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Nelle mani delle banche

Dopo un lungo periodo d’assenza, travolto dagli scandali e dagli sconvolgimenti dello scenario politico… ma più che politico, mondano… ma più che mondano, mediatico… insomma del variegato e sempre più incoerente scenario italiano, eccomi di nuovo qui per parlarvi di una faccenda delicata. Le macro-notizie ci assillano costantemente insinuandosi nelle nostre menti via cavo, via etere, in digitale terrestre ed ora anche in comode supposte formato famiglia, ma tra i fumi della distrazione di massa pochi vedono il cancro che silenzioso si rigenera nei polmoni della nostra struttura economica. La crisi è tutt’altro che passata…

In un articolo del Financial Times, riportato nel numero 19/25 Marzo della rivista Internazionale, tre giornalisti disegnano la situazione di molti comuni italiani ormai dilaniati da investimenti ad alto rischio, contratti per sanare il loro già elevato debito. La premessa a questo problema è che la finanziarizzazione dell’economia, come tutti avranno percepito con la crisi economica scoppiata nel 2008 proprio a seguita del formarsi di una bolla finanziaria, sta mettendo in ginocchio non soltanto lavoratori e famiglie, ma anche piccoli comuni, province, regioni e, naturalmente, interi stati.

Il gioco speculativo delle banche, oltre ad essere perverso, è anche maledettamente complesso. Molti degli strumenti derivati che queste hanno iniziato a propinare ai clienti sono materia di discussione presso le sedi internazionali. Il fulcro della questione è la loro legalità, ma il problema si fa’ più serio quando i destinatari di questi prestiti sono enti pubblici.

Ora, gli interest rate swap sono modalità di prestito/finanziamento/investimento derivato. La traduzione è scambi di tassi d’interesse e in sostanza consentono di barattare i propri tassi d’interesse, che nel caso degli enti locali italiani derivano da prestiti richiesti allo stato concessi a tassi fissi, in tassi d’interesse variabile che, a seconda della congiuntura della transazione, possono risultare più bassi. Per i circa seicento comuni italiani che hanno stipulato questi contratti, le suddette condizioni hanno, in un primo momento, permesso una riduzione dell’indebitamento. Ma quando gli interessi sono cresciuti, gli enti si sono ritrovati, per usare un eufemismo, in guai molto grossi. Questo sistema, oltre a portare sull’orlo della bancarotta (quando non li ha spinti totalmente dentro) comuni grandi e piccoli (vedi Taranto, Milano e il paesino umbro di Baschi), ha “ingannato” 18 regioni e 42 provincie del nostro paese. Il gap complessivo accumulato è di ben 35,5 miliardi di euro!

E’ bene ricordare un fatto curioso: la Goldman Sachs ha venduto titoli derivati simili a quelli in questione al governo greco, per consentirgli di mascherare il suo immenso debito pubblico. La cosa non è propriamente riuscita, ma questa è un’altra storia.

Il circolo vizioso che ha condotto l’Italia in questa situazione è facilmente ricostruibile: con il terzo debito pubblico più alto del mondo, il governo italiano nella smania far tagli a destra e sinistra ha tagliato anche le gambe alle regioni, che ritrovatesi senza fondi hanno dovuto improvvisare. Da quando non c’è più l’obbligo per gli enti locali di chiedere prestiti solo alla Cassa depositi e prestiti, le banche italiane e straniere si sono scagliate come avvoltoi sui nuovi ed inesperti potenziali clienti, convincendoli a stipulare accordi che, per le loro capacità finanziarie, non erano in grado di gestire. Parallelamente i fondi d’ammortamento creati dal governo sono stati gestiti con la stessa superficialità e leggerezza con cui un bambino amministra un pacchetto di caramelle.

Insomma, la lezione impartita dalla recente crisi non è bastata a far capire la pericolosità del nuovo sistema finanziario e dei giochini speculativi messi a punto dalle banche. Già nel 2004, come riporta l’articolo, l’ex ministro dell’economia Siniscalco ha definito “droghe pesanti” questi strumenti derivati. Possiamo solo sperare che l’assuefazione delle PA non le porti tutte all’overdose, perché le conseguenze, così come i costi della disintossicazione, le pagheranno i cittadini. In attesa di un governo all’altezza delle problematiche e delle sfide che accompagnano l’era dell’economia finanziaria (ad ora in realtà ci accontenteremmo anche solo di un governo all’altezza di tenere un discorso politico), a noi poveri italiani, così come ai cittadini di molti altri paesi, non resta che una cosa da fare: stare il più possibile alla larga dalle banche.

