Finanziarizza…che?

Considerata la scarsa attenzione, per usare un eufemismo, che ad una tesi triennale in sviluppo e cooperazione internazionale viene concessa, ho deciso di regalare al web la mia. Eccola, è vostra, fate di lei ciò che più credete opportuno, torturatela, copiatela, stravolgetela, criticatela, distruggetela, valutatela, ignoratela, approfittatevi di lei. Tutto è meglio del niente.

E, con il titolo “Deregulation and moral hazard. Il ruolo della finanza nell’attuale crisi economica”, ho l’onere e l’onore di presentarvi lo scritto che mi ha permesso di uscire dal baratro delle scienze politiche (per entrare in quello ancora più profondo delle scienze statistiche). Inserita, forse inopportunamente, nell’ambito dell’economia del lavoro, signori e signore, la mia tesi.

 

Il punto di vista economico non è affatto concreto, è semplicemente un paio di occhiali che permettono di vedere la realtà in maniera assai diversa.

HERMANN HESSE

 

Ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro.

Certamente non potrebbe esserci niente di peggio.

HANNAH ARENDT

 

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

ALBERT EINSTEIN

 

Introduzione

 

Nell’estate 2007 si è scatenata una crisi economica della quale ancora oggi non si vede la fine. Nel corso dell’ultimo triennio la caduta del valore degli immobili, delle azioni e dei titoli finanziari ha portato ad una evaporazione di denaro che si calcola in trilioni di dollari. Nel solo 2008 i mercati finanziari di tutto il mondo hanno registrato perdite che si aggirano intorno ai 30 trilioni di dollari. In Italia, per la sola componente finanziaria, la perdita si attesta a 278 miliardi di euro, un sesto del reddito complessivo[1].

Negli ultimi anni, in molti paesi, primo fra tutti gli Stati Uniti, ma anche Regno Unito, Irlanda, Spagna e Islanda, le famiglie hanno raggiunto livelli d’indebitamento di gran lunga superiori al proprio reddito disponibile. Grazie all’eccezionale disponibilità delle banche a concedere credito a basso costo, la tentazione di consumare al di sopra delle proprie possibilità ha avuto la meglio sulla cara vecchia propensione al risparmio, mettendo nei guai, al momento dello scoppio della crisi, sia debitori che creditori. Tutto ciò ha comportato una forte caduta del Pil e dell’occupazione, oltre che nelle economie emergenti, per i paesi avanzati. Nell’area OCSE, il tasso di disoccupazione è arrivato all’8,5% nel primo trimestre del 2010, 17 milioni di persone sono rimaste senza lavoro[2]. Il prodotto interno lordo mondiale è tornato ad una crescita positiva soltanto negli ultimi mesi ma, in confronto alle perdite, la ripresa è ancora molto modesta.

 

 

Capitolo primo

Quadro generale

1.1 Derivati e moral hazard. La bolla sui mercati finanziari

Una componente essenziale di quella che possiamo senza dubbio definire la bolla più gonfia della storia della finanza, è la proliferazione di strumenti derivati sempre più complessi e sempre più difficili da tenere sotto controllo. Special Purpose Vehicle (Spv), Asset- Backed Securities (Abs), Collateralised Debt Obligations (Cdo), Credit Default Swap (Cds), insieme alla più nota ma non meno oscura tipologia subprime, rappresentano solo una parte della costellazione di scatole cinesi nelle quali si è sviluppato uno shadow banking system, “sistema bancario ombra”, come è stato definito da Paul McCulley della compagnia d’investimenti PIMCO nel 2007[3]. Come suggerisce ironicamente Marco Onado, questa catena richiama la famosa filastrocca di Gianni Rodari, “… per fare un Cds ci vuole un Cdo, per fare un Cdo ci vuole un Abs, per fare un Abs ci vuole un subrime…”. Con la connivenza delle autorità di controllo, affascinate dai profitti stratosferici prodotti da questi strumenti, i derivati sono divenuti una delle componenti che hanno differenziato questa crisi economica da tutte le precedenti. A tal proposito è indicativo ricordare che, alla fine del 2007, i derivati finanziari erano stimati ben 600 trilioni di dollari che, sommati ai 230 delle attività finanziarie tradizionali, rappresentano sedici volte il Pil mondiale, fermo a soli 55 trilioni. L’economia reale e quella finanziaria non sono mai state così distanti3.

Ma i titoli derivati, come l’eccessivo debito contratto dalle famiglie, pur rappresentando componenti cruciali della crisi, non ne sono la causa fondamentale. Il problema principale è stato la diffusione del moral hazard, o rischio morale, come modello di comportamento di broker, trader e banche d’investimento. Il rischio morale, per intenderci, viene definito nel libro di Roubini e Mihm come “la propensione dell’individuo ad assumersi rischi che tenderebbe normalmente ad evitare, ben sapendo che altri si faranno carico delle conseguenze negative delle sue decisioni e/o interverranno a salvare coloro che si sono esposti a tali rischi”[4]. La nascita della “cartolarizzazione”, di cui si parlerà più approfonditamente nel prossimo capitolo, ha generato un mercato che potremmo definire “del rischio”, in cui le banche stipulano mutui ipotecari e li trasformano in titoli da vendere poi agli investitori. Le banche, non detenendo più all’interno del proprio bilancio il rischio d’insolvenza dei debitori, come nel vecchio modello savings and loan (“eroga e detieni”), hanno allentato i loro meccanismi di controllo sui soggetti a cui concedere credito prevedendo di scaricare il rischio su altri soggetti. Il vecchio modello viene così sostituito dal nuovo “eroga e distribuisci”. I trader, d’altra parte, sono incentivati dalle loro compagnie ad investire su questi titoli ad alto rischio attraverso premi di produttività, o bonus, di gran lunga più generosi dei loro stipendi. Gli unici istituti capaci di arrestare questo circolo vizioso, le agenzie di rating, hanno avuto anche loro un forte incentivo, ovvero generose commissioni, nel conferire il famoso rating triple-A, che equivale ad un giudizio di massima sicurezza, a titoli in realtà molto rischiosi. Le conseguenze di questi comportamenti moralmente discutibili andranno a pesare, com’è facile intuire, sulle spalle dei contribuenti.

 

1.2 Innovazione finanziaria e deregolamentazione

Sulla base dell’esperienza storica acquisita, possiamo dire che la maggior parte delle crisi sono la conseguenza di un periodo di euforia e ottimismo derivante dall’introduzione di una grande innovazione. La creazione delle linee ferroviarie tra il 1845-46 provocarono, in Inghilterra, un’impennata nelle vendite delle azioni delle società costruttrici, che si concluderà immancabilmente con una crisi dei titoli ferroviari. Negli anni novanta del novecento si verifica un’altra bolla speculativa, anch’essa giustificata dall’avvento di un’innovazione rivoluzionaria, che ha portato ad un boom nelle vendite dei titoli dot.com: la diffusione di Internet. La crisi di cui stiamo trattando ha, invece, dei connotati puramente speculativi[5]. Se vogliamo inscriverla nel cerchio delle crisi generate da un eccesso di euforia, possiamo attribuire l’ottimismo dei mercati solo alla fanciullesca convinzione che i prezzi degli immobili non sarebbero scesi mai. E la grande innovazione? C’è stata! E’ l’innovazione finanziaria, la cartolarizzazione, un nuovo modello di gestione del rischio.

Negli ultimi decenni sono intercorse due ulteriori novità, di ordine legislativo, che hanno permesso il crearsi delle precondizioni che avrebbero poi dato vita al nuovo sistema finanziario. Nel 1974 è stata avviata in tutti i paesi OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) una de-regolazione dei movimenti di capitale. Nel 1999 gli Stati Uniti aboliscono la legge del ’33 che sanciva la separazione tra banche di deposito e banche d’investimento[6]. L’Unione Europea in seguito si è mossa nella stessa direzione. Da allora il confine tra questi due modelli è divenuto sempre più sfumato. Da questo nuovo assetto ha fatto la sua comparsa nel mondo della finanza la figura dell’investitore istituzionale[7]. Questo rappresenta le società d’intermediazione finanziaria, ha il compito di reperire il denaro dai risparmiatori di tutto il mondo sia per farlo fruttare a beneficio dei sottoscrittori, sia per investirlo in imprese quotate in borsa. Nella categoria d’investitori istituzionali possiamo includere, ad esempio, i fondi pensione, i fondi d’investimento comuni, le compagnie assicurative ma anche le fondazioni bancarie. Molti di questi fondi, a partire dalla de-regolamentazione a cui si è accennato precedentemente, sono stati costituiti dalle banche, al pari di altri fondi speculativi e “veicoli d’investimento strutturato” o Spv, di cui si parlerà in seguito. Già nel 2002, il 70% dei fondi comuni francesi, il 64% di quelli tedeschi, l’81% di quelli italiani e il 93% degli spagnoli erano stati creati dalle banche. A questi, che siano essi fondi pensione del pubblico impiego o fondi privati, le banche offrono ogni tipo di derivati complessi, anche quelli trattati all’esterno della finanza regolamentata[8]. Gli investitori istituzionali, reali detentori della maggior parte delle azioni di imprese quotate in borsa, sono coloro che decidono dove e come investire i trilioni di euro che gli vengono affidati, senza che i piccoli risparmiatori, prestatori di prima istanza,  possano indirizzarli in qualsivoglia modo.

 

1.3 Segnali d’allarme. Il tramonto della “Grande moderazione”

D’altra parte, non si può certo dire che la crisi sia piovuta dal cielo, senza dare segnali del suo arrivo. Durante la “Grande moderazione”, come viene definito il periodo che va dagli anni ottanta del secolo scorso fino alla crisi di cui stiamo trattando, non abbiamo assistito solo a crisi di singole banche e scandali societari che hanno portato alla scomparsa dei risparmi di molti azionisti, ma anche a numerose crisi di interi stati nazionali. Non solo il Giappone, che negli anni novanta, il “decennio perduto”, pagherà per gli eccessi speculativi consumati nei mercati azionari e immobiliari nei dieci anni precedenti, ma anche Norvegia, Finlandia, Svezia sono state vittime di un crollo del sistema bancario. A questi si aggiungono le “tigri asiatiche”, molti paesi dell’America Latina come Brasile, Uruguay e Argentina con i suoi cacerolazos, e la Russia, la cui crisi contribuì all’ascesa al potere dello stato autoritario guidato da Vladimir Putin. Anche in questi casi, la colpa è da attribuirsi agli eccessivi accumuli di debito e all’esplosione di manie speculative[9]. L’elenco sarebbe ancora lungo dal momento che le crisi registrate dagli anni settanta sono complessivamente 42. Per ora è sufficiente soffermarci sulle cause: carenza di un’efficiente regolamentazione, sia all’interno dei singoli paesi sia a livello internazionale; conseguenze non sempre positive della liberalizzazione dei movimenti di capitale; febbre speculativa e ricerca della massimizzazione dei profitti da parte della finanza, ad ogni costo[10].

Non era poi così difficile immaginare che questo mix potenzialmente tossico avrebbe trascinato, mediante un effetto domino, l’intera economia mondiale in una crisi senza precedenti. Infatti alcune eminenti voci, Rober Shiller e Nouriel Roubini ad esempio, avevano lanciato l’allarme, solo che ad esse non si è dato ascolto.

