Parliamone

Dialoghi

Questa è una pagina difficile, complessa. L’argomento è dei più delicati, ma penso che non possa essere evitato. Il Dialogo, quell’azione miracolosa che è il parlare, che ci consente di comunicare ma che a diversi livelli rende la comunicazione difficile. Pensate a quante cause, il differente grado d’istruzione, la provenienza, gli interessi, la personalità e quante altre ne potremmo menzionare, insomma, pensate quante sono le incompatibilità che, in un modo o nell’altro, generano quelle situazioni in cui, durante una conversazione, nonostante gli sforzi degli attori, ci s’accorge dell’incomunicabilità. L’incomunicabilità, per come la vedo io, è quell’anomalia del parlare, che può derivare da una moltitudine di cause. Sicuramente alla base c’è un errore, ma quale può essere l’errore, quando si parla? Non si tratta certo di grammatica o di ricchezza del lessico, anche se rimangono variabili influenti. Credo ci sia qualcosa di più profondo alla base di questo problema che è, evidentemente, una piaga che affligge il mondo da tempi remoti, e che le telecomunicazioni non sembrano aver risolto , come poteva essere auspicabile. L’incomunicabilità inoltre può essere ritenuta causa di molti problemi che, da questa, si generano nella società, ma torniamo sull’errore. Per scovarlo, e preannuncio che io non ci sono certo riuscito, dovremmo analizzare con cura l’ontologia, per così dire, del parlare. Quando portiamo avanti un discorso, di una qual si voglia specie, nelle nostre argomentazioni inseriamo innanzitutto le nostre conoscenze, ma anche il nostro personale pensiero, le convinzioni, i preconcetti, insomma il modo di essere, qualcosa di inevitabilmente molto personale che influirà su quello che diremo. Possiamo quasi azzardarci a supporre che, il parlare, sia una sorta di momento dialettico, la sintesi proveniente da una tesi, che potremmo individuare nel modo di essere, o nel come l’individuo crede di essere, e da un’antitesi che rappresenterà il confronto tra il modo di essere e le conoscenze in merito all’argomento. Questo dovrebbe impedire alla persona di fare esternazioni che, anche per conoscenza di chi le pronuncia, non hanno un senso logico, e al contempo dovrebbe convincere la persona a parlare solo in base alle sue conoscenze, in mancanza di queste infatti non potrà esprimere giudizi o dar spazio ai semplici pregiudizi (tutto questo in linea teorica e vagamente logica). Insomma, giostrandosi bene tra questi aspetti dovrebbe/potrebbe risolversi qualsiasi problema che potrebbe dar adito ad incomunicabilità. Da questo discorso sembra logico dedurre le cause dell’impossibilità a comunicare: avere un’immagine deviata di se, parlare senza avere conoscenze e senza chiedere, nel qual caso, spiegazioni (cosa che cozza un po’ con l’orgoglio, ad esempio), travisare volontariamente la realtà per fini personali. Ma visto che l’ambito del dialogo risulta essere molto esposto alla relatività, non possiamo dare una risposta certa, ma formulare molte ipotesi sì. Qualcuno si sarà fortuitamente accorto che da qualche tempo a questa parte pubblico di tanto in tanto degli spezzoni di dialogo. Con questa chiave di lettura spero potrete comprenderne il senso fin’ora dubbio. Di alcuni personaggi, da ciò che dicono, da come si esprimono, è molto semplice capire come sono, e cosa pensano. E’ al contempo semplice capire se le loro frasi sono coerenti con la personalità e quando invece non lo sono. Per altri è più difficile, ma in ogni caso possibile. Credo siano discretamente verosimili, quindi analizzandoli dovrebbe essere possibile formulare ipotesi sui possibili errori che minano la comunicazione dei protagonisti. E’ un discorso molto ampio naturalmente, e la mia interpretazione sarà senz’altro piena di punti deboli ma, d’altra parte, parliamone.

In cucina. Avvolti in una coltre di fumo…

A: “Eh, caro mio. Nella vita devi buttarti, non puoi star lì a considerare tutto ciò che può accadere, fa semplicemente ciò che ti senti, e vedrai che le cose andranno a meraviglia.”
B: “Ah, no! Ti sbagli. Se ti butti, poi ti succede che rimani a fondo. Non ha senso buttarsi, se consideri le possibilità che hai. Dopo averci pensato un po’ sopra, arrivi a delle ipotesi non- falsificabili. Non vere, certo, non possibili, non probabili, bensì non- falsificabili. Lo diceva Karl Popper, e sapeva il fatto suo! Ed è così che a parer mio bisognerebbe procedere in ogni relazione interpersonale. Nulla di più semplice, in fondo.”
A: “Ah si, si certo…” (guardando compassionevolmente l’amico)