To be continued…

Fonti: Internazionale N.838, Anno 17, 19/25 Marzo 2010 – “L’alta finanza tradisce i sindaci italiani”;           http://it.wikipedia.org/wiki/Interest_Rate_Swap

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Quando la “legge dello stato” non significa mai “giustizia” (un discorso a dodici zeri).

A volte bisognerebbe fermarsi e riflettere sul nesso causale di alcuni eventi. Quale momento migliore di ora? In India già da qualche anno il governo firma memorandum d’intesa con multinazionali per l’estrazione di minerali e costruzione d’infrastrutture, con il presunto obiettivo di promuovere lo sviluppo nel paese. Recentemente alcune colline dell’ Orissa meridionale, una regione del paese, sono state vendute alla multinazionale Vedanta, perché contengono importanti giacimenti di bauxite. C’è chi sostiene che ormai su ogni risorsa naturale aleggi lo spettro di un memorandum. I nativi del luogo, per i quali le colline sono una sorta di divinità, non ne sono affatto soddisfatti. Lo stato indiano, sempre in questo periodo, ha lanciato l’operazione Green hunt, una guerra “verde” volta ad annientare l’esercito maoista, considerato il pericolo numero uno dal governo, che si nasconde nelle foreste dell’Orissa, del Chhattisgarh, del jharkhand, tutte località ricche di risorse minerarie. Molti degli abitanti di questi villaggi, ridotti in povertà e continuamente esposti ai soprusi delle milizie popolari e dell’esercito regolare, stanno abbandonando la zona, altri rimangono uccisi negli scontri, altri ancora si arruolano con i maoisti. Il governo indiano, per combattere questa guerra, si avvarrà di ogni strumento a sua disposizione, compresi paramilitari e milizie popolari armate. Queste forze si troveranno davanti guerriglieri che non hanno nulla da perdere, il risultato potrebbe essere una carneficina. Parallelamente, attraverso i mezzi di comunicazione, si sta portando avanti una campagna di demonizzazione dei maoisti (il Partito comunista indiano è oggi fuori legge) e il governo sfrutta la situazione per tentare di eliminare dal paese ogni movimento di resistenza, con il facile pretesto di considerarli simpatizzanti del “nemico pubblico”. Ora, considerando con vena critica questa serie di eventi risulta semplice comprendere che la “guerra contro i ribelli” è uno squallido pretesto per spianare la strada agli interessi di Sua maestà denaro, ma un’accurata riflessione ci permette di prevedere le conseguenze di questa operazione. Un’ottimo spunto ci viene offerto dal giornalista indiano Arundhati Roy, che in un articolo mette a nudo questa imbarazzante situazione. I dati riportati parlano di giacimenti di bauxite del valore di 2.270 miliardi di dollari (cifra che supera di gran lunga il Pil dell’India intera), per non parlare del valore di tutte le altre risorse. L’esproprio delle terre per “finalità pubbliche” volte a progetti di sviluppo sta facendo aumentare vertiginosamente il numero di indiani che rimarranno senza lavoro e senza casa. Il denaro destinato a questa guerra sarebbe stato forse meglio investito per tentare di sanare le vertiginose diseguaglianze sociali di un paese che deve far fronte alle esigenze di più di un miliardo di anime? I più fervidi sostenitori di questo animale selvaggio che siamo soliti chiamare globalizzazione non resisteranno certo all’impulso di farci notare che progetti di questo tipo portano tanti soldi nelle casse del paese ospitante e lavoro per coloro che, a causa dell’inevitabile corso dello sviluppo economico, ne sono rimasti senza. Ci dispiace quasi, con i dati alla mano, rispondere che di quei proventi esorbitanti solo il 7% viene elargito allo stato, e che i nuovi posti di lavoro non basteranno ché per una piccola parte dei disoccupati, per giunta maldisposti al dover lavorare presso imprese che si sono indebitamente impossessati di terre che costituzionalmente sono inalienabili ai legittimi proprietari (art. 5 costituzione indiana). Non è affatto piacevole. Inoltre ricordiamo che con ogni probabilità i proventi delle fortunate multinazionali verranno depositati in banche estere. Insomma, la promessa che queste cessioni faranno lievitare in breve tempo il Pil indiano mette a repentaglio non solo il futuro centinaia di migliaia di persone, non solo l’ecosistema indiano (non va dimenticato che l’industrializzazione ha anche degli elevati costi ambientali), ma anche lo stato di diritto e il sistema democratico. La favoletta della guerra ai terroristi avrà vita breve, le zone interessate sono in stato di guerra, ai giornalisti, volontari e osservatori non è consentito l’accesso, l’aumento della violenza spinge sempre più civili a prendere le armi, presto la situazione sarà fuori controllo e risulterà evidente che tutto è architettato per spianare la strada agli interessi economici. Chi continuerà a vedersi privato dei propri diritti di fronte ad una giustizia inerme inizierà a farsi giustizia da solo, la democrazia diventerà per l’India solo una maschera da indossare durante i vertici internazionali, il sistema rischia di collassare. Inoltre, questo esproprio di terre rappresenta uno dei più ingloriosi abusi su minoranze etniche, anche più eclatante di quelli con cui hanno a che fare le popolazioni indigene del Sud America. Violando i diritti di queste popolazioni si viola il diritto internazionale, che a forza di essere aggirato perderà anche quel minimo di rilevanza che gli è rimasta. L’India dovrebbe imparare dagli errori di noi occidentali. Ragionare esclusivamente in termini economici è un po’ come ragionare solo con il basso ventre, può causare un sacco di guai. Invece di crearsi un identità propria lo stato indiano si sta facendo violentare dalle multinazionali e dagli interessi delle lobby, cadendo nel classico cliché dei paesi che, secondo i nostri sacrosanti parametri, si stanno sviluppando. Pensare a queste cose è necessario affinché ognuno di noi figli del mercato globale possa perlomeno comprendere quali sono i costi, non per sentirsene colpevole, ma per confrontarli con i vantaggi che ne derivano. I costi diretti li pagheranno i civili che, scambiati per miliziani maoisti, verranno stroncati da una pallottola, e tutte quelle persone costrette a fare le valige per lasciare spazio ad un inquilino più ingombrante e fastidioso. I costi indiretti li pagherà l’India, tanto per cominciare, perché questa guerra farà crollare gli IDE, la credibilità internazionale del paese e l’ordinamento interno; dopo l’India il mondo, sul quale, nell’era globale, si ripercuote ogni crisi di grande entità. Ora non ci rimane che stare a guardare il dispiegarsi degli eventi, chi prenderà il sopravvento? Lo stato e le multinazionali, con i loro eserciti e la benedizione del libero mercato, o i rivoltosi, maoisti e senza-tetto, gli indigenti, con le loro armi anch’esse precarie, affamati di cibo e giustizia, e senz’altro da perdere se non la loro dignità? La società civile delle città dovrà scegliere con chi schierarsi. Comunque vada, sarà una sconfitta, per tutti.

