorno al protagonista per evidenziare la sua “idiozia” e per mostrare come una persona con le caratteristiche del principe si trovi in difficoltà ad inserirsi in una società in cambiamento com’era quella russa nell’800, così come in qualsiasi altra società.

Leggendo il libro, in effetti, fin dalle prime pagine risulta quantomeno bizzarro il comportamento del principe, sfrontatamente sincero, incondizionatamente fiducioso nel prossimo, timido e sottomesso, quasi un bambino. Siamo sinceri, si fa davvero fatica a riconoscersi in un personaggio del genere; da che mondo è mondo, quindi adesso più di allora, poche personalità si sono conservate vergini esposte, volente o nolente, alla continua necessità di scendere a compromessi, alla tentazione di prendere scorciatoie, ai meccanismi spesso non esattamente candidi della politica, del lavoro, delle istituzioni e via discorrendo, insomma ad agenti esogeni che costantemente ci circondano e che in qualche modo ci condizionano. Quello che mi ha fatto più incazzare, scusate il termine, è che una persona che, nella disgrazia della malattia, ha avuto la fortuna di vivere lontano da tutto ciò di cui prima ho parlato, debba essere considerato un idiota ed avere la sorte che in conclusione è toccata al nostro eroe. Lungi da me la presunsione di volermi paragonare alla persona in questione, al massimo potrei essere un Kolja, il suo tutto fare, solo stavo considerando che potrebbe essere più vero di quanto sostengano le menti più pessimiste che la nostra società tende a strangolare tutto ciò che di anomalo e incompatibile le si presenti sotto mano, esattamente come in questa vicenda.

Spero che il buon Fedor non mi stia ingiuriando troppo, ovunque si trovi (perchè sono convinto che sia ancora vivo, tipo Jim Morrison), per queste forse sconsiderate considerazioni, ma tra tutti quelli che ci sono spero non venga a sbirciare proprio nel mio blog perchè ho intenzione di appuntare altre due cosette che hanno solleticato la mia vena critica. Dovrei aver messo una pieghetta alle pagine che avrei dovuto riconsiderare. Siate pazienti.

Ecco, Dostoevskij è stato particolarmente geniale nel parlare della gente “solita”. Qui sarò costretto a citazioni testuali:

Nulla di più irritante, infatti, che essere, per esempio, ricco, di buona famiglia, di garbato aspetto, discretamente istruito, non privo d’ingegno e perfino buono, e al tempo stesso non possedere alcuna dote o qualità speciale, e nemmeno una stranezza, non un’idea propria: essere insomma proprio “come tutti”.

E’ una critica che non ha bisogno in alcun modo di aggiunte, l’autore parla di questa categoria in prima persona, nella prefazione ad un capitolo, quasi a modo di vendetta nei confronti di quei personaggi marginali del suo libro che, con il loro essere insignificanti, se ne stanno ad un angolo della vicenda, senza infamia e senza lode. Poche righe più avanti arriva la parte che preferisco:

Di questa gente ce n’è al mondo una infinità, anzi molta più che non paia, ed essa si divide, come tutti gli uomini, in due categorie principali: gli uni limitati, gli altri “molto più intelligenti”. I primi sono i più felici. A un uomo “ordinario” limitato, per esempio, nulla riesce più facile che immaginarsi di essere originale, fuor del comune, e bearsi, senza un attimo di dubbio, in tale illusione. Ad alcune nostre signorine è bastato tagliarsi i capelli, mettersi degli occhiali azzurri e chiamarsi nichiliste, per persuadersi subito, appena fatto ciò, di aver acquistato delle “convinzioni” personali proprie. E’ bastato a qualcuno avvertire nel proprio cuore la minima traccia di un qualche sentimento elevato e universale, per convincersi immediatamente che nessuno sentiva come lui e che egli era all’avanguardia del progresso generale. E’ bastato a un altro accettare alla lettera una qualunque idea, o leggere una paginetta di qualche cosa senza capo nè coda, per credere subito che quelle fossero “idee sue proprie”, germogliate nel suo proprio cervello. La sfrontatezza dell’ingenuità, se così ci si può esprimere, arriva in tali casi allo strabiliante.

Parlando dell’altra, poi:

Ma questa categoria, come già abbiamo notato sopra, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l’uomo “ordinario” intelligente, anche se si immagina fugacemente (e magari per tutta la vita) di essere un uomo geniale ed originalissimo, conserva nondimeno in cuor suo il baco del dubbio, il quale fa sì che l’uomo intelligente finisca qualche volta in preda alla disperazione: se invece si rassegna, è solo dopo essere stato tutto intossicato dalla sua vanità rientrata.

Degna di essere brevemente riportata infine è, a parer mio, la critica spietata al cattolicesimo, nonchè al Vaticano e al papa stesso, mossa dal principe Lev Nicolaevic, che ha descritto meravigliosamente il mio sdegno personale, mai forte come in questo periodo, verso le “istituzioni” sopra citate, oltre al divertirmi particolarmente:

Secondo me, il cattolicismo romano non è nemmeno una religione, ma è la vera continuazione dell’Impero Romano d’Occidente, ed in esso tutto, a cominciar dalla fede, è subordinato a questo pensiero. Il papa s’è impadronito di una tiara, di un trono terrestre, ed ha impugnato la spada; e da quel tempo tutto continua così, salvo che alla spada si sono aggiunti la menzogna, l’intrigo, l’inganno, il fanatismo, la superstizione, il delitto; si è giocato con i sentimenti più sacri, più ingenui, più ardenti del popolo; tutto questo è stato barattato in denaro, in basso potere terreno. E questa non è la dottrina dell’Anticristo?! Come poteva non uscire dal loro seno l’ateismo? Si, l’ateismo è cominciato da loro stessi: potevano essi credere a se stessi?

E’ stato per me davvero emozionante leggere queste righe, l’accesso di un malato che, sull’orlo di una crisi, sputa fuori tutto il disprezzo per ciò che infanga i valori in cui crede, che, nonostante dovrebbe, trovandosi davanti ad una platea di borghesi altolocati, non riesce a tacere la sua indignazione.

Penso che avrete dedotto che questo libro mi ha colpito particolarmente, non tanto per la sua trama, ad ogni modo ben congeniata e tutt’altro che scontata, quanto per l’analisi critica che Dostoevskij porta avanti sulla sua società, per gli aspetti umani che riesce a mettere a nudo e per gli spunti di riflessione che offre. Spero di essere riuscito inoltre a spiegare in parte cosa, sempre a mio avviso, c’è di ancora molto attuale da cui prendere spunto in questo classico. Ora vi lascio alle vostre considerazioni, sempre che questo sproloquio ve ne abbia smossa qualcuna. Perdonate se mi sono dilungato più del solito, anche questa volta il piacere è stato mio.

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