 

1.4 La crisi si espande

La bolla speculativa ha seguito un iter che, partendo dal mercato immobiliare statunitense l’ha vista parallelamente espandersi su quello finanziario, e da questo in tutto il mondo. E’ già stato detto che l’innovazione finanziaria ha portato ad una progressiva riduzione del peso attribuito alla valutazione del rischio. Le banche, infatti, attraverso la cartolarizzazione, sono state incentivate a concedere prestiti senza curarsi della reale capacità di estinzione del debito da parte del prenditore, dal momento che i mutui erano rapidamente impacchettati e spediti a Wall Street, dove venivano venduti ad investitori incapaci di valutare il rischio sottostante. Abbiamo già parlato della connivenza delle agenzie di rating a non arginare questo meccanismo perverso, condizionate da consistenti guadagni e conflitti d’interessi. Ad aggravare questa già drammatica situazione ha contribuito Alan Greenspan, capo della Fed fino al 2006, che dal 2001 al 2003 ha tagliato del 5,5% il tasso d’interesse sul costo del denaro che la Federal Reserve concede in prestito al sistema bancario. Questa manovra di politica economica espansiva ha incentivato un aumento insostenibile dei prestiti concessi e il boom del mercato immobiliare, con il conseguente aumento dei prezzi degli immobili. Tra gli ultimi mesi del 2006 e gli inizi del 2007, i prezzi delle case hanno iniziato a stabilizzarsi, inceppando il meccanismo moltiplicatore dei profitti e causando un aumento delle insolvenze dei prenditori, che sul continuo aumento dei prezzi avevano basato i loro mutui ed ai quali era stato concesso credito senza le dovute garanzie. Tutto ciò, inevitabilmente, ha portato al fallimento delle prime società di credito immobiliare specializzate in mutui subprime, delle banche che non avevano ancora smaltito dai loro bilanci tutti i titoli tossici o che li avevano depositati negli Spv. Con le prime ondate di panico, molti piccoli creditori di questi istituti si sono rifiutati di rinnovare i prestiti, costringendo l’intero sistema bancario ombra a liquidare i titoli cartolarizzati, Cdo e affini, a prezzi irrisori. A questo punto, per evitare il tracollo, il governo statunitense si è eretto a garante di ultima istanza per tutti i titoli del mercato azionario. Alla fine del 2008 la crisi si è estesa fuori dai confini USA, propagandosi dalla Cina al Giappone, dall’Irlanda all’Islanda e da qui agli ancora fragili paesi dell’est Europa, fino a toccare l’intero globo[11].

 

1.5 I conti non tornano

Con lo scoppio della crisi, molte nazioni si sono ritrovate con titoli di stato in scadenza, banche da salvare e i conti in rosso. Una statistica relativa agli stati della zona euro, rileva che molti membri si trovano ben al di sopra della soglia prevista dal trattato di Maastricht che fissa al 3% il rapporto massimo tra deficit e Pil. Ai vertici della classifica 2010 per demerito troviamo l’Irlanda, che supera il 14%, la Grecia, oltre il 12%, e la Spagna, 10%. E le previsioni per il 2011 non preannunciano certo uno scenario migliore. Per quel che riguarda il rapporto tra debito pubblico e Pil, la cui soglia massima è fissata da Maastricht al 60%, nel terzo trimestre del 2009 troviamo Grecia ed Italia al di sopra del 100%[12].

Certo è che la crisi non ha avuto gli stessi risvolti nelle varie aree economiche, ma vi sono dei denominatori comuni, come i trasferimenti di capitale alle innumerevoli banche in difficoltà. Negli Stati Uniti, a marzo 2008 Bear Stearns è costretta a vendere le sue azioni ad un prezzo stacciato alla JPMorgan, che si dichiara disposta a farsi carico del suo passivo dopo aver ricevuto un lauto finanziamento dalla banca centrale, la Fed. Nello stesso anno, la Fed decide di adottare una linea diversa nei confronti di Lehman Brothers, che viene lasciata fallire. Successivamente si procede alla prima nazionalizzazione di una compagnia assicurativa, Aig, messa in crisi dal crollo della Lehman, con cui intratteneva diversi rapporti economici. Meno critica ma altrettanto preoccupante è la situazione delle banche europee. Ad eccezione di quelle italiane e spagnole, che si sono dimostrate più prudenti, le banche delle principali nazioni dell’eurozona presentano debiti pari anche a 40 volte il loro capitale. In Inghilterra, si è verificata la prima nazionalizzazione di una banca, la Northern Rock, dal 1946, anno in cui toccò alla banca centrale, Bank of England. La Hypo Real Estate viene salvata da iniezioni di capitale del governo tedesco; la Anglo-Irish Bank viene nazionalizzata; l’Islanda è addirittura costretta alla nazionalizzazione dell’intero sistema bancario e la Ubs svizzera non versa certo in acque migliori[13].

Resta da valutare come gli stati e le organizzazioni sovrannazionali intendano operare al fine di risanare le condizioni di quelle imprese, di quei lavoratori e di quelle famiglie che hanno subito i pesanti effetti della crisi del mondo finanziario.

 

1.6 Gli effetti sul lavoro

La bolla sui mercati finanziari comporta inevitabilmente una crisi economica, e la disoccupazione ne è sicuramente uno dei risvolti più drammatici. Dal 2008 le ripercussioni della bolla si sono fatte sentire pesantemente sul mercato del lavoro, costringendo le imprese a tagli del personale e decurtazioni degli orari di lavoro per coloro che hanno conservato il loro posto. Si legge sul rapporto 2010 OCSE sulla disoccupazione che i più colpiti dalla recessione del 2008-09 sono i giovani e i lavoratori con contratto a tempo determinato. L’occupazione per questi due gruppi è scesa in media dell’8% nell’area OCSE, quattro volte in più rispetto al calo subito dall’intero settore lavorativo[14]. Per far fronte a questa situazione i governi dovrebbero impegnarsi in profondi processi di riforma, per stimolare le imprese e rilanciare il mercato del lavoro. Ma saranno in grado gli stati di intraprendere questo percorso con il debito alle stelle, i problemi interni e parte del sistema bancario ancora da salvare? Nonostante i tentativi, non tutti sembrano muoversi nella giusta direzione. Frank Paul Weber commenta così la risposta del nostro paese alla crisi: ”Il mercato del lavoro italiano non è in grado di assorbire una fetta della popolazione, in particolare le donne, a causa di un sistema di welfare inadeguato. I consumi sono ancora relativamente bassi, anche per colpa dei salari contenuti e di uno stato sociale debole, che non aiuta le famiglie”[15]. E’ chiaro che, per quanto riguarda le politiche di sostegno all’economia reale, l’Italia non rappresenta un esempio da imitare. Secondo i risultati di un questionario elaborato dall’OCSE insieme alla Commissione Europea, il nostro esecutivo, al pari di quelli di Francia, Ungheria, Portogallo, Canada e Stati Uniti, tutti paesi con tasso di disoccupazione alto ma relativamente stabile, tra il 2009 e il 2010 ha ridotto l’espansione dei sussidi al lavoro, dell’assistenza nella ricerca del lavoro e dei programmi di formazione, mentre ha provveduto ad aumentare i sussidi di disoccupazione, i vantaggi per i lavoratori già occupati e la creazione di posti di lavoro nel settore pubblico[16].

Quali sono, quindi, le politiche capaci di innescare circoli virtuosi che rilancino l’economia? Come possono, i governi, aiutare le imprese ad uscire dalla crisi? Che ruolo ha l’innovazione nella creazione di posti di lavoro? Investire in ricerca e sviluppo è sicuramente fondamentale sia a livello statale sia di singola impresa. Come trovare i finanziamenti per questi progetti, in un momento di crisi così profonda? Questo è uno dei problemi che tutti i paesi dovranno impegnarsi a risolvere.

 

1.7 Obiettivi dell’analisi

L’obiettivo di questo lavoro è di ricostruire i passaggi fondamentali che hanno condotto l’intero sistema capitalista ad una critica battuta d’arresto. Per fare questo sarà necessario conoscere alcune nozioni fondamentali del mondo della finanza, comprendere quali sono gli strumenti utilizzati dalle banche d’investimento e perché occorre una corretta valutazione dei rischi e un attento monitoraggio da parte degli organismi di controllo. Si svilupperà una trattazione su quali meccanismi non hanno funzionato e quali regole avrebbero dovuto essere scritte per evitare una bolla di queste dimensioni. Seguirà un’analisi sugli effetti della crisi nell’economia reale, il suo impatto sul mercato del lavoro, sulla competitività delle imprese e il costo che ne deriva per i contribuenti. Infine verranno riportati i principali provvedimenti adottati dagli stati per rilanciare l’economia, le operazioni di salvataggio delle banche, le politiche sociali e i piani di sviluppo economico intrapresi. In fine s’illustrerà in che modo l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e le altre organizzazioni internazionali si stanno muovendo per ricostruire l’ordine economico mondiale e che ruolo hanno avuto e potranno avere gli accordi di Basilea.


[1] Onado Marco (2009), I nodi al pettine. La crisi finanziaria e le regole non scritte, Prima edizione, Bari, GLF Laterza, pp. 3-5.

[2] OECD, Directorate for Employment, Labour and Social Affairs, 2010 OECD Employment Outlook: Moving beyond the jobs crisis, pp. 19-23

 

3 Onado Marco (2009, op. cit., pp. 57–62

[4] Roubini N. & Mihm S. (2010), La crisi non è finita, Prima edizione, Milano, Feltrinelli, pp. 86-91

[5] ibidem, pp. 80-85

[6] Gallino Luciano (2009), Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi, pp. 27-29

[7] vedi Glossario, XIII

[8] ibidem, pp. 30-46

[9] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 39–45.

[10] Onado Marco, op. cit., pp. 125-129

[11] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 45-51

[12] Brost M., Pinzler P. & Schieritz M. (2010), “La crisi è entrata in una nuova fase”, Internazionale, N.839, anno 17, 26 marzo/1 aprile, pp. 38-41

[13] Onado Marco (2009), op. cit., pp. 91-97

[14] OECD, op. cit., pp. 19-23

[15] Zanchini J. (2010), “L’Italia e la crisi”: Intervista a Frank Paul Weber, corrispondente de La Tribune, Internazionale, N.836, Anno 17, 5/11 Marzo, p. 24

[16] OECD, op. cit., pp. 46-48

 

Capitolo secondo

La crisi sui mercati finanziari

2.1 La bolla immobiliare

Durante la “Grande moderazione”, periodo caratterizzato da bassa inflazione, alti tassi di crescita e recessioni di scarsa entità, ci si era convinti che il mercato si stesse stabilizzando; crisi come quella del ’29 erano ormai un ricordo lontano, e al più si sarebbero potuti verificare scossoni che, in ogni caso, non sarebbero stati in grado di sconvolgere il sistema economico mondiale.