In terrazza. Il sole splende e gli uccelli rumoreggiano…

A: Ti trovo decisamente meglio oggi, decisamente meglio…Hai anche preso un po’ di colorito, bravo!
B: Non complimentarti con me, caro amico, io non ho meriti. Leggevo per evadere, come spesso mi capita, e inavvertitamente mi son imbattuto in ciò che faceva al caso mio!
A: Ci risiamo, stavi leggendo un’altra di quelle interminabili epopee ottocentesche? Devi finirla con quella roba, dovresti provare qualcosa di più soft!
B: Ho provato con le romanzate adolescenziali all’italiana, ma non ci dormivo la notte, mi intimoriscono quelle cazzate, mi fanno pensare alla fine del mondo. Meglio qualcosa di più ragionato, ma ad ogni modo non è questo il punto. Insomma, i miei occhi avidi di risposte si sono messi a leggere e rileggere una frase. La sostanza è che, per quanto voglia impegnarmi, ragionare, impostare ipotesi di non-falsificabilità, non riuscirò mai ad avere pieno controllo sulla mia vita, su ciò che mi succede, capisci?
A: Beh, mi sembra del tutto naturale, non vedo cosa ci trovi di così sconvolgente.
B: Come, non capisci? Non è affatto naturale, e fin’ora sono stato sempre pervaso della convinzione di essere l’unico artefice del mio destino, e ho preteso da me cose che in realtà non erano proponibili, ecco perché mi avvilivo a tal modo!
A: Bravo, mio buon compagno, così devi dire! Basta con tutte queste turbe mentali, con le psicosi. Sii persona semplice e come tale fai del tuo meglio.
B: Ora lo ben so, ma è stata la ragione a condurmi fin qui, e sarà lei ad indirizzarmi ancora nei momenti di indecisione, mai il caso. Guarda come l’ignoranza, e forse il caso stesso, hanno ridotto questo paese!
A: Che noia, sempre con queste storie sulla società, sulla cultura, sulla determinazione! Vuoi finirla una buona volta con i tuoi soliloqui, che annoiano la gente, e provare a vivere più serenamente?
B: Forse hai ragione, ma che importa? Ne trovi quante ne vuoi, qui da noi. Persone che vivono alla giornata e che non conoscono il principio di causalità, perché essere come loro? Dove ci sta portando tutto ciò? No, fratello mio, l’unica cosa che mi diverte davvero è burlarmi di questa gente. Se riuscissi a provare compassione per loro sarei un uomo buono, ma forse non lo sono. L’importante, se vuoi la mia, è non ritrovarsi un giorno sdraiato sui propri rimpianti a maledirsi per ciò che non è stato fatto e per ciò che è stato fatto male. Se questo fa di me uno psicotico, sociopatico per giunta, che sia.
A: Non c’è proprio speranza con te, eh? Ebbene arrivederci, non son più in vena di sentirti blaterare, la prossima volta spero di trovarti più accomodante.
B: Ti capisco, arrivederci… (proferisce tra sé e sé, con l’amico ormai distante)

Nello studio. Già nel vivo di una conversazione, entra un nuovo personaggio…

A: Ma si può sapere che cosa stai dicendo?!

B: Quello che dico è assolutamente normale, non guardarmi come si fa con gli psicopatici. Io-io dico solo che dovrei andare via per un po’. Staccare con le solite storie, con le consuetudini deumanizzate che affollano le mie giornate. Più cerco di farmi esterno al mondo, più quello mi si attorciglia al collo, che diamine! O finirò come un esistenzialista nevrotico.

C: Ma dove te ne vuoi andare? St’estate tutti in Spagna, partiamo in massa, ti assicuro il delirio!

A: Complimenti, ora scoprirai cosa comporta dire frasi sconvenienti. Ora inizia… (volgendo gli occhi al soffitto ingiallito)

B: Cosa? Ahahah, che spiritosaggine, caro compagno! Se era un po’ d’ilarità, per tirarmi su il morale, quella che  volevi suscitare, mi congratulo, ci sei riuscito (con la voce più calma di quanto lasciasse intendere il sorriso sinistro).

C: No, ma che vai dicendo? Si parte davvero per la Spagna! Dai, andiamo al bar in centro, beviamo qualcosa, ci saranno sicuramente gli altri, così ne parliamo. Devi assolutamente venire con noi!

A: … (guarda C allibito,e  teme il peggio)

B: La Spagna, il bar, gli altri, hai-hai perfettamente ragione! E’ questo il problema, per questo ti dicevo che dovevo andar via. Il bar, per così dire, è un posticino oggettivamente brutto, e triste, e- e terribilmente statico. Il parco che lo circonda è insulso, e di notte tendente al tetro, maltenuto, che ti vien pena per gli alberi che son costretti a guardare lo spettacolo che gli si presenta ogni giorno. E inoltre, ma non ti accorgi che piove? Persino i preistorici quando il tempo era ostile si riparavano nelle caverne, e invece quel bar è talmente piccolo che riesci appena a prender da bere e poi via, tutti fuori col sole, il vento, la pioggia e la neve. Ma quando grandina, ci andate? E poi gli altri, ma gli altri chi? Io e gli altri non parliamo più di nulla che non siano convenevoli, e già da tempo non abbiamo molto da spartire. I più mi pare di conoscerli appena. Prima o poi diventeranno il mio inferno, e La nausea l’ho solo sfogliato. Inoltre mi sembra che anche tra voi non abbiate molto da dirvi. Insomma, non si trova un argomento universale di cui parlare, se esce fuori è minimizzato e il discorso muore prima di iniziare, e si finisce a parlare delle proprie giornate, delle feste passate, di chi fornica con chi. E in tutto questo c’è qualcosa di strano. Usate poco il futuro, ecco che c’è, e abusate del presente, e del presente storico ovviamente, simil cronaca. Inusuale per esseri umani con ancora così poca vita alle spalle. Poi questo viaggio in Spagna. Io ti dico che voglio un viaggio per evadere, e tu mi proponi un viaggio con persone che, per le scarse possibilità di condivisione, vedo già troppo spesso? Ti dirò, ti ringrazio per l’offerta, ma contavo di viaggiare solo, e puntare oltreoceano. Quanto all’uscita, sarà per un altra volta. Che vuoi farci, il tepore di casa, del buon vino. Saluta tutti!

C: Puah, sei malato! Tu che fai, vieni? (fa ad A, già sulla porta)

A: Passo anch’io. Nel caso ci sentiamo più tardi, hasta luego!

C: Sì sì, prendi per il culo anche tu. Addio. (esce contrariato sbattendo la porta. A e B si guardano, ridono.)


Un ragazzo ed una ragazza sono soli, seduti su di una panchina in una piccola piazza illuminata. E’ notte fonda, è ormai da ore sono lì, e parlano…

B: Ma ci pensi mai a tutte le possibilità che hai, alla tua età? Ma come riesci a lasciarti trascinare così dalle circostanze? Io proprio non capisco. Più vai avanti e più tutto sembra diventare un casino, più trame che s’intrecciano, le scelte fatte diventano irreversibili, le responsabilità t’annegano, e ti schiacciano. A volte sembra che i grandi non abbiamo neanche troppo tempo per riflettere, ecco come finiscono per fare tante stronzate, figurati se gli resta tempo per gli interessi. Il tempo dell’estro e della fame di sapere e del nuovo è per forza di cose ora, come fai a stare così inerte?

D: Ma questo non è affatto vero! Il fatto che io mi lasci trascinare da situazioni che non incarnano i miei interessi non vuol dire che non mi piacciano, e il fatto che mi facciano “perdere” tanto tempo non mi impedisce di dare spazio ai miei interessi. Certo, potrei fare di più, i mezzi li ho, ma se non posso decidere di perder tempo ora, quando, seguendo il tuo ragionamento, potrò farlo? Ma cosa sei, una specie di capitalista del tempo, che pensi sempre ad ottimizzare ogni cosa? Che dici di scordare i pasti, addirittura? Questo, mio caro, come tutti gli eccessi non è salutare!

B: Ti do ragione, ma in parte, perché sono convinto che il tempo del bar sia la vecchiaia, è quello il tempo dei gesti consueti, statici e riflessivi. Ma anche ammesso che a buon ragione tu mi dica che ti prepari per i grandi sforzi della vita, godendoti ora un po’ di relax, a sentirti parlare questo limita di buona misura i tuoi interessi, che si sentono sottorappresentati e protestano nella tua mente, nonostante i tuoi sforzi, ancora attiva. Sarò anche un capitalista del tempo, come mi dipingi tu, ma non è colpa mia se sono assuefatto dal sapere, affascinato dall’intelletto e dalle sue potenzialità, estasiato dalla moltitudine di forme della conoscenza. Anzi, ti dirò, a volte mi rammarico e spesso colpevolizzo per il tempo che anch’io perdo in sciocchezze e palliativi ma, d’altra parte, non aspiro certo alla genialità, quella è di chi ce l’ha, ma ne sono attratto, questo sì.

D: Sarà che in fondo il tuo discorso ha una logica sua, ma ripeto, la estremizzi e rasenti la pazzia. La tua è una specie di mania, come se credessi che nel sapere sia rinchiusa la salvezza dell’umanità. Che strano che sei! (dice lei, visibilmente divertita. Lui sospira e non ride.)


Sdraiato sul classico lettino in pelle, ormai da un’ora un ragazzo racconta i fatti suoi al suo psicanalista di fiducia…

Dott: Ma torniamo a quella notte. Cos’è successo, precisamente, dentro di lei quella notte?

B: Non saprei dirlo esattamente. I ricordi sono ancora nitidi, ma ai sentimenti ostili s’è aggiunta l’impotenza del tempo trascorso. Sono stato sopraffatto dalle emozioni, che si sono accalcate tutte ostruendo l’uscita a vicenda. Sono rimasto inerme d’innanzi alla devastazione. Ho girato un attimo le spalle al genere umano e quello mi ha accoltellato proprio la scapola sinistra, sanguinavo e nessuno ha cercato di tamponare la ferita, perdevo i sensi e nessuno lì a sorreggermi. Ho odiato tutto e tutti, fino all’ultimo, incluso me medesimo, per quell’errore grossolano.

Dott: Interessante… E a quel punto come ha reagito?

B: Ho ripensato ad un libro di Hesse letto tempo prima, sentivo il lupo prendere il sopravvento, così per non mostrarmi debole mi sono appartato. Ho preso a medicare da solo la ferita, il dolore dei punti di sutura mi ha sovraeccitato. Pensavo alla sofferenza che avrei inflitto ad ognuno di loro, li guardavo mentre cantavano, ballavano e si ubriacavano, indifferenti e ignari, mediocri, e pensavo a quando avrebbero avuto loro bisogno di me. A quando li avrei accoltellati a mia volta, assicurandomi di girare il coltello tre volte nella ferita, cosicché il sangue sarebbe scivolato giù a fiotti. Allora non avrebbero avuto bisogno di voltarsi per conoscere il volto del loro carnefice, da quella notte, non c’era alcun dubbio che quel volto sarebbe stato il mio.

Dott: Lei è dunque un vendicativo, di indole aggressiva?

B: Nient’affatto! Nient’affatto, le dico. Fino a quel giorno la moderazione, la concordia, l’abnegazione avevano governato il mio spirito. Ma quella notte è stata la rivoluzione. L’opposizione, violenta e assetata di rivalsa ha urlato nel parlamento della mia mente che il pensiero maggioritario aveva fallito, si era dimostrato incapace di governare le contingenze della mia vita. E gli arti, le vene e il sangue che dentro esse scorre, i muscoli e le ossa, la cane, hanno subito appoggiato questa nuova e affascinante idea di rivalsa, inveendo contro la parte docile della mia essenza che non un’altra offesa sarebbe stata lasciata impunita, non un’altra ferita si sarebbe rimarginata senza conseguenze. E gli autori dei misfatti presenti e passati sarebbero stati puniti con la legge del taglione.

Dott: Ma cosa precisamente vi ha portato ha tanto odio? Tutto ciò ha dello straordinario, e ancor più sbalorditivo è che una persona apparentemente equilibrata come lei si sia rivolta a me. Cosa vi ha cambiato? Cosa vi ha rovinato in tal misura?

B: L’essere ospite trattato senza i sacri crismi. Il rispetto che non viene ricambiato. La sincerità ripagata con la menzogna. L’assurda bacatezza dei miei simili. Il mio odio è figlio delle loro azioni, e la mia rovina il non sapermene allontanare a sufficienza. Ora un conto è stato lasciato aperto, e per amor della mia dignità io devo saldarlo, a modo mio, sia chiaro, non con i loro mezzi squallidi e fetidi, ma dovrà avere lo stesso effetto se non di portata più ampia, o i miei polmoni non torneranno a respirare come un tempo. Mi aiuti, la prego, perché non riesco più a controllare la mia parte malvagia, ed ho il terrore di dove potrà condurmi. Mi salvi lei, mi indichi la strada verso la salvezza, perché da quella notte non mi è più concesso di smettere di pensare.

Dott: Tutto questo è molto interessante. Ma in tempo a nostra disposizione è terminato, ne riparleremo al prossimo incontro.

B: Come, è così che mi liquidate? E’ questa la soluzione freudiana ai problemi degli psicopatici? Quando, quando avrò le mie risposte (con i nervi a fior di pelle)?

Dott: Approfondiremo l’argomento la prossima settimana (proferisce senza scomporsi).


All’interno di una macchina parcheggiata male, coi finestrini fumanti appena aperti, giusto per non morire di asfissia, due amici parlano di uno dei temi più inflazionati degli ultimi due millenni…

B: C’era una volta l’amore, ma ho dovuto ammazzarlo…

A: Come dici scusa?

B: No nulla, un libro che lessi tempo fa’, che chissà perché mi è tornato or ora in mente. Secondo te, si può arrivare al punto di dover ammazzare l’amore? E’ un gesto piuttosto estremo, a pensarci, potrebbe non tornare più, poi.

A: Mah, sì. Direi che ci si può arrivare, come si può arrivare al punto di uccidersi per amore. Insomma, capisci? Perché ci dovrebbe andare sempre di mezzo chi ama, e mai l’amore stesso? E’ limitante in condizioni di aut – aut.

B: Cazzo è vero! Non c’avevo mai pensato! Anche perché se dovesse finire sempre male per il soggetto amante, Kierkegaard verrebbe decapitato. Che interpretazione opportunisticamente geniale! Far fare la fine del pollo arrosto all’amore, così da poter passare dallo stadio edonistico a quello etico della vita!

A: Non corriamo troppo, adesso. Io lo dicevo per salvare la pelle, mica per darsi alla religione, altrimenti passi dalla padella alla brace!

B: Maledizione hai ragione! Ma allora, come, come dovremmo vivere? Non vorrei sembrarti aristotelico, ma né il buon Soren né gli altri ci illuminano poi tanto sul fatto in questione. Oltre tutto sto attraversando un ciclone esistenziale che non supporta le mie decisioni, quali che siano, e il mio psichiatra continua a rimandare le risposte alle mie domande alla seduta successiva…. Pensi che il problema siano le troppe domande?

A: Mmm, non so proprio che dirti. L’unica cosa certa è che è una fregatura, sia il tuo psicologo, sia il libro che hai letto. In conclusione era molto meglio quando si moriva per amore, senza dubbio.

B: Io invece ci penserò. Ammazzare l’amore sarà indubbiamente più entusiasmante che venire a capo dell’ultimo Dpef governativo!


Di nuovo in analisi, un ragazzo espone i suoi “dubbi esistenziali”…

E: Ancora qui? Dopo l’ultima volta credevo non sarebbe più tornato …

B: Ancora qui. Mi dicono che ho ancora bisogno di lei.

E: E cos’altro le dicono?

B: Che ho dei comportamenti strani, che sono chiuso in me stesso, che devo fare il mio bene.

E: E lei crede a tutto ciò?

B: Chiaramente sì, chi più di coloro che assistono alle mie messe in scena può notare ciò che non va’ in me? Sono tornato da lei, per curarmi dai miei mali, a patto di poterle parlare come ad un amico, i rapporti professionali mi inibiscono.

E: Prego allora, di cosa vuole parlarmi oggi?

B: Ho visto piangere molte persone, e posso dire che non poche hanno assistito alle mie, di lacrime. Sono stato testimone delle menzogne più inverosimili, dei tradimenti, della violenza, del sangue versato e coperto con la segatura, come fosse vomito. Ho beneficiato del progresso e assistito allo sviluppo di più di un paradigma energetico, ho visto imponenti strutture in acciaio e mi hanno impressionato, ne ho viste di altrettanto imponenti e mi hanno disgustato. Mi è parso di cogliere il male che c’è nel bene e il bene che c’è nel male, almeno per quanto palese, in certi casi, possa essere tale sovrapposizione. Mi sono tuffato nella ricerca di qualche compagnia che potesse placare l’insoddisfazione, la solitudine, ma troppo spesso l’indifferenza ha prevalso. Dopo un solo quarto di secolo un uomo può non avvertire più la necessità del contatto con un altro essere umano? Quando ci è concesso accendere una sigaretta, spegnere la luce e dire, Bene grazie, ho visto abbastanza, e rinunciare alla ricerca?

E: Suppongo che la risposta al tuo quesito sia, Mai. Non riuscirai a smettere fino a quando la testa continuerà a tirarti avanti. E’ come un cane bisognoso di fare la pipì, sarà lui a guidarti fino a soddisfare il suo bisogno. Anche tu non hai trovato ancora ciò di cui hai bisogno, di conseguenza per nulla al mondo ti concederai una pausa, ne sei cosciente, no? D’altra parte, il sociale può essere davvero un inferno per determinate personalità, ma non sei il solo, e non puoi permetterti di credere il contrario. Ti creerai una corazza per questo, mi sembra che in proposito tu sia già a buon punto.

B: Tutto stà, ora, a capire di cosa si ha bisogno…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...