Fonti:   La Guerra nel cuore dell’India – Arundhati Roy (Internazionale n.821)

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Il liberismo ha i giorni contati

Il tramonto di un ideale segna la fine di una storia, l’insieme delle idee elaborate dagli uomini, e degli eventi da esse scaturiti, compongono la Storia dell’essere umano. Il liberismo si basa sull’assenza di ideologie, affida la regolamentazione della società ad un arbitro, chiamato mercato, per comprovare la propria innocenza, riguardo le tragedie scaturite sia dall’ideologia bolscevica, sia da quella nazi-fascista. Proprio per questa presunta neutralità il liberismo si caratterizza come ideologia vera e quanto mai tangibile, incentrandosi su produzione, scambio e consumo di beni, siano essi materiali o fiduciari. L’ideologia del neutro, potremmo soprannominarla, in cui tutti indistintamente contribuisco ad alimentare il mercato, e quest’ultimo a sua volta sorregge tutto l’apparato burocratico che gli s’è formato intorno. Noi, uomini e donne del nuovo millennio, possiamo dirci figli, o operai, del mercato, a cui bisogna laissez faire, come dicono i francesi. Il mercato ora è il duce , sono le sue direttive ed i suoi dogmi a farci sentire parte del tutto, a farci appartenere a questo mondo, e la Terra è lo Stato da governare. Il liberismo, inserito nel sistema capitalista, non si distingue dalle altre ideologie che la storia ci rammenda , se non per una intermittente percezione di diffuso benessere. In realtà la fame, la povertà, relativa ed assoluta, le malattie, le disuguaglianze sociali, sono ancora molto diffuse al giorno d’oggi, ma noi siamo stati abituati ad avere fiducia nei genitori, da piccoli, esattamente come ci hanno insegnato ad averne nel il mercato una volta cresciuti. Bisogna essere fiduciosi nel fatto che alimentando questa grande macchina autoregolantesi i problemi svaniscano nel nulla, l’equilibrio viene da sé, dicono. Consumatore e lavoratore hanno lo stesso valore, vivono in funzione della merce che il mercato distribuisce.