All’interno di questo scenario, negli anni settanta del secolo scorso, la Government National Mortgage Association, o Ginnie Mae, ha creato il sistema delle cartolarizzazioni[1], grazie al quale le banche, invece di attendere l’iter decennale di restituzione del credito da parte del debitore, hanno la possibilità di raggruppare i vari mutui ipotecari stipulati e trasformarli in titoli vendibili sul mercato delle azioni[2]. Con questo metodo, il sistema bancario si è trovato nella condizione di elargire un’enorme quantità di prestiti, permettendo a milioni di famiglie di vivere ben al di sopra del loro vincolo di bilancio, che, per chi non masticasse il gergo della materia, rappresenta l’insieme delle combinazioni di beni raggiungibili dal consumatore dato il suo potere d’acquisto, che equivale alla somma dei redditi da lavoro e di quelli non da lavoro[3]. Ad esempio, nel 2007 il livello d’indebitamento delle famiglie americane supera il 140%, debito che è stato contratto prevalentemente per sostenere i consumi e pagare le rate sulla casa[4]. La maggior facilità con la quale è stato possibile stipulare un mutuo per comprare un immobile deriva, oltre che dalle politiche monetarie espansive che hanno inondato di denaro molti paesi, dall’abbassamento dei tassi d’interesse sui mutui, scesi sotto il 10% nel 2006, e dal continuo innalzarsi del prezzo delle case, dovuto ai continui investimenti nel settore[5]. Questi aumenti del valore nominale degli immobili ha fatto sì che le famiglie avessero più possibilità di spesa, a scapito del risparmio, grazie alla possibilità offerta loro dalle banche di monetizzare gli incrementi dei prezzi delle case. La casa, per usare un’espressione di Onado, “è diventata una specie di bancomat”, il vecchio mutuo viene sostituito da uno nuovo di importo maggiore, e la differenza viene consegnata al debitore, per finanziare i suoi consumi[6]. Più il tasso d’interesse si abbassava e più contrarre debito diventava conveniente, questo ha fatto sì che l’offerta di mutui aumentasse trascinando in alto anche i prezzi delle case e, di conseguenza, facendo man mano gonfiare la bolla. Un’inchiesta dell’Economist del 2005 riporta che, in alcuni paesi, il valore degli immobili è raddoppiato nel giro d cinque anni. Tra il 1997 e il 2005 i prezzi delle case sono cresciuti del 73% negli Stati Uniti, del 114% in Australia e del 145% in Spagna. Il record è detenuto da Dubai, dove tra il 2003 e il 2007 i prezzi sono saliti del 226%[7]. Altre bolle immobiliari, minori per dimensioni ma non dissimili nella forma da quella formatasi negli States, prima dello scoppio della crisi stavano espandendosi in Irlanda, Islanda, Estonia, Lituania, Lettonia, Cina, Sudafrica e Singapore[8]. La bolla aveva assunto una portata quasi mondiale ben prima dell’estate 2007.

 

 

2.2 Fascinazione da securitisation

Il meccanismo delle cartolarizzazioni, o securitisation, che ha avuto un’impennata a partire dagli anni novanta, prevede che un pool di mutui venga dapprima venduto ad una società creata ad hoc, denominata Special Purpose Vehicle o Spv[9]. Questa a sua volta emetterà un corrispondente in titoli azionari, chiamati Asset Backet Securities (Abs)[10], ovvero titoli garantiti da attività, il cui valore dipenderà dalla probabilità che il mutuo sottostante venga estinto. A questo punto, i titoli così ricavati vengono venduti agli investitori internazionali, espandendo la possibilità per le banche di concedere credito, e garantendo ai compratori guadagni maggiori rispetto ai titoli di stato aventi lo stesso rating[11]. La diffusione di questo modello è stata impressionante, tant’è che, partendo dai mutui su immobili, è stata estesa anche ai prestiti destinati a società, finanziamenti a industrie ed attività commerciali e, a sottolineare la varietà dell’assortimento, anche alle royalty delle band musicali. Sarà forse per questo che l’industria discografica è in declino? Gli investitori, acquistando titoli cartolarizzati, ricevono entrate equivalenti al progressivo rimborso dei prestiti da parte dei proprietari delle case.

Accanto alle banche d’investimento e alle società d’intermediazione, anche istituti pubblici, come le americane Fannie Mae e Freddie Mac, hanno iniziato a fare affari con le cartolarizzazioni. E anche questi istituti, non meno degli altri, hanno smesso di sottoporre i potenziali debitori alle verifiche del caso prima di procedere alla valutazione del rischio. Con la diffusione del modello “eroga e distribuisci”, cui si è già fatto riferimento, e di tutte le relative controindicazioni, iniziano a spuntare i cosiddetti liar loans[12], mutuatari che mentono sulla propria situazione patrimoniale e che omettono di documentarla, ed i “mutui Ninja”[13], erogati a soggetti che non hanno occupazione, casa, o introiti di qualsiasi tipo[14]. Certo è che le cartolarizzazioni si sono diffuse a macchia d’olio, senza che nessuno si curasse minimamente del rischio d’insolvenza dei prenditori, tanto era forte la convinzione che i prezzi degli immobili sarebbero continuati a lievitare. L’Italia non è certo rimasta immune alla fascinazione per la securitisation, attestandosi nel 2003 ai vertici della classifica dei paesi europei che più hanno fatto uso di questo strumento, seconda solo al Regno Unito[15].

2.3 La diffusione del subprime

Due parole vanno inoltre spese sui subprime[16]. Questi prestiti sono concessi a soggetti che, a causa dei problemi avuti durante la loro storia pregressa di debitori, non possono accedere ai tassi d’interesse di mercato. E’ facile intuire che questo strumento generi prestiti molto rischiosi sia per chi li concede, sia per chi li contrae. Infatti, la combinazione di alti tassi d’interesse, debitori con un passato poco edificante e documentazione della situazione finanziaria oscura, aumenta a dismisura il rischio d’insolvenza. Il subprime comprende una vasta gamma di tipologie di credito, tra cui mutui, prestiti per l’acquisto dell’auto e carte di credito. Ovviamente, senza che nessuno si sia curato delle pericolose conseguenze che ne sarebbero scaturite, anche i mutui subprime sono finiti nel circolo delle cartolarizzazioni, sollevando le banche dal peso di queto rischio e causando la perdita di capitali per tutti quegli investitori che, al momento sbagliato, si sono ritrovati in mano titoli derivanti da mutui concessi a prenditori risultati insolventi.

 

2.4 Ripartizione del rischio

Tornando agli Abs, questi celano al loro interno una certa percentuale di rischio, dettata dalla possibile insolvenza del debitore o dall’eventualità che questo rimborsi in anticipo il mutuo, privando il creditore degli interessi addizionali che, nel tempo, ne sarebbero maturati. Per ovviare a questo problema, dei pionieri della finanza moderna hanno creato i Collateralized debt obligations (Cdo)[17], strumento che permette di suddividere il rischio in tranche con differente coefficiente di rischio. Il Cdo più semplice ha tre tranche: equity, che corrisponde ai rendimenti più elevati e ad più alto coefficiente di rischio; mezzanino, meno rischiosa e mediamente remunerativa; senior, equivalente a bassi guadagni e rischio molto basso o inesistente. Va evidenziato che le tranche, da tre, potevano arrivare anche a cento, ognuna con una sua tolleranza al rischio. Inoltre, si è rivelata essere pratica diffusa quella di combinare Cdo con altri Cdo, chiamati Cdo2, ovvero Cdo di Cdo di Cdo, noti come Cdo3.[18]

Ultimo anello della catena sono i Credit default swap (Cds)[19], o derivati sul credito, uno degli strumenti più scambiati sul mercato non regolamentato (over- the- counter). I Cds hanno la funzione di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le due parti contraenti e non presuppone quindi l’esistenza di Abs sovrastante.

In un rapporto del Fondo Monetario Internazionale si legge che negli Stati Uniti e in Europa, nel solo 2007 l’emissione di titoli strutturati è arrivata a 2,6 trilioni, quella di Cdo a 1,2 trilioni. Per quel che riguarda l’offerta relativa ai mutui subprime, sempre secondo l’Fmi tra il 2005 e il 2006 sono stati stipulati per il valore di 1,2 trilioni di dollari, di cui il 75% viene trasformato in titoli attraverso le cartolarizzazioni, e all’80% di questi le agenzie di rating conferiscono la famigerata tripla-A[20].

Con questi strumenti, che ripartiscono il rischio in innumerevoli piccole porzioni per poi distribuirlo in ogni parte del mondo, si è venuto a creare un sistema finanziario instabile e tutt’altro che trasparente.

 

2.5 Il ricorso alla leva finanziaria

Le banche, non solo hanno dimostrato la loro imprudenza concedendo prestiti senza sufficienti garanzie, ma anche facendo un ricorso spropositato all’indebitamento. La leva finanziaria, o leverage[22], consiste nella proporzione tra il capitale preso in prestito da terzi ed il capitale proprio della banca, utilizzati per finanziare le attività.

Il ricorso alla leva finanziaria ha assunto negli Stati Uniti ed in Europa livelli inimmaginabili. Per quel che riguarda le banche europee, nel 2008 la Credit Suisse utilizzava un rapporto di leva pari a 33 volte il suo capitale, Ing Group registrava un indice di leva finanziaria di 41:1, Deutsche Bank di 53:1 e Barclays, dulcis in fundo, di 61:1. In confronto si può dire che l’America, almeno relativamente al leverage, si è dimostrata più prudente. Lehman Brothers al momento del fallimento registrava un rapporto d’indebitamento pari a 31:1, mentre quello di Bank of America era fermo solo a 11:1. Le banche europee si sono dimostrate frenetiche partecipanti alla corsa ai finanziamenti e cartolarizzazioni, riempiendosi di Abs e Cdo che, allo scoppio della bolla immobiliare negli States, hanno perso gran parte del loro valore. Altro dato importante è che le cartolarizzazioni effettuate dalle banche europee, soprattutto inglesi, spagnole ed olandesi, solo nel 2007 avevano un volume di 497,7 miliardi di dollari. Inoltre, alcune banche con sede in Austria, Italia, Belgio, Svizzera e Germania, si sono rese protagoniste dell’erogazione di prestiti molto rischiosi a paesi dell’est Europa che, come Lettonia, Ungheria, Ucraina e Bulgaria, presentano tutt’ora un sistema finanziario molto debole. Allo scoppio della crisi, le valute di queste nazioni hanno perso valore ed i prestiti non sono stati rimborsati, costringendo le banche europee a dichiarare le enormi perdite derivanti da queste insolvenze[23]. Tutto ciò a dimostrazione che le economie con un sistema finanziario debole o eccessivamente deregolamentato, al pari di quella degli Stati Uniti, allo scoppio della bolla speculativa sul mercato immobiliare americano, sono crollate come un castello di carte.

 

2.6 Investitori istituzionali

Nel primo capitolo abbiamo accennato alla figura dell’investitore istituzionale[24], operatore economico che investe soldi affidatigli da terzi. Questa categoria di soggetti comprende, oltre ai fondi d’investimento comuni[25], compagnie assicurative e fondi pensione, anche i fondi di copertura del rischio, o hedge funds[26], ed i private equity funds[27], ossia fondi di acquisizione di quote di società target. Questi ultimi hanno l’obiettivo (target appunto) di acquistare intere imprese private non quotate al fine di renderle, tramite una serie di operazioni relative alle strategie d’investimento e alla gestione aziendale,  rivendibili in borsa[28]. Gli hedge funds, invece, accettano una ristretta cerchia di sottoscrittori che, per la legge americana, devono avere un patrimonio di almeno un milione di dollari. Hanno scopi prettamente speculativi, infatti, normalmente il loro obiettivo è raggiungere abbondanti guadagni investendo quasi unicamente in attività ad alto rischio. Gli investitori istituzionali, con il nuovo assetto preso dalla finanza negli ultimi anni, hanno esteso enormemente il loro campo di attività, arrivando ad occuparsi della gestione di quasi ogni genere di fondi. Per loro tramite, i fondi pensione come quelli privati entrano nel capitale d’imprese private, acquistano quote di fondi d’investimento, di hedge found o di fondi private equity. Questi ultimi, allo stesso modo, accanto ai classici investimenti diretti in titoli d’imprese, comprano quote di fondi comuni o privati, e così via. Tutto frutto dell’opera degli investitori istituzionali, le cui strategie risultano sempre più interrelate ma, al tempo stesso, inestricabili. A valle di tutto questo sistema ci sono le banche, che hanno istituito e controllano la maggior parte di tutto questo complesso groviglio di fondi, compresi i “veicoli d’investimento strutturato” (Spv)[29]. Questo discorso dovrebbe aiutare a comprendere come fino ad oggi gli investitori istituzionali, di concerto con le banche, abbiano fatto il bello e il cattivo tempo del sistema finanziario mondiale.

 


[1] Vedi Glossario, II

[2] Roubini N. & Mihm S. (2010), La crisi non è finita, Prima edizione, Milano, Feltrinelli, pp. 80-86

[3] Antonelli G. & Guidetti G. (2008), Economia del lavoro e delle risorse umane, Novara, De Agostini Scuola SpA, pp. 36-38

[4] Onado Marco (2009), I nodi al pettine. La crisi finanziaria e le regole non scritte, Prima edizione, Bari, GLF Laterza, pp. 53-57

[5] Roubini N. & Mihm S., op cit., pp. 153-159

[6] Onado Marco, op. cit., pp. 59-62

[7] Roubini N. & Mihm S., op cit., pp. 153-159

[8] ibidem, pp. 155-159

[9] vedi Glossario, I

[10] vedi Glossaro, III

[11] Onado Marco, op. cit., pp. 59-62

[12] vedi Glossario, IV

[13] vedi Glossario, V

[14] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 80-86

[15] Securitisation, http://www.investbanca.it/securiti.htm, consultato il 25/09/2010

[16] vedi Glossario, VI

[17] vedi Glossario, VII

[18] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 80-86

[19] vedi Glossario, VIII

[20] Onado Marco, op. cit., pp. 59-62

[22] vedi Glossario, IX

[23] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp.153-158

[24] vedi Glossario, XIII

[25] vedi Glossario, XII

[26] vedi Glossario, X

[27] vedi Glossario, XI

[28] Gallino Luciano (2009), Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi, pp. 27-38

[29] ibidem, pp. 27-38

 

 

Capitolo terzo

Gli effetti sull’economia reale

 

Gli effetti della bolla speculativa sul mercato azionario si sono presto riversati sull’economia reale, con ripercussioni devastanti sul mercato del lavoro e sulla produzione industriale. Mentre la ripresa delle attività finanziarie si prospetta relativamente rapida, le conseguenze su questo versante sono ancora difficilmente ipotizzabili.

Prima di parlare della condizione dei mercati dei beni e servizi e delle imprese, occorre comprendere in che stato, aziende e lavoratori, sono giunti allo scoppio della crisi.

 

3.1 La finanziarizzazione dell’impresa

Negli ultimi decenni, con intensità crescente, le imprese di ogni genere hanno subito una profonda trasformazione, che ne ha modificato la funzione, il contenuto e, se vogliamo, l’essenza. Fino a qualche tempo fa, l’impresa era intesa come vera e propria istituzione, che persegue fini economici e che ha una responsabilità sociale ben definita. Secondo questa concezione, il profitto è sì importante, ma è affiancato anche da un’auspicabile corretta gestione dell’azienda in relazione ad impiegati, fornitori, progresso tecnologico e comunità locale nella quale questa s’inserisce. In seguito, però, gli azionisti, che immettono capitali nell’impresa, hanno iniziato ad acquistare sempre più quote di queste istituzioni, fino a “finanziarizzarle”. Da questo momento, l’impresa smette di essere istituzione, per trasformarsi in mera rete di contratti, con l’obiettivo di massimizzare il valore del capitale per gli azionisti, a scapito di tutte le altre componenti.

A portare avanti questo processo, sono stati principalmente gli investitori istituzionali, figura controversa a cui sono affidate stratosferiche somme di denaro. Gli azionisti hanno sempre partecipato, con i loro soldi, alla vita delle aziende, ma senza mai interferire significativamente nella loro gestione. Con la partecipazione degli investitori istituzionali, invece, si è preteso un cambiamento radicale a livello gestionale e, alle imprese che vogliono sopravvivere, è stato imposto l’inderogabile valore della massimizzazione del profitto per l’azionista. I proprietari di fondi che investono in imprese di vario genere per tramite degli investitori istituzionali, almeno quelli consapevoli di dove vanno a finire i loro soldi, non esercitano o non possono esercitare alcuna pressione affinché l’istituto che finanziano si prodighi ad una gestione socialmente responsabile, dal momento che, per loro, allo stato attuale, l’impresa non risulta essere altro che un oscillare di attività e passività.

Spesso accade che fondi speculativi, o di copertura, arrivino a detenere grosse fette del pacchetto azionario di un’impresa. Prendiamo ad esempio il fondo inglese Cinven Limited che, nel 2007, possedeva il 70% del pacchetto azionario di Avio S.p.a., fino al 2003 appartenente al gruppo Fiat. I fondi pensione, fondi comuni e assicurativi, invece, detengono in media il 2-3% delle azioni di ogni impresa in cui investono[1]. Denominatore comune per tutti i fondi è, in ogni caso, la massimizzazione del valore delle azioni, che si ottiene imponendo livelli di Roe (return on equity, rendimento del capitale) molto elevati, pari ad almeno il 15% l’anno. Tra gli istituti che riescono a mantenere questi ritmi troviamo, tra gli altri, le imprese italiane che rientrano nell’indice Mibtel, o la Deutsche Bank che, fino al 2006, ovvero prima della caduta libera, registrava un Roe superiore al 25%. Ma come sono riusciti a raggiungere questi livelli record? Non è stato certo grazie alla produzione sottostante le azioni, ma tramite espedienti, come quello di ricomprare le proprie azioni per farne crescere le quotazioni in borsa, metodo molto usato dalle aziende americane ed europee, e molto dispendioso.

Ai manager delle imprese, onde evitare che questi si discostino dal perseguire l’obiettivo principale (per inseguire fesserie come l’innovazione, per dirne una), vengono consegnati incentivi tramite stock options, ossia piccoli pacchetti azionari offerti dagli investitori ad un prezzo fisso. Se le azioni aumentano di valore, i manager, vendendoli, ne intascano i dividendi.

Prendiamo il caso italiano: quanto è costata ai lavoratori la finanziarizzazione dell’impresa? Per cominciare, questo processo ha reso necessaria l’espansione dei contratti a termine, che nel 2008 sono stati utilizzati per il 70% delle assunzioni totali. In secondo luogo, l’imposizione, attraverso forti pressioni politiche, a lavoratori e sindacati, di favorire una cosiddetta moderazione salariale, nonostante nel 2008 i salari netti dei lavoratori in Italia fossero pari solo all’80% di quelli di Belgio e Francia, al 77% di quelli tedeschi, al 69% degli olandesi e al 58% dei britannici. Al nostro paese il mantenimento di un Roe elevato è costato, infine, la chiusura d’impianti con rendimenti inferiori ad unità analoghe di società concorrenti, poiché, in genere, chiudere attività e licenziare lavoratori sembra generare un immediato aumento della quotazione delle azioni[2].

In Italia, l’alta finanza non si è fermata alle grande aziende come Avio, ma ha esteso le sue radici anche alle piccole e medie imprese. Secondo i dati riportati dall’Aifi, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital, nel 2009 il 77% degli investimenti è stato indirizzato sulle imprese con meno di 250 dipendenti, mentre il 75% delle partecipazioni di questi fondi è andato ad imprese con meno di 50 milioni di euro di fatturato[3]. Inoltre, da settembre 2010 è attivo il Fondo italiano di investimento per le Pmi, progetto da un milione di euro e della durata di 15 anni, promosso da Cassa depositi e prestiti, Intesa San Paolo, Unicredit e Monte dei Paschi di Siena. Quest’investimento sarà destinato alle imprese con ricavi compresi tra 10 e 100 milioni di euro. I principali settori del made in Italy che andranno a beneficiare del denaro dei fondo sono quello della meccanica strumentale, della moda, dell’hi-tech e del tessile. Un esempio di piccola impresa che è riuscita a risollevarsi grazie a questo processo è la Favini, azienda veneta produttrice di carta, vicina al fallimento, che oggi conta 480 dipendenti ed è tornata e recentemente è tornata a registrare attivi. Il prezzo da pagare, per questa operazione di salvataggio, è stato la cessione del 60% della proprietà della Favini al fondo che l’ha finanziata[4].

A livello comunitario, il Parlamento e la Commissione europea, l’1 gennaio 2005, hanno imposto l’adozione di un nuovo sistema normativo per la contabilità all’interno della Comunità, l’International Financial Reporting Standars (IFRS). La stesura di questo insieme di regole è stata appaltata dalla CE a degli esperti privati, del gruppo International Accounting Standards Board, che hanno avuto la possibilità di modellare le “norme per la rendicontazione finanziaria” in modo tale che rispecchiassero esattamente gli interessi degli investitori istituzionali e degli azionisti[5].

La finanziarizzazione dell’impresa, il suo distacco da ogni riferimento alla qualità e quantità del prodotto, alla tecnologia usata ed alle esternalità da essa prodotte, sono state le precondizioni che hanno reso l’economia reale estremamente vulnerabile alla crisi.

 

3.2 Pensioni a contributo definito

Gli investitori istituzionali non si sono accontentati di annidarsi nei meccanismi di gestione delle imprese, ma hanno voluto anche mettere mano anche alla condizione dei lavoratori, andando a toccare il nervo più delicato per questa categoria: la pensione. Parallelamente all’acquisizione del controllo delle imprese in cui trasferivano i loro fondi, questi soggetti hanno provveduto anche a trasferire i rischi connessi ai fondi pensione dalle imprese ai lavoratori. Negli ultimi anni, infatti, si è passato da piani pensionistici detti a “beneficio definito” (BD) a piani a “contributo definito” (CD). Così facendo, i lavoratori che si avviano a concludere la loro carriera, hanno come unica certezza l’importo mensile che dovranno versare per il proprio fondo, mentre, a differenza del vecchio modello BD, non possono venire a conoscenza della percentuale di stipendio che riceveranno una volta andati in pensione. Questa percentuale dipenderà da diversi fattori variabili nel tempo, come l’andamento borsistico, il tasso d’inflazione, le variazioni del Pil ed il rendimento del fondo pensione a cui il lavoratore è iscritto.

Secondo una stima OCSE, durante il 2008 i fondi pensione dei paesi aderenti hanno registrato perdite per 5 trilioni di dollari. Equivale a dire che le persone che andranno in pensione nei prossimi anni riceveranno percentuali dello stipendio molto inferiori rispetto a quelle che avevano previsto di percepire. Sempre nel 2008 milioni di risparmiatori che avevano investito in fondi pensione e altri titoli finanziari hanno assistito alla riduzione del 50% del valore dei loro investimenti[6].

In Italia, il suddetto processo, avviato nel 1993, ha condotto ad adottare per tutti i fondi pensione, di ogni categoria, il modello CD. I sottoscrittori di questi fondi sono passati da 1,6 milioni nel 2005 a 2,8 nel 2008[7]. Alle imprese è certamente convenuto, a fronte dell’aumento dei soggetti in età pensionabile, ed ancora più convenienti sono per loro i tagli al personale e la delocalizzazione di parte del processo produttivo là dove i sistemi di previdenza sociale sono molto più elastici.

In molti paesi, tra cui il nostro, si sta raggiungendo l’obiettivo di trasformare il sistema pensionistico da pubblico in privato, così da rendere ancora più semplice, per gli investitori istituzionali, l’utilizzo delle pensioni come merce di scambio sui mercati azionari.

 

3.3 Gli effetti della crisi sul mercato del lavoro

Dopo questo piccolo excursus sulle trasformazioni subite da imprese e mercato del lavoro negli ultimi anni, concentriamoci sugli effetti che la bolla speculativa ha avuto sull’economia reale che, troppo spesso ultimamente viene dimenticato, riveste ancora un ruolo centrale nelle nostre società.

Come si è accennato nel primo capitolo, nel periodo compreso tra il 2007 e il primo trimestre del 2010, 17 milioni di persone hanno perso il lavoro nella sola area dei paesi OCSE. In Italia, a marzo 2010 il tasso di disoccupazione sulla forza- lavoro si aggirava sul 9%, 2,5 punti in più rispetto al 2007. La media dei paesi OCSE si attesta intorno all’8%, con un aumento del 2% rispetto al 2007, mentre per i 27 paesi dell’Unione Europea la perdita di posti di lavoro dal 2007 è stata quasi 3 punti, con la disoccupazione che nel 2010 ha toccato il 10%. La situazione per i paesi dell’eurozona è pressoché la stessa. La situazione risulta essere molto eterogenea per i paesi presi in esame. Molto sopra alla media troviamo paesi come la Spagna, Slovacchia e Irlanda, con tassi di disoccupazione a marzo 2010 rispettivamente del 19, 14 e 13 percento[1].

I giovani lavoratori sono i soggetti più colpiti, insieme ai lavoratori a tempo determinato. Per queste categorie, l’occupazione è scesa in media, relativamente all’area OCSE, dell’8%. Il grafico sottostante evidenzia il differente impatto che la crisi ha avuto sui lavoratori, in base al genere, all’età, educazione e status lavorativo.

Inoltre, volendo analizzare le aree produttive dove è maggiormente cresciuta la disoccupazione, il settore manifatturiero ha perso l’8,7% degli occupati e quello delle costruzioni il 7,7%. Nel campo dell’intermediazione finanziaria, culla della bolla speculativa, i posti di lavoro sono diminuiti dell’1,4%, uno dei cali più modesti tra i settori presi in esame[3].

E’ importante comprendere come questi dati siano il prodotto degli effetti della crisi finanziaria e della bolla immobiliare. Il crack sul mercato delle abitazioni ha causato un rallentamento del settore edilizio, producendo un effetto diretto sull’occupazione, che è calata, e indiretto sui consumi, diminuiti anch’essi perché le famiglie si sentono più povere, non riescono più a contrarre debiti, quindi comprano meno. Con il fallimento della Lehman Brothers, inoltre, è crollata anche la fiducia dei cittadini, che hanno iniziato pian piano a rendersi conto dell’effettiva dimensione della crisi. Tutto questo fa presagire che i prossimi anni saranno caratterizzati da un’economia della depressione, definita da Krugman come un fenomeno innescato dalla scarsità della domanda di beni in confronto all’offerta derivante dall’alta capacità produttiva di cui disponiamo[4].

Gli effetti della crisi sull’occupazione sono stati differenti da stato a stato. Questa eterogeneità è dovuta al diverso impatto che la bolla ha avuto sulla domanda aggregata dei singoli paesi ed alle differenti risposte politiche che sono state date a livello nazionale al peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Tutto ciò si riflette sulla dimensione della lacuna creatasi sul livello di occupazione che i paesi dovranno colmare per tornare allo stato precedente alla crisi. Il jobs gap viene definito dall’OCSE come l’incremento, nel mercato del lavoro, necessario per ripristinare il tasso d’occupazione totale sulla popolazione in età da lavoro ai livelli del quarto trimestre del 2007. Sulla base di questa stima, e stando ai dati relativi al periodo compreso tra la fine del 2007 e il quarto trimestre del 2009, si osserva che l’attuale gap occupazionale per i paesi OCSE è del 3,3 %, e ci si aspetta che si riduca al 2,7% nel 2011. Prendendo in considerazione l’eurozona, questi valori diventano il 2,6% nel 2009, ed aumentano al 3,1% nelle proiezioni per il 2011. L’Unione Europea attualmente presenta un vuoto del 2,3% rispetto al 2007, che crescerà fino al 2,7% nei prossimi mesi. Per gli Stati Uniti, che ad oggi hanno un consistente gap, pari al 7,6%, si prospetta un miglioramento nel 2011 di 2 punti percentuali. Le previsioni italiane sono più modeste, e vedono una riduzione del jobs gap per il  futuro del 0,2% rispetto al 2,9% che, nel 2009, ci separava dal livello ante- crisi[5].

A cosa si deve questa lenta ripresa nel nostro paese? Scrive il Financial Times che “l’Italia dà motivi di preoccupazione. Negli ultimi dieci anni sono diminuite la produttività del lavoro e la sua quota di commercio mondiale, mentre la crescita economica si è fermata ben al di sotto della media dell’Unione europea. Gli investimenti sono bassi, la crescita dell’occupazione modesta[6]”. La casa automobilistica italiana più importante, la Fiat, che già da anni ha dislocato gran parte della produzione in Brasile, chiede, attraverso il suo amministratore delegato, Sergio Marchionne, nuovi sacrifici ai lavoratori per far ripartire l’industria ed evitare che altre unità produttive chiudano i battenti. Già nel 2009 Marchionne ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, scatenando una valanga di polemiche. Ora, ai lavoratori, con la Fiom in continuo stato di mobilitazione, chiede di accettare contratti più flessibili, altrimenti sposterà la produzione Fiat in paesi con una manodopera meno cara, come la Serbia o la Polonia[7]. L’amministratore delegato chiede sacrifici per operare quella ristrutturazione necessaria affinché l’azienda italiana superi la crisi, ma ci vuole coraggio, dal momento che i salari italiani sono già ben al di sotto della media OCSE (31.462 euro contro i 37.172, con una diminuzione dello 0,1% rispetto al 2007)[8]. Inoltre, sempre l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, avverte che l’Italia sta effettuando un’inversione del ciclo economico, e nei prossimi mesi si prospetta un ritorno ad una crescita negativa[9]. Secondo un numero sempre crescente di statistiche, quindi, il nostro paese risulta declassato nel ranking dei paesi più sviluppato del mondo.

3.4 Il ruolo del lavoro a tempo determinato

Nel corso della crisi attuale, il lavoro a tempo determinato (STW, short- time work) ha avuto un ruolo molto importante nel contenere gli effetti della caduta della produzione. Secondo la recente ricerca dell’OCSE, la risposta del lavoro permanente al declino degli output è stata più modesta nei paesi che, già all’inizio della crisi, adottavano il modello STW, significativa nei paesi che hanno adottato il lavoro a tempo determinato come risposta alla crisi e molto forte in quelli in cui tuttora non è presente. In Italia, al pari di altri paesi come Finlandia, Germania e Giappone, la presenza del STW ha fatto sì che l’impiego a tempo indeterminato subisse una riduzione dello 0,75% più piccola di quella che sarebbe stata in assenza di questo sistema. Per questi paesi si è registrato una diminuzione della produzione ed un incremento del STW molto simile, con gli output che, dallo scoppio della crisi alla metà del 2009, sono scesi in media del 5% e con un tasso di crescita delle assunzioni a tempo determinato dell’1,7%. In Belgio gli effetti sono stati ancora più consistenti, poiché si è registrato un impatto sul lavoro permanente, dall’inizio della crisi alla fine del terzo trimestre del 2009, dell’1,3% inferiore a quello che si sarebbe verificato senza l’adozione dei contratti short- time work[10].

Come sottolinea il rapporto stesso, però, il sistema STW tende ad essere molto costoso per i lavoratori che vi aderiscono, soprattutto in termini di incertezza ed instabilità, ma al contempo molto conveniente per le imprese, dal momento che i costi di assunzione e licenziamento sono molto bassi per questa categoria di soggetti. Inoltre, questo modello tende ad accrescere la segmentazione del mercato del lavoro, acutizzando le distanze tra lavoratori permanenti, che vedono accrescere la stabilità del loro impiego, e lavoratori a tempo determinato, che invece avvertono, a ragione, la loro situazione occupazionale come sempre più precaria[11]. Sebbene questo nuovo sistema, che è ormai diventato una realtà da molti anni, presenti dei vantaggi per le aziende, che con la sua adozione stanno riuscendo a limitare gli effetti della crisi, ha degli effetti collaterali tutt’altro che trascurabili sui lavoratori, soprattutto giovani, che diventano sempre più disillusi e diffidenti nei confronti di queste pratiche. Nel nostro paese, come in molte altre realtà europee, questa nuova condizione del lavoratore ha creato nella società civile un movimento molto forte. Il precariato si sta espandendo e, man mano che i contratti STW aumentano, la sua voce acquista una risonanza sempre maggiore presso i cittadini.

3.5 Situazione attuale e prospettive future

Una stima dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) mostra come, a livello mondiale, le disuguaglianze negli ultimi dieci anni stiano aumentando, a riprova del fatto che il nuovo modello economico incentrato sulla finanza stia miseramente fallendo nel contribuire all’aumento del benessere delle popolazioni. Tra il 2001 e il 2007, secondo questo rapporto, i salari reali sono cresciuti dell’1,9%, mentre il Pil mondiale è aumentato del 4%. Questi aumenti di reddito, inoltre, si registrano nelle fasce più ricche della popolazione, e contribuiscono quindi all’intensificazione delle disuguaglianze. L’Oil prevede, inoltre, che nei prossimi anni aumenterà sia il numero di lavoratori con una retribuzione inadeguata, sia la povertà in generale[12].

Il problema occupazionale è destinato ad incancrenirsi se non verranno adottate misure adeguate. Innanzitutto, uno sforzo particolare dovrà essere fatto da quelle nazioni che presentano una maggiore suscettibilità all’isteria da disoccupazione, ovvero a quello stato di prolungato stallo nell’economia che tiene bassi i livelli di occupazione e che disincentiva i lavoratori ad una partecipazione attiva nel mercato. In questo senso, per l’area OCSE, Irlanda, Spagna e Turchia sono i paesi più sensibili al rischio di peggioramento della condizione strutturale, dal momento che associano un ampio impatto della decrescita del Pil sull’disoccupazione con un’alta sensibilità ad un aumento ciclico della stessa. Anche Stati Uniti e Islanda sono stati duramente colpiti dalla crisi sul mercato del lavoro, ma sono meno sensibili ad un aumento strutturale della disoccupazione. L’Italia, anche se altamente sensibile, al pari di Spagna e Irlanda, agli effetti dei cicli economici sull’occupazione, come si è visto in precedenza non ha subito un forte impatto sulla disoccupazione, che è aumentata di meno dell’1,5%[13].

Secondo le ultime statistiche dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, la disoccupazione nell’area è in lieve diminuzione. Ad agosto, il miglioramento è dello 0,1% per i paesi aderenti, il tasso scende quindi all’8,5%. Il nostro paese vede la disoccupazione all’8,2%, 0,2 punti in meno rispetto a luglio, quindi resta lontano da Germania (6,8%), Olanda (4,5%) e Giappone (5,1%), ma presenta una situazione sicuramente migliore di quella francese (dove i disoccupati aumentano al 10,1%), irlandese (13,9%) e spagnola (che arriva addirittura al 20,5%)[14].

Le stime di Confindustria per l’Italia sono decisamente poco incoraggianti. Dal 2008 ad oggi i posti di lavoro persi sono 480 mila, e nel 2011 la situazione peggiorerà, con un tasso di disoccupazione che si aggirerà intorno al 9,3%. Inoltre, la crescita del Pil non sarà dell’1,6% come previsto, ma solo dell’1,2% per il 2010 e dell’1,3% per il 2011[15].

Cosa ci si potrebbe auspicare per risolvere questa situazione? Le alternative possibili sono in realtà numerose, ma tutto dipenderà dal coraggio dei governi nel prendere una posizione che, per una volta, risulti favorevole ai cittadini.

Nel prossimo capitolo si vedrà cosa, in concreto, i leader nazionali e le autorità internazionali stanno facendo per l’economia reale.  Per ora, è utile soffermarsi su alcuni aspetti peculiari.

L’Unione europea ha stanziato fino ad oggi, in seno al Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, 500 milioni di euro per i lavoratori licenziati, e questo è un bene. E’ un male, invece, che l’eccessiva burocrazia collegata all’approvazione delle richieste, rallenti l’erogazione di questo denaro (a scapito dei lavoratori) e fa sì che una parte dei soldi di questo fondo rimanga inutilizzata. Al momento, ben 32 progetti destinati a sostenere 32.083 disoccupati sono fermi a causa di ostacoli burocratici. I tempi di approvazione di una richiesta presso il Feg è di circa 294 giorni. Nonostante questo, l’importo erogato fin ora, 114 milioni di euro, sta aiutando 32.271 disoccupati, l’Italia ha beneficiato di questo fondo per 16 milioni di euro. Tutti si augurano che, per la riforma di bilancio dell’Unione prevista per il 2013, si raggiunga uno snellimento dei processi burocratici. Fino a quel momento, è molto probabile che i soldi di questo fondo continuino ad arrivare troppo tardi, spingendo molti paesi membri a rinunciare al loro aiuto[16].

Per uscire da questa crisi, però, servono piani concreti e investimenti. A fronte dei tagli alle misure di stimolo intrapresi da molti paesi, in nome dell’austerità e della riduzione del debito pubblico, il Financial Times scrive che “lo slogan della ricostruzione delle nostre economie dovrà essere: investimenti invece di stimoli”. I piani stanziati dai governi per stimolare l’economia hanno avuto effetti deludenti non solo a causa delle dimensioni della crisi, ma soprattutto perché evidentemente non erano ciò di cui si aveva bisogno. Risultati positivi saranno visibili solo a distanza di anni e solo se si effettueranno investimenti di lungo periodo in tecnologia ed istruzione. Parallelamente a questi, i governi dovrebbero continuare a garantire sistemi di protezione sociale e, in particolare, applicare una tassazione perequativa sui redditi, in modo da non accrescere le enormi disuguaglianze già esistenti[17].

Per concludere, il lavoro a tempo determinato sta producendo una generazione di lavoratori sempre meno qualificati. Le imprese, infatti, non hanno alcun interesse ad investire nella formazione di soggetti che lavoreranno presso di esse solo per un breve periodo. Limitare lo short- time work può avere effetti positivi sia per le aziende, sia per i lavoratori. Con un contratto a tempo indeterminato, le imprese saranno più propense ad investire sulla formazione dei propri dipendenti, aumentando la produttività del lavoro. I lavoratori, d’altra parte, saranno disposti a ripartire i costi della formazione, sapendo che c’è una relazione positiva tra le qualifiche di cui si è in possesso e il saggio di salario[18], ed inoltre avranno la sicurezza di un posto stabile.

Afferma Raghuram Rajan, in relazione agli Stati Uniti, che sono troppi i lavoratori non qualificati, e che il governo dovrebbe puntare sulla formazione. Invece, gli aiuti sono stati stanziali per l’edilizia e gli istituti di credito, senza che ne siano scaturiti effetti significativi sull’occupazione, anzi, il numero di non laureati senza posto di lavoro è in continuo aumento[19].

Tra segnali positivi e situazioni disastrose, il futuro del mercato del lavoro resta  molto incerto. Ciò che sembra chiaro è che, in questo momento storico, l’opinione dominante giudichi più conveniente produrre denaro per mezzo di denaro che attraverso la produzione e la vendita di merci. La conseguenza è che s’investe sempre più nelle unità finanziarie d’imprese e corporation industriali che in quelle produttive. Se non si effettuerà un’inversione di rotta, questa concezione porterà all’inevitabile morte dell’economia reale.

 


[1] OECD, Directorate for Employment, Labour and Social Affairs, 2010 OECD Employment Outlook: Moving beyond the jobs crisis, pp. 19-23

[2] ibidem, p.22

[3] ibidem, pp. 20-25

[4] Krugman Paul (2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Terza edizione, Milano, Garzani, pp. 200-206

[5] OECD, op. cit., pp. 23-28

[6] Dinmore Guy (2010), “L’Italia punta sulla politica della cassaforte”, Internazionale, N.846, anno 17, 14/20 maggio, pp. 20-21

[7] Reed J, Sanderson R. & Dinmore G. (2010), “La Fiat e i sindacati alla resa dei conti”, Internazionale, N.867, anno 17, 8/14 ottobre, pp. 30-31

[10] OECD, op. cit., pp. 64-72

[11] ibidem, pp. 61-64

[12] Gallino, op. cit., pp. 161-167

[13] OECD, op. cit., pp. 82-87

[16] Pignal S. (2010), “Aiuti con il contagocce per i disoccupati europei”, Internazionale, N.865, anno 17, 24/30 settembre, pp. 100

[17] Sachs J. (2010), “Consigli per la ripresa”, Internazionale, N.851, anno 17, 18/24 giugno, pp. 116

[18] Antonelli G. & Guidetti G. (2008), Economia del lavoro e delle risorse umane, Novara, De Agostini Scuola SpA, pp. 64-67

[19] Rajan R. G. (2010), “L’importanza della formazione”, Internazionale, N.862, anno 17, 3/9 settembre, pp. 100

 

 

Capitolo quarto

Piani di stimolo e regolamentazione

 

La crisi economica in corso ha lanciato una dura sfida al sistema economico mondiale e ai suoi partecipanti. La teoria economica dominante, che ipotizza un’autoregolazione dei mercati, si è mostrata in tutta la sua inadeguatezza dal momento che, la bolla speculativa, ha reso lampante la necessità di scrivere un sistema normativo per i mercati al fine di eliminare gli incentivi per gli operatori ad adottare comportamenti eccessivamente rischiosi.

 

4.1 Globalizzazione finanziaria

La portata mondiale della crisi ha messo in discussione sia la cosiddetta globalizzazione finanziaria, tramite la quale soggetti di ciascun paese possono investire in altri paesi, sia la crescita incontrastata del sistema bancario- ombra. Uno degli strumenti che hanno maggiormente facilitato il diffondersi della pandemia è stato il carry trade, con cui gli investitori prendono a prestito soldi nei paesi che applicano bassi tassi d’interesse, il Giappone ad esempio, per portarli nei paesi in cui i tassi sono elevati, come in Brasile e Russia. Il fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008, ha dato il la alla globalizzazione della crisi. L’ondata di panico scaturita da questo evento ha travolto il carry trade; la moneta dei paesi erogatori, che a questo punto non erano più disposti a far credito, si è apprezzata nei confronti di quella dei paesi debitori, causando gravi perdite di capitale per questi ultimi. Un esempio eclatante di questo processo è dato dalla Russia: mentre il governo accresceva, grazie agli alti tassi d’interesse, la sua riserva in valute estere fino ai 560 miliardi di dollari, banche e imprese nazionali contraevano debiti all’estero per un valore di 460 miliardi; quando le linee di credito sono state interrotte, il debito di queste ultime in rubli è cresciuto in misura esponenziale. A questo proposito, Krugman ha definito la crisi recente “la madre di tutte le crisi valutarie”[1].

L’insolvenza di molti mutuatari, gli elevati costi dei pignoramenti delle case e la svalutazione dei titoli derivati hanno messo in ginocchio la maggior parte delle banche d’investimento, costringendo governi e banche centrali a porsi come prestatori di ultima istanza per garantire, almeno in parte, i depositi dei contribuenti (con i soldi dei contribuenti).

In questo capitolo si vedrà come i governi e le organizzazioni sovrannazionali, in particolare Stati Uniti ed Unione Europea, hanno operato nel primo triennio della crisi per rilanciare l’economia, quali politiche sono state adottate e quali sono le prospettive future.

Ma prima c’è da dire che governi e legislatori nazionali hanno avuto una responsabilità diretta nel favorire la nascita del sistema bancario- ombra e la proliferazione di titoli strutturati.

 

4.2 Le colpe degli Stati Uniti

La storia americana, in questo senso, è stata singolarmente avvincente. Fino al 1987 Paul Volcker ha presieduto la Federal Reserve. Al termine del suo mandato, Volcker ha lasciato al suo successore, Alan Greenspan, una situazione di stabilità economica e bassa inflazione, ottenuta attraverso una politica monetaria molto rigida. Greenspan è sempre stato un liberista convinto, fino a quando, arrivato a capo della Fed, ha messo da parte la sua fede ed ha iniziato a correre in soccorso dei mercati ogni qual volta questi entravano in crisi, senza però far nulla per evitare che queste crisi si generassero. Il ruolo di ogni banca centrale dovrebbe essere quello di “portare via la ciotola del punch appena la festa comincia a scaldarsi”, come affermò un ex presidente della Fed, William McChesney Martin, parafrasando, questo comporta il prevenire lo scoppio di bolle speculative[2]. Greenspan, invece, ha sempre adottato la filosofia dell’intervento a posteriori. La sua presidenza è stata caratterizzata da due bolle speculative, una sul mercato azionario, negli anni novanta, e una sul mercato immobiliare agli inizi del nuovo millennio[3]. Ciò che interessa, però, sono le responsabilità di Greenspan nella recente crisi. Una delle sue colpe principali è stata indubbiamente quella di pompare in continuazione denaro a basso costo nell’economia americana, a partire dal dopo 11 settembre 2001. Questa politica ha portato, a giugno del 2003, i tassi d’interesse all’1%, rendendo l’indebitamento in quel periodo un affare molto conveniente[4]. A Greenspan si deve inoltre addebitare il fatto di essere sempre stato così caritatevole nei confronti dei mercati e degli operatori sconsiderati, tanto da convincerli che la Federal Reserve sarebbe sempre intervenuta a salvarli nel caso in cui fosse scoppiata una bolla. Questo ha alimentato a dismisura il rischio morale ed i comportamenti speculativi. Ma il passo falso più clamoroso della carriera di Greenspan è stato, probabilmente, quello di non aver voluto regolamentare le concessioni dei mutui subprime, nonostante l’Home Ownership Equity Protection Act, approvato dal Congresso nel 1994, glielo permettesse. Questo fatto emblematico riassume tutta la carriera di Greenspan, durante la quale non è mai stato usato il potere della Fed per regolamentare i mercati e sono sempre stati deliberatamente ignorati i rischi che l’innovazione finanziaria portava con sé[5]. Nel 2006 Greenspan cede il comando a Ben Bernanke, che deve vedersela con una pesante eredità e con una bolla prossima allo scoppio.

Oltre alla Fed, anche il Congresso americano si è dimostrato poco attento ai rischi della de- regolamentazione e troppo sensibile al potere delle lobby bancarie. Nel 1999, per permettere la fusione tra Travelers e Citicorp, è stato abrogato il Glass- Steagall Act che, dal 1933, sanciva la separazione tra banche commerciali, destinate al deposito ed all’erogazione di prestiti, e banche d’investimento, atte all’emissione di titoli e alla compravendita di azioni[6]. Nel 2000, il senatore Phil Gramm, strenuo oppositore della regolamentazione finanziaria, ha inserito nella legge di bilancio, riuscendo ad esentarlo dall’approvazione di deputati e senatori, un emendamento, il Commodity Futures Modernization Act (CFMA), che di fatto sottraeva i prodotti finanziari derivati alla vigilanza e regolazione sia della Sec (Commissione Titoli e Borsa), sia della futures, (Commissione per il Commercio dei Contratti a Termine). Questa mossa ha portato ad un’espansione smisurata dei derivati trattati nei mercati non regolamentati (Otc), facendo arrivare il loro valore nominale, nell’arco di tempo che va dal 2000 al 2008, da 100 a 684 trilioni di dollari[7]. Tra i titoli beneficiari di questa legge ci sono i credit default swaps che, con un valore superiore ai 60000 miliardi nel 2008, sono arrivati a rappresentare una delle più grandi minacce per la stabilità del sistema finanziario mondiale[8].

Infine, anche le autorità di controllo americane hanno più volte vacillato di fronte alle pressioni delle banche. Nel 2004, ad esempio, cinque tra le più importanti banche d’investimento hanno cercato di convincere, riuscendoci, la Securities and Exchange Commission (Sec) ad ammorbidire le norme che imponevano a questi istituti un limite massimo d’indebitamento. Questa deregolamentazione ha permesso che le banche d’investimento portassero al 25:1 ed oltre, come detto nel secondo capitolo, il coefficiente di leverage, ossia il rapporto tra attivi e capitale[9].

4.3 Gli effetti del GATS in Europa

L’Unione Europea, allo stesso modo, non si è dimostrata all’altezza della sfida che l’innovazione finanziaria le ha lanciato, ed al pari degli Stati Uniti ha commesso errori politici che hanno alienato le speranze che, in questa grande istituzione, molti cittadini riversavano. Uno degli esempi che riveste più interesse per la tematica in questione è l’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (GATS), stipulato in seno all’Huruguay Round nel 1995, che va ad integrare la struttura dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) . Questo accordo, che dal 1997 dispiega i suoi effetti anche all’interno dell’Unione, vieta agli stati contraenti di ostacolare in qualsiasi modo l’offerta di servizi finanziari erogata sul loro territorio da parte di istituti di altri paesi. Vieta inoltre che, a detti istituti, in un secondo momento, venga impedito di lasciare il paese. La globalizzazione finanziaria più selvaggia ha così potuto espandersi all’interno del mercato unico europeo, esponendo i paesi membri ai rischi che questa deregolamentazione comporta. Va detto, infine, che il GATS è stato ratificato sotto le forti pressioni di molti gruppi d’interesse, tra cui molte banche come Citigroup, JPMorgan, Morgan Stanley (statunitensi), Barclays, HSBC, Royal Bank of Scotland (del Regno Unito), Deutsche Bank, ING, Commerzbank (nell’eurozona). Anche nell’UE, quindi, le norme che avrebbero dovuto regolare i comportamenti del mercato finanziario sono state scritte sotto l’attenta supervisione degli istituti finanziari stessi[10].

 

4.4 Droghe pesanti. Il caso degli enti locali

Se ai piani alti delle amministrazioni statali i governi si sono dimostrati artefici della crisi, le amministrazioni locali più ingenue sono rimaste vittime dei tranelli dell’alta finanza. E’ il caso di alcuni grandi comuni del nostro paese, come Taranto, che nel 2006 ha dichiarato default a causa di un massiccio ricorso a titoli derivati per mascherare i debiti di bilancio, e Milano, che nel 2008 ha fatto causa a prestigiosi istituti come Deutsche Bank, JPMorgan e Ubs, ai quali nel 2005 aveva richiesto finanziamenti per 1,6 miliardi di euro in bond ed interest rate swap (scambio di tassi d’interesse). Le attività sottostanti gli swap e gli altri titoli derivati acquistati dagli enti locali italiani andavano dal debito del governo greco, incappato anch’esso in titoli derivati comprati dalla Goldman Sachs per camuffare l’enorme debito, e di altri paesi emergenti, al debito contratto da altre regioni italiane inadempienti e da Telecom Italia. Già nel 2004 Domenico Siniscalco, ex ministro dell’economia, in una dichiarazione ammoniva gli enti locali, che stavano  usando i titoli derivati come fossero “droghe pesanti”. Solo nel 2008 il governo italiano ha imposto agli enti locali il divieto di firmare nuovi contratti derivati. Ad oggi è noto che 18 regioni, 42 province, 45 capoluoghi e 559 comuni hanno investito 35,5 miliardi di euro del loro debito in derivati. Negli ultimi venti mesi, 110 comuni hanno anticipato la chiusura dei loro contratti swap, perdendo comunque 2 miliardi di euro. Il procuratore generale presso la corte dei conti, Mario Ristuccia, ha affermato che perdite di quest’entità incideranno sulle prossime generazioni per almeno vent’anni[11].

 

4.5 Le reazioni di banche centrali e governi

Dopo questa parentesi è il caso di rispondere alla domanda, come i governi e le istituzioni hanno reagito alla crisi che hanno contribuito a produrre?

Com’è noto, le banche centrali, in base alle congiunture economiche, adottano politiche monetarie espansive o restrittive. Durante la recente crisi, ad esempio, la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea (Bce) hanno abbassato i tassi di sconto con cui prestano denaro ai vari istituti privati ed hanno promosso numerosi piani di finanziamento a questi ultimi per scongiurarne il fallimento. Inoltre, il governo americano ha deciso di procedere all’acquisto di una parte dei titoli tossici emessi dalle banche d’investimento e che, a seguito della bolla immobiliare, hanno perso buona parte del loro valore.

Stando ai dati del 2009, praticamente tutte le maggiori banche centrali hanno provveduto ad iniettare denaro nell’economia per tentare di rimettere in sesto un’economia uscita disastrata dal primo periodo di crisi. La Federal Reserve ha dichiarato che i tassi di sconto per le banche oscilleranno tra lo zero e lo 0,25%. Bank of England ha abbassato il suo tasso dal 5,75 del settembre 2007 all’1,5%, toccando il minimo storico dalla sua fondazione. La Banca Centrale Europea (Bce) ha ridotto il suo tasso di mercato al 2%, per poi abbassarlo nuovamente nel corso dell’anno.

Relativamente agli interventi diretti di ordine finanziario dei governi, questi hanno assunto principalmente tre forme: nazionalizzare gli istituti in difficoltà o concedergli prestiti; acquistare i titoli tossici; garantire le passività sui depositi delle banche.

Per quel che riguarda i finanziamenti, la Bce ha stanziato complessivamente, tra i paesi dell’eurozona e gli altri dell’Unione, 315 miliardi di euro. Gli Stati Uniti, attraverso l’approvazione del Troubled Assets Relief Program (Trap), nato dopo la bocciatura di un primo progetto presentato al Congresso dal segretario del Tesoro Harry Paulson, il piano Paulson, hanno annunciato lo stanziamento di 683 miliardi di dollari[12], volti principalmente al salvataggio del settore automobilistico (e delle sue unità finanziarie) e di circa 700 istituti finanziari, tra cui Citigroup, Bank of America e Aig[13].

Le cifre relative all’acquisto dei titoli tossici si aggirano intorno a cento miliardi di euro per i paesi dell’Unione e 1.318 miliardi di dollari per gli States.

Inoltre le garanzie sulle passività emesse dalle banche hanno portato i paesi europei ad impegnarsi per un totale di 2.200 miliardi di euro, mentre gli stati Uniti prevedono di stanziare 1.600 miliardi di dollari.

Con queste cifre, gli stati si sarebbero impegnati nominalmente a spendere la bellezza di circa 6.200 miliardi di euro[14]. Pur trattandosi di impegni nominali, che non verranno quindi necessariamente rispettati, siamo di fronte all’intervento pubblico nell’economia più vasto che la storia ricordi.

Oltre alle operazioni di politica monetaria, i governi possono direttamente intervenire sul ciclo economico attraverso diverse tipologie di politiche fiscali. Accanto ai tradizionali piani di spesa pubblica indirizzati a stimolare direttamente la domanda, gli stati hanno a disposizione anche la possibilità di raggiungere tale fine indirettamente, procedendo a tagli alle imposte e tramite agevolazioni fiscali, che incrementano il reddito disponibile dei consumatori e permettono loro di consumare di più. Un’ulteriore carta che i responsabili di politica economica possono giocare è la “spesa per trasferimenti”, ovverosia l’erogazione di aiuti, in forma di sussidi, alle fasce di popolazione più svantaggiate o alle amministrazioni con maggiori difficoltà[15].

Le autorità di politica economica, nella recente crisi, coerentemente con i dettami interventisti dell’economista John Maynard Keynes, hanno usato tutte le armi a loro disposizione per arginare la recessione e far ripartire l’economia.

Gli Stati Uniti hanno approvato l’”Economic Stimulus Act” nel 2008, che prevedeva lo stanziamento di 152 miliardi di dollari in agevolazioni fiscali per famiglie ed imprese in difficoltà. Un anno dopo, con l’”American Recovery and Reinvestment Act”, viene investita in favore della politica fiscale la cifra ben più consistente di 787 miliardi di dollari. Oltre alle agevolazioni, questo nuovo piano prevede una consistente spesa pubblica in beni e servizi, investimenti in infrastrutture, la creazione di numerosi fondi per i crediti d’imposta e spese per trasferimenti.

Nel 2008 l’Unione Europea approva il “Piano europeo per la ripresa economica”, a cui vengono destinati ben 200 miliardi di euro. Di concerto con questo provvedimento operano altri programmi più modesti messi in atto dai singoli paesi europei.

Il Giappone ha promosso un piano che prevede un mix di spesa pubblica e tagli alle imposte. La Cina investirà 586 miliardi in opere pubbliche. Altri paesi come Australia e Corea del Sud si muovono nella stessa direzione[16].

Come faranno gli stati a far fronte a spese di questa entità, se attraverso l’indebitamento o “monetarizzando” il debito, ossia stampando più moneta al prezzo di una maggiore inflazione, è ancora da vedere. Anche se qualcosa si è mosso, (il Fondo Monetario Internazionale stima che la crescita del Pil nei paesi industrializzati nel 2010 sarà circa dell’1,3%[17]) non è detto che le misure di stimolo sortiscano gli effetti sperati.

 

4.6 I compiti del G20

Intanto, a livello politico non c’è ancora il coraggio di procedere a quella regolamentazione del mercato finanziario che, ormai è opinione comune, risulta essere di vitale importanza per evitare crisi future di quest’entità. In uno dei primi G20 post- crisi, tenutosi a Washington il 15 novembre 2008, i partecipanti non sono riusciti ad andare oltre qualche proposta aleatoria, concretando solo la richiesta di un rafforzamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale. Considerando che l’Fmi ha subordinato per decenni i suoi finanziamenti per i paesi in via di sviluppo ad aggiustamenti strutturali che, di fatto, hanno indebolito solo i loro sistemi finanziari, questa richiesta appare come un’ennesima prevaricazione dei paesi del G8, padri della bolla speculativa, ai danni degli stati che più ne stanno subendo gli effetti[18]. Il presidente brasiliano Inacio “Lula” da Silva, che in vista di questo vertice ha auspicato un ritorno al multilateralismo a fronte del fallimento del capitalismo di stampo americano[19], ha visto tradite le sue speranze.

Due anni dopo, la situazione non sembra essersi evoluta. Nel vertice di Toronto del 26 e 27 giugno scorso, i G20 hanno rimandato nuovamente la redazione di regole più rigide per banche ed investitori. I passi avanti, se così possiamo chiamarli, sono stati due: il rafforzamento del ruolo del Fondo Monetario Internazionale (i paesi di “prima industrializzazione” l’hanno spuntata ancora), e la fissazione di un tetto massimo per gli stipendi dei manager (lasciando inalterati i peccaminosi incentivi alla speculazione offerti dai bonus). Se è possibile, i primi timidi accenni di ripresa economica hanno paventato una nuova nefasta prospettiva: la corsa degli stati industrializzati alla riconquista della fiducia degli investitori. Con il diradarsi della tempesta speculativa, i governi iniziano a rinunciare ai promettenti programmi destinati a rilanciare l’economia reale, e cercano di ricreare terreno fertile per i mercati finanziari. Nonostante la disoccupazione in continua crescita, i leader mondiali cercano di rendere le loro economie più competitive, attraverso nuove privatizzazioni, rendendo il mercato del lavoro più flessibile, quindi meno costoso, e cercando di ottenere una buona redditività del capitale (Roe)[20]. Più si allontana lo spettro della crisi e meno impellente diviene la necessità di scrivere le regole necessarie per un corretto funzionamento dei mercati finanziari.

 

4.7 Contrastare il moral hazard ed il problema delle banche “TBTF”

Il problema delle remunerazioni dei manager è un qualcosa con cui i governi dovrebbero urgentemente confrontarsi. Molti economisti hanno avanzato le loro proposte per far fronte a quella che sicuramente è la causa principale del già citato moral hazard. Una delle idee più realistiche ed apparentemente efficaci è quella proveniente dall’ indiano Raghuram Rajan, professore di Finanza presso la Booth School Of Business dell’Università di Chicago, che ha teorizzato un sistema di “bonus- malus” in base al quale trader e manager verrebbero remunerati nei casi di investimenti redditizi, ma il bonus verrebbe consegnato loro solo dopo diversi anni. Eventuali perdite sarebbero scalate dai compensi passati. Con questo sistema, i trader non riceverebbero più cospicui bonus su investimenti molto rischiosi che producono alti rendimenti unicamente nel breve periodo, e sarebbero incentivati, quindi, a ponderare le proprie scelte in base agli effetti che potrebbero avere a distanza di anni. Questo sistema sarebbe in grado di arginare il fenomeno del rischio morale, ma risulta applicabile solo se i bonus vengono attribuiti su base individuale, e non collettivamente come avviene adesso[21].

Infine, gli stati non dovrebbero lasciarsi ingannare dagli istituti bancari, molti dei quali,  durante la recente crisi, hanno provveduto a fondersi tra loro per rientrare nella categoria “Troppo grandi per fallire” (Too big to fail, TBTF)[22]. Il compito dei regolatori dovrebbe essere quello di riportare questi grandi istituti privati a dimensioni più gestibili oppure, nel caso ciò non fosse possibile, sottoporli ad una normativa proporzionale al peso economico che essi rivestono. Inoltre, considerando i fallimenti dell’ultimo decennio, sarebbe sicuramente opportuno ritornare alla distinzione precedente al 1999 tra banche commerciali e banche d’investimento.

I salvataggi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono stati senz’altro necessari. Lasciar fallire le banche d’investimento e le compagnie assicurative che hanno contaminato il sistema economico avrebbe portato con se un rischio troppo grande, il collasso dell’intero sistema. D’altra parte, gli sforzi e le garanzie che i governi si sono affrettati ad elargire potrebbero stimolare l’ulteriore proliferazione di comportamenti speculativi e spregiudicati[23].

Se, ignorando ancora la necessità di riscrivere (o meglio scrivere da capo) le regole del gioco, si continuerà a giocare mediante le vecchie pratiche, permettendo così che la finanza perseveri nello sradicare le sue fondamenta dalla produzione industriale e dall’economia dei beni tangibili, una bolla speculativa nuova e di dimensioni imprevedibili busserà presto alle nostre porte.


[1] Krugman Paul (2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi del 2008, Terza edizione, Milano, Garzani, pp. 197-200

[2] Roubini N. & Mihm S. (2010), La crisi non è finita, Prima edizione, Milano, Feltrinelli, pp. 91-97

[3] Krugman Paul, op. cit., pp.158-169

[4] Onado Marco (2009), I nodi al pettine. La crisi finanziaria e le regole non scritte, Prima edizione, Bari, GLF Laterza, pp. 51-53

[5] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 91-97

[6] ibidem, pp. 91-97

[7] Gallino Luciano (2009), Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi, pp. 144-158

[8] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 91-97

[9] ibidem, pp. 91-97

[10] Gallino Luciano, op. cit., pp. 144-158

[11] Sanderson R., Dinmore G. & Tett G. (2010), “L’alta finanza tradisce i sindaci italiani”, Internazionale, N.838, anno 17, 19/25 Marzo, pp. 26-27

[12] Onado Marco, op. cit., pp. 94-97

[13] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 199-203

[14] Onado Marco, op. cit., pp. 94-97

[15] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 193-199

[16] ibidem, pp. 193-199

[17] Brost M., Pinzler P. & Schieritz M. (2010), “La crisi è entrata in una nuova fase”, Internazionale, N.839, anno 17, 26 marzo/1 aprile, pp. 38-41

[18] Gallino Luciano, op. cit., pp. 177-195

[20] Kaufmann S. & Rundschau F. (2010), “La nuova corsa ai mercati finanziari”, Internazionale, N.853, anno 17, 2/8 luglio, p. 100

[21] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 220-228

[22] Gallino Luciano, op. cit., pp.177-195

[23] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 212-217

 

Capitolo quinto

Conclusioni

 

A questo punto è importante capire quali sono state le norme che fino ad oggi hanno regolato il sistema finanziario, perché non hanno funzionato e come andrebbero modificate.

A livello mondiale gli Accordi di Basilea da molto tempo dettano le linee guida per la regolamentazione a livello statale dei mercati finanziari, ma, visto che non sono riusciti ad evitare la crisi e neanche a limitarne gli effetti, sarà necessario che vengano riscritti.

 

5.1 Il Comitato di Basilea

Nel 1974 nasce il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, composto dai membri delle banche centrali dei paesi del G10. Il suo compito è quello di impostare le linee guida per la regolamentazione e la vigilanza degli istituti bancari e del sistema finanziario.

Un primo accordo raggiunto dal Comitato, noto come “Basilea I” stabiliva la quantità di capitale che le banche dovevano mantenere come riserva. Questa sarebbe stata minore o maggiore a seconda che la banca avesse investito in titoli sicuri, come i buoni del tesoro, o in titoli molto rischiosi[1]. Negli anni novanta, però, tramite le cartolarizzazioni, le banche riuscivano facilmente a nascondere il rischio ed eludere i parametri. Per ovviare a questa situazione, sono stati stipulati gli Accordi di “Basilea II”, orientati proprio ad eliminare le scappatoie utilizzate dalle banche ed a rafforzare il monitoraggio delle autorità di vigilanza.  Entrato in vigore nel 2006, con la crisi alle porte, “Basilea II” puntava ancora su una stabilità dei mercati finanziari che in realtà non c’era, e le sue direttive si sono dimostrate troppo morbide per riuscire a fronteggiare la speculazione dirompente[2].

Una riforma di questi accordi risulta essenziale alla luce degli effetti devastanti che la bolla ha avuto sui mercati. I membri del comitato dovranno concentrarsi sulla valutazione della qualità del capitale detenuto dalle banche (oltre che sulla quantità), sul problema della mancanza di liquidità a cui gli istituti finanziari si sono dimostrati vulnerabili e sulle modalità attraverso cui questi gestiscono i rischi.

 

5.2 Le prerogative dei governi

A seguito dell’imponente intervento degli stati nell’economia, il sistema finanziario risulta parzialmente statalizzato. I salvataggi che hanno permesso alle banche di restare in vita hanno fatto emergere un problema su quale sarà il futuro di questi istituti. I rischi insiti in questa particolare condizione sono molteplici, e vanno dal possibile clientelismo che potrebbe scaturire da un’eccessiva contiguità tra banche e politica al possibile sradicamento del principio di autonomia dell’economia di mercato.  L’opinione più ragionevole, a tal proposito, rimane quella secondo cui lo stato dovrebbe liberarsi delle sue partecipazioni nel sistema finanziario e dedicarsi alla stesura di nuove regole, più efficaci, che tutelino il mercato da nuove bolle speculative[3]. La regolamentazione dovrebbe avvenire a livello internazionale, ed un nuovo accordo di Basilea sembra la strada più praticabile in questo senso. Ciò che più preoccupa, è che i leader mondiali e le autorità continuino a tergiversare per paura di ledere gli interessi dei soggetti che dovrebbero monitorare.

Ancora più arduo sarà per i governi tradurre i “piani di stimolo” in investimenti veri e propri volti a rilanciare la domanda aggregata. La spesa in conto capitale non riuscirà a risolvere la situazione poiché al momento il problema è un altro. Alla fine del 2009, è stato registrato che in Europa e negli Stati Uniti il 30% della capacità  produttiva delle aziende era inutilizzata[4]. Ciò equivale a dire che senza una forte ripresa della domanda, gli investimenti in macchinari saranno non sortiranno effetti. Parallelamente, però, il saggio di risparmio delle famiglie dovrà aumentare, per far fronte all’indebitamento, e provocherà un’ulteriore caduta dei consumi. In questo quadro, gli esecutivi dovranno trovare il giusto equilibrio tra crescita economica e riduzione della leva finanziaria, perché un incremento del debito degli stati porterebbe in ogni caso ad un rallentamento della crescita futura[5].

Inoltre, come ci ricorda anche la teoria keynesiana, