Archivi tag: Argentina

Diario di viaggio (Giorno 9)

Ultimo giorno ad El Calafate. Ieri ero bukowskianamente provato, ma oggi va decisamente meglio (salvo per i postulati onirici e i costrutti verbali di mio padre, movente delle mie turbe, che mi rimbalzano ancora in testa da parte a parte, ma che come un’eco si dissolveranno presto). Questa giornata l’abbiamo passata su di un lussuosissimo catamarano che ci ha portati a zonzo per il Lago Argentino; tema principale, ovviamente, i ghiacciai, che ho continuato ad ammirare sbigottito (non è uno spettacolo che annoia facilmente). Già ieri, magari in maniera un po’ approssimativa, vi ho accennato al colore vivo di queste enormità, che ho scoperto capaci di estendersi per decine di chilometri. Per la prima volta mi sono trovato a pochi metri di distanza da un Iceberg (tipo quello che ha causato la tragica fine del Titanic, per capirci); è impressionante il fatto che ciò che si mostra in superficie sia soltanto il 10-15% della massa totale. Null’altro da aggiungere, il resto lo lascio alle immagini e alle immaginazioni. Scesi dal catamarano incrocio una ragazza, con alle spalle almeno un quarto di secolo, già vista nella Penisola Valdes. “Hola”, mi dice. Ero convinto fosse italiana, ma magari lei ignorava che lo fossi anch’io. Dettagli. Domani ritorno a Buenos Aires, sperando di riuscire a mettermi in contatto con Marcelo e la sua compagna Marcela. Per ora non c’è altro da aggiungere, in attesa dell’epifania.

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Diario di viaggio (Giorno 6)