Partendo da questi assunti mi auguro innegabili, possiamo ipotizzare che questa enorme macchina un giorno s’incepperà irrimediabilmente, e che inizi a palesare la sua inefficienza anche ai meno avveduti. Chi avrà più fiducia in una macchina rotta? Lo scetticismo generale potrebbe condurre a situazioni paradossali. I ricchissimi si toglieranno tristemente la vita, come i poeti una volta persa la loro musa; i poveri continueranno a non avere nulla, e nel loro nulla materiale riusciranno ancora a trovare la felicità; tutti avranno la loro occasione per sentirsi padroni della propria vita; le multinazionali, distratte, cercheranno ancora di conservare grosse fette di mercato, ed avranno il monopolio sui cocci dell’ ideologia liberista; agli uomini spetterà di nuovo l’arduo compito di appartenere solo a loro stessi, perché non ci saranno più bandiere in grado di rappresentarli. Infiniti gli scenari possibili, bisogna votarsi ad un altro santo, il mercato prima o poi sarà troppo stanco e riuscirà ad esaudire le preghiere di un numero sempre minore di uomini, lasciando a bocca asciutta i più. Lo dicono anche i Baustelle, il liberismo ha i giorni contati, meglio farsene una ragione.

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca 
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok, 
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile…

(Baustelle – Il liberismo ha i giorni contati)

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Non avremmo dovuto…

 

Naufragio

Non avremmo dovuto lasciare tutto il potere agli economisti, non saremmo dovuti restare a guardare la barca naufragare. Non dovevamo fidarci a tal punto degli statisti, non avremmo dovuto abbassare lo sguardo di fronte ai nostri carnefici. Non dovevamo sfiorarci le labbra senza una strategia elettorale, non avremmo dovuto cercare l’amore senza sapere cosa farci. Non dovevamo pensare ad un mondo migliore senza sapere come arrivarci, non dovevamo sperare, non avremmo dovuto affatto sperare. Non avremmo dovuto lasciarci guidare da chi non lo poteva fare, non dovevamo lasciare che fossero i criminali a timonare. Non dovevamo lasciarci coinvolgere in una rissa senza fine, non dovevamo armarci di frasi sperando in un lieto finale. Non avremmo dovuto lasciare che il potere ci prendesse la mano, non dovevamo darci alle fiamme senza controllare che qualcuno ci stesse a guardare. Non dovevamo porgere i polsi perché li ammanettassero senza sforzi, non dovevamo lasciarci coinvolgere in relazioni sentimentali, ma quando ho avuto un po’ di fiducia nel genere umano ammetto di averci creduto, di averci sperato. Non dovevamo farci mettere al mondo, in questo mondo globalizzato, non avremmo dovuto lasciare a pochi la parola di tutti. Non avremmo dovuto sprecare il tempo concesso sperando si potesse rinnovare, l’avremmo dovuto sfruttare, avremmo potuto anche studiare. Non ci saremmo dovuti affezionare agli altri come cani al padrone, non avremmo dovuto prendere tutto senza dare una spiegazione. Non dovevamo chiedere sviluppo ad ogni costo, non dovevamo privatizzare, forse neanche liberalizzare. E tutto questo perché siamo la generazione del condizionale, gettiamo un sasso nel mare e poi rimaniamo lì a guardare. Siamo la gente delle possibilità a breve conservazione e non leggiamo la data di scadenza sulla confezione. Siamo abitanti di una città che contribuiamo a far morire, siamo gli attori di uno spettacolo destinato a non iniziare mai. Siamo colpevoli delle nostre stesse disavventure, siamo noi che fomentiamo le nostre paure. Siamo sempre sul punto di poter cambiare, inventare, provare a ragionare, ma è proprio allora il coraggio ci viene a mancare.

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L’era del sesso economico

Illich

Ivan Illich, una delle menti più geniali degli ultimi decenni, mi ha ispirato qualche considerazione su di un argomento che da tempo mi ronzava in testa, riguardo un aspetto dell’esistenza umana che, purtroppo, già dagli anni che mi hanno visto nascere, ha perso tra i sociologi e nell’opinione pubblica il suo ruolo centrale, finendo per essere considerato desueto, assodato, risolto. Potremmo qui definirlo, per amor di comprensione, la condizione dell’uomo, ma, visto che merita una particolare attenzione, più precisamente della donna, nel nuovo millennio.

Nato in una famiglia di stampo patriarcale e in cui il genere vernacolare, come lo definisce Illich, ha lasciato ancora qualche strascico, sono cresciuto, poi, in un ambiente in cui la donna era il punto di riferimento basilare. Ma, iniziando a sporgermi sul mondo, vedevo intorno a me sempre più esempi di essere umano di sesso femminile aventi atteggiamenti fuorvianti rispetto all’esempio mirevole che ricevevo dalle donne di casa. Pian piano i miei rapporti con l’altro sesso sono andati stabilizzandosi, ma devo ammettere che la strana concezione che me ne feci durante una primissima adolescenza mise a dura prova l’orientarsi dei miei orientamenti, che poi si sono orientati, e mio malgrado in modo da costringermi ad iniziare a capire meglio la psiche di quest’essere, che sembrava seguire evoluzioni differenti rispetto aa quelle dei miei amichetti. Lo scontro cruciale è avvenuto qui, in casa, universitario matricolato contro universitaria, così che mi è stato impossibile tergiversare oltre. Il sessismo, il maschilismo, il femminismo, il patriarcato, le differenze di genere, dovevo assolutamente venirne a capo perché, su argomenti così basilari, non ci si può far influenzare troppo dal dire comune, né in un senso né nell’altro. Accanto a periodiche riflessioni nei boschi alla Huck Finn, mi sono avvalso della collaborazione di tale Ivan Illich ( tra gli altri, autore di Convivialità, Disoccupazione creativa e Elogio della bicicletta), tuttologo sociale, filosofo, pensatore e scrittore austriaco, morto nel 2002 alla felice età di 76 anni. Anche lui, e prima di me, ha pensato bene d’avventurarsi, un giorno, alla ricerca dei misteri nascosti della discriminazione sessista/ di genere.

Nel saggio Genere e sesso, Illich presenta anzitutto il nuovo ruolo della donna nell’era del sesso economico, ossia l’attuale, proseguendo con un’analisi delle radici del genere vernacolare nell’era della sussistenza, resistito a tutto, ma non alle rivoluzioni industriali ed al conseguente ruolo egemonico dell’economia sulle altre sfere sociali, che hanno creato un genere neutro, e al PIL, si sà, non si comanda. Colpiscono molto le accezioni attribuite ai termini, la funzione delle parole chiave, e nel complesso la mira stessa del ragionamento, intuibile già dalle premesse. A grandi linee, possiamo dire che, nel determinare gli usi di una società, ci sono scelte fatte da uomini, ceti, organismi, che, creando una sorta di consuetudine condivisa, impongono a tutti gli altri membri della comunità le linee guida entro le quali vivere la propria vita, ovvero, stilizzando, ciò che è giusto e ciò che invece non lo è. Possiamo immaginare gli esiti delle disquisizioni tra ecclesiasti, aristocratici e nobili, rigorosamente di sesso maschile, che hanno gettato le basi per la società industriale. Potete immaginare che in fondo tutti i sacramenti, a partire dal matrimonio, sono già frutto di una visione non più cristiana, ma distorta da secoli di predominio dei chierici, quindi per sua natura maschilista? Ciò che ho letto mi ha dato le fondamenta, ed è la tesi dello stesso Illich a mio avviso, per affermare che il maschilismo e la discriminazione della donna nella società occidentale è frutto dell’influenza che il Vaticano ha sull’Occidente stesso, ora così come in passato. L’imperialismo non è forse ispirato all’evangelizzazione mondiale che la chiesa ha, dalle Crociate alle missioni gesuite, sempre condotto?

Torniamo al testo, altrimenti non ha senso categorizzare l’articolo sotto “letteratura”. Un dato, per contentare gli statisti, proposto per rendere con chiarezza l’entità  della questione è la media del reddito di una donna in percentuale rispetto a quello di un uomo, circa il 59% (sempre secondo le statistiche dell’82), ma non volendo annoiarvi oltre misura, anche se la tentazione a farlo spesso è irrefrenabile, la tesi di Illich è, sinteticamente, che le rivoluzioni industriali e l’economia di mercato esigevano per i loro connotati un essere neutro capace di svolgere gli stessi compiti, comprare in uno stesso mercato, avere gli stessi bisogni e competere, è qui la novità rispetto al passato, negli stessi settori. Durante l’era del genere vernacolare l’uomo e la donna erano come la mano destra e la sinistra, esorcizzando il paragone dalla visione satanica post-cristiana (la Chiesa è ovunque, bisogna farci i conti) con cui è stata etichettata la seconda, cooperavano in mansioni ben distinte, invece di competere, e che non erano, salvo estrema necessità, assolutamente intercambiabili. L’appartenenza ad un genere allora caratterizzava l’individuo e ne individuava il linguaggio, gli utensili da adoperare, gli animali e le colture di cui occuparsi, provenienti dalle consuetudini di generazioni e generazioni e legittimati dal senso comune, e non élitario. Oggi ci ritroviamo un neutro economico che dovrebbe rispecchiare gli stili di vita e le concezioni, libere da limitazioni di genere, proprie dell’epoca dell’onnipotenza del PIL (pro -capite ad essere generosi) esposto all’anomia di Durkheim, all’alienazione di Marx e alle psicosi di Freud, soggetto alle discriminazioni sessiste che esso inevitabilmente comporta, derivanti, e qui Illich è tanto semplice quanto geniale, dalla competitività che si genera nell’assumere lo stesso ruolo nelle mansioni neutre, ed il lavoro ne è un ottimo esempio, necessarie alla società dei consumi.

La discriminazione sessista, in questa chiave, può essere vista in un certo senso come anomalia che ogni sistema può comportare, il problema è che questa anomalia discrimina la metà degli abitanti del pianeta, quindi non è da prendere alla leggera! Senza dubbio si può congetturare che ciò derivi dalla mentalità maschilista deviata (diretta conseguenza, tra gli altri fattori, dalla concezione cattolica secondo cui “gli apostoli erano uomini”). Questa, in condizioni di competitività, considera naturale e biologicamente legittimo, infervorata dagli evoluzionisti (non dimentichiamoci questa curiosa corrente), assicurarsi un supplemento salariale” premio” per essere nato nel 50% circa della popolazione mondiale di sesso maschile, o abusare del sesso debole, come ai più retrogradi piace ancora chiamarlo.

Il processo che conduce all’eguaglianza, giocoforza, diventa semplicemente un mito prodotto dalla società industriale. Le pari opportunità risultano essere un miraggio, affascinante come la Carfagna, inconsistente come una showgirl. Ma c’è qualcosa di nascosto, sotto questa ingiustizia, e Illich è abilissimo a portare a galla ciò che è sommerso. Lui vede, infatti l’economia come un iceberg, la cui punta rappresenta l’economia reale, lecita e tassabile, mentre tutto ciò che si trova sotto di essa è il sommerso economico, l’economia informale, illecita, il lavoro domestico, o lavoro ombra, di cui il sesso femminile è eletto ad essere a pieno titolo rappresentante. Per l’autore questa base dell’ iceberg è indispensabile, è questa che ha salvato l’Italia dai periodi di crisi. Ma la donna quindi, per lo svolgimento del suo lavoro non retribuito, viene fatta coincidere con il sesso servile che, quando non compete con l’uomo sul mercato del lavoro, deve gestire la casa in virtù di colui che, per antonomasia, porta il salario a casa. Esempi agghiaccianti presenti nel libro mostrano una dipendenza dell’uomo dal lavoro domestico femminile che ha dell’imbarazzante. Oggi magari questa dipendenza è lievemente diminuita, ma il paradosso è chiaro, una burla che ha dell’inverosimile!

Considerando però il tacito assenso di una seppur piccola fetta del genere femminile al concetto aberrante (ma, lo si vede dall’attualità al lavoro, predominante nel nuovo millennio) che si ha del ruolo della donna, il femminismo, dato il temine di per sé discriminante, potrebbe non essere la soluzione. Dire che bisognerebbe sedersi tutti a tavolino, a fare quattro chiacchiere, per accordarci, una volta per tutte, sull’assunto logico che un sesso, o genere, non può esistere senza l’altro, oltre che per la procreazione, per le peculiarità che contraddistinguono l’uomo e la donna, e dichiarare questo assurdo, anche se accattivante, fingere di essere neutri una enorme farsa, insomma, sperare che la cosa possa risolversi con una presa di coscienza comune è un finale troppo smielato? Allora a mali estremi, boicottate donne, e lasciate che gli uomini si cambino il pannolino da soli. Vedremo così se la impariamo una buona volta la lezioncina sui pari diritti e sulle pari dignità, visto che l’istruzione pubblica sembra aver inasprito, invece che ridotto, le disparità.


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