Ho tanto arretrato da smaltire, sperando che la memoria mi assista. Ushuaia, la fine del mondo. Dall’albergo non sembra male. Ieri ho dovuto chiedere alle mie deboli gambe di tenermi in posizione eretta per diciotto ore, di conseguenza ora, all’aeroporto (lo so, lo sto facendo di nuovo), mentre mi appresto a partire per El Calatafe, ho esattamente l’aspetto di uno che ha dormito poco e non ne è troppo contento, io. Ma è di ieri che dovevo parlare: per prima cosa, in mattinata, ci hanno condotto (esattamente come si fa nelle gite scolastiche) nel Parco Nazionale della “Fine del Mondo”. Qui c’era un trenino ad aspettarci, lo stesso trenino che dal 1900 al 1920 trasportava i detenuti dal carcere di Ushuaia nei boschi, dove, sotto la supervisione di guardie (suppongo) non troppo simpatiche, erano soliti tagliar la legna. Devo dire che avrei preferito qualcosa di più allegro per partire, ma va bene ugualmente. Nello scompartimento davanti al nostro c’era una famiglia papà-mamma-figlia-figlia, presumibilmente argentini. Avrei voluto dire al padre che aveva due figlie molto belle, ma non credo avrebbe reagito bene. C’est la vie. Alla fine del viaggio c’era Ignazio, la nostra guida, che ci ha accompagnati nel parco. Dalle fitte distese di alberi che si riflettevano nel lago, dalle cime innevate, dall’aria che ti entrava nei polmoni forse riuscivi ad immaginare il perché di “fine del mondo” (oltre alla spiegazione empirica, ossia perché, noterete anche voi, la punta dell’Argentina è situata vertiginosamente vicina all’estremità inferiore della cartina). Non sono molto bravo nel descrivere paesaggi, ma il posto ispirava molto. In confronto, l’escursione pomeridiana non è stata esaltante, prevedeva un giro in catamarano nel mezzo, tra la costa cilena e quella argentina. Non sono mancati pinguini, leoni marini e quant’altro, ma io più che altro chiudevo gli occhi ovunque mi capitasse di appoggiarmi. Finito questo, mio padre si era impuntato che voleva comprarsi una borsa in pelle e, anche se non aveva un’utilità concreta, non c’era verso di dissuaderlo. Le commesse del negozio erano tutte molto timide, noi gli ultimi clienti prima della chiusura, di conseguenza vi lascio immaginare i silenzi imbarazzanti. Per tutti tranne che per mio padre, lui non si imbarazza. Prima dell’ultima escursione io ero a pezzi, completamente annullato, ma si doveva fare, ormai. In autobus, oltre me e mio padre, ritrovo la coppia di sposi che eroga sigarette, scopro una famiglia dai lineamenti asiatici, sempre due figlie ma questa volta c’è anche un terzogenito,e due fidanzati, una gita tra pochi intimi. Le due ragazze, dai sedili prossimi al mio, se la ridono. Io no, metto le cuffie e mi addormento. Arriviamo in prossimità di una pizzeria dove poi avremmo cenato, quasi dentro il bosco, al calare del sole, e troviamo, pronte per noi, due 4X4 che avrebbero dovuto portarci all’interno del bosco dove avremmo spiato i castori mentre costruiscono dighe (si, i castori fanno anche questo oltre a pubblicità di dentifrici). Io e mio padre avevamo un 4X4 tutto per noi (al ritorno guido io), gli altri sono saliti sul secondo, più grande. L’escursione è stata uno spasso, per raggiungere i punti di avvistamento migliori dovevi superare una sorta di percorso ad ostacoli naturali (alle ragazze dai lineamenti asiatici non sembrava piacere molto, al piccolo si), i castori fanno uno strano effetto dal vivo, sembrano meno gioviali di quelli in tv e, finche siamo stati lì, non hanno aggiunto un neanche un pezzettino di legno alla diga in costruzione, al più mangiavano. Qualche informazione: i castori mettono su queste dighe allo scopo di proteggersi dai predatori, ma, essendo stati portati qui dal Canada, non hanno alcun predatore!Ne vogliamo parlare di che vita agiata vivranno loro e il loro pargoli? Magari un’altra volta, parliamo del ragazzo con la fidanzata: scendeva dal bus con camicia di flanella rigorosamente a quadri, Ray-Ban a goccia viola e cappellino con tanto di pon pon multicolore, immaginate il tutto indossato da un tipo simil-Johnny Deep, fantastico. A cena (una tavolata multietnica dove italiano, inglese e spagnolo si rincorrevano per riuscire a dare un senso alle frasi dei partecipanti) scopro che sono entrambi di Buenos Aires e che sono belle persone. Mi hanno lasciato il loro indirizzo emmessenne e detto di chiamarli quando sarei arrivato a Buenos Aires, una birra magari. Credo che li rivedrò. Anche una delle ragazze dai lineamenti asiatici mi ha lasciato il suo contatto, per scambiarci le foto della giornata, dice. Le scrivo il mio. Sono tornato in albergo sereno e ho letto qualcosa, giusto per stemperare. Non ricordo altro, ora sono a El Calafate, ma ne parleremo poi. Per ora è tutto.

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Diario di viaggio (Giorno 4)

Oggi per la prima volta in vita mia mi ritrovo a scrivere in un aeroporto, mi chiedo se sia preoccupante aver già cominciato a fare queste cose bizzarre, come ammazzerò il tempo quando mi sarà passata questa fissa dei diari di viaggio? Uno degli interrogativi che considererò a tempo debito. Trelew. Destinazione: Terra del Fuoco. Il nostro aereo è in forte ritardo. Poco male penso, non dovrò preoccuparmi di scrivere come al solito alterato dall’ebrezza. Forse quindi risulterò più noiosa del solito. Tanto per cominciare questa mattina abbiamo fatto una visitina al museo paleontologico di Trelew, suggestivo, la musica del video sulle origini del mondo era troppo coinvolgente, molto Tool. Anche oggi, come guida, c’è capitata una figlia dei fiori, tant’è che inizio a credere che qui sia una sorta di denominatore comune, e questo è un bene. Ad un certo punto deve aver detto una cosa tipo “in Patagonia il vento a volte soffia così forte che spazza via anche i brutti pensieri”, ma oggi non tirava un filo d’aria. Ora ne ho la conferma: in Patagonia ci sono più pinguini, cira ottocentomila, che abitanti. La riserva di Punta Tombo è il loro regno, ti permettono di entrare, ma rispettando alcune regole, e da quanto dice la guida non è saggio far incazzare tutti quei pinguini. Il pinguino è un uccello che non sa più volare, è un ottimo “marito” e come tutti sapete, pur non essendo molto sciolto, se la cava sia su terra che in acqua. La ragazza che siede dietro di me nella sala d’attesa ha uno sguardo serioso, non deve aver avuto una buona giornata, chissà. Prima di arrivare nella riserva abbiamo fatto tappa nel Chubut, dove un gallese ha spinto alcuni suoi connazzionali a migrare, per poter adoperare liberarmente la loro lingua madre e non essere costretti a dimenticarla a forza di parlar inglese. Una volta arrivati in questo paesino di cui, ovviamente, già non ricordo il nome, abbiamo ordinato un thè che ci è stato servito accompagnato da una serie infinita di dolci tipici. Avrei voluto avere uno stomaco che riuscisse a contenerli tutti, ma non è così. Ce n’era uno che pare riesca a conservarsi morbido per un anno, per questo è tradizione utilizzarlo come ultimo strato delle torte nuziali, per mangiarlo il giorno del primo anniversario. Ho conosciuto anche dei brasiliani oggi, un po’ troppo nazionalisti forse. Domani Ushuaia.

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Diario di viaggio (Giorno 3)

Ieri non ero propriamente in condizione di scrivere un diario. Ci hanno consigliato un ristorante leggeremente fuori la zona turistica per cena, una terrazza sull’oceano molto intima, con pochi tavoli, ma evidentemente di un certo prestigio. Fatto stà che io e mio padre, dispersi ormai nei meandri dei discorsi pseudo-politici e dei sillogismi socio-filosofici su droghe e proibizionismo (ridendo e scherzando, insomma) abbiamo finito con lo smezzarci due bottiglie di buon vino bianco e del wiskey; cosicchè, tornati in albergo, abbiamo pensato di fermarci al bar a bere Quilmnes* (madornale errore scendere di gradazione). Da lì in poi non ricordo più nulla e, di conseguenza, non ho scritto; peccato. Per il resto nulla di eclatante: arrivo a Puerto Mardrin accolti da una guida identica (e giuro identica) al cantante dei System Of A Down. Nel tragitto aereoporto-hotel stringo amicizia con una coppia di inglesi (con lui, per svagare un po’,parlo di politica). Dopo essermi schiarito le idee bevendo del vino, sempre in compagnia di mio padre, ho pensato di fare il primo bagno del duemilaotto nell’oceano. L’acqua era così ghiacciata che il freddo te lo sentivi entrare fin nelle ossa, da brivido. A dirla tutta non è che qui le spiagge siano propriamente stupende, ma sono libere, la gente beve il mate**, con trentadue gradi, un’altra mentalità. Alla cena ho già accennato; un momento esilarante è stato quando mio padre ha tentato di persuadere la cameriera a darmi un bacio. Lui c’è riuscito. Io ho rifiutato, non mi sembrava spontaneo. Peccato che la razionalità non mi abbandoni neanche in suolo straniero, ubriaco per giunta; ma questa è un’altra storia. Sbalorditiva è, inoltre, un’altra questione: nonostante il mio essere intrinsecamente introverso, in questi pochi giorni ho socializzato con moltissime persone, a conferma del fatto che ciò che mi circonda influenza il mio modo d’essere molto più di quanto realmente vorrei. Ma stò divagando un po’ troppo, questa mattina avevo un tremendo dopo-sbronza (qualche traccia la porto ancora adesso), ma questo non mi ha precluso il giro previsto per la Penisola Valdes. Il paesaggio è per lo più desertico, la densità di popolazione è molto bassa e questo lascia libere immense distese di terra. Per prima cosa abbiamo preso uno scafo che ci ha condotti dov’erano appostati i leoni marini, non credo che abbia fatto loro molto piacere però essere disturbati nella loro intimità, in stagione riproduttiva oltretutto. Una coppia di novelli sposi ha provveduto al mio fabbisogno di nicotina, dopo un po’ non dovevo neanche più chiederle. Per la prima volta ho visto i pinguini, che in questa regione sono più numerosi degli esseri umani, e quando nuotano sono davvero molto buffi (anche sulla terra ferma, in effetti). Il comportamento di due specie di animali mi ha colpito in particolar modo: c’è quest’incrocio tra un canguro e una lepre, di cui non ricordo già il nome esatto, se lei muore il maschio si lascia morire di fame di fianco a lei ma, ahimè, se è lui a venir meno la femmina deve trovare qualcun’altro con cui proseguire la sua vita; seconda specie, gli elefanti marini, enormi, come ci ha spiegato la nostra guida hippie si concedono spesso a lunghissimi periodi di inattività durante i quali non fanno assolutamente nulla, fantastici. Da ultimo, in questa riserva incontaminata dove riposavano appunto gli elefanti marini, la nostra mentore ci ha invitati ad ascoltare la natura. Non so cosa intendesse con precisione, ma io, forse, qualcosa ho sentito.

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* La birra Argentina più buona in assoluo.

** Jerba Mate, tipica bevanda argentina a base di un’erba messa a piantagione in campi sterminati, non allucinogena, tipo thè.

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Diario di viaggio (giorno 1)

Quando si dice “una giornata interminabile”. Il viaggio finora è stato tutto un correre dietro alle coincidenze, il treno per Roma che giustamente rimane fermo in aperta campagna, prendere al volo la navetta per l’aereoporto, cercare mio padre nei meandri dei parcheggi di Fiumicino, il volo dell’esigua durata di quattordici ore…coincidenze insomma. Fin da quell’altitudine ho iniziato ad avvertire il calore della gente, fare conoscenze non sarebbe certo stato un problema. Poche parole su Buenos Aires, visto che oggi eravamo qui solo di passaggio, che ci torneremo e che la mia autonomia sta scemando: la città è enorme, difficile immaginarsi quanto davvero lo sia, ed in ogni dove è possibile scorgere segni del fatto che è viva. Plaza de Mayo è ancora piena di striscioni e transenne, segni dell’ultima ed evidentemente recente manifestazione popolare. Circondata dagli edifici più importanti della città, come la Casa Rosada, sede del governo, è il luogo dove le madri dei desaparecidos vengono a ricordare la scomparsa dei figli. La Boca è sicuramente una delle più straordinarie esplosioni di colore che possa capitare di vedere nella vita, nonostante la sua notoria povertà. E’ una forma di profitto, un mezzo di sostentamento per chi abita lì, ma il quartiere è costantemente una festa di artisti di strada, dipinti, oggetti impensabili e tango; i ballerini hanno un quid che ti affascina a tal punto che ti perdi a guardarli, e non sai spiegarti il perchè. Le strade esplodono di gente, infinite tipologie di persone, che ti verrebbe da passare giornate intere a guardare i loro volti ed immaginarne la storia. Non si trovano molti cassonetti della spazzatura, è più comune trovare montagne di spazzatura abbandonata per strada, a volte vedere persone che vi rovistano, non di rado bambini; queste immagini insieme agli edifici titanici delle multinazionali minano un paesaggio altrimenti irreale, come degli estranei in una foto di famiglia. Ora sono davvero stanco, riprenderò domani. Ad ogni modo, isolati dal mondo che quotidianamente ci appartiene, non si stà affatto male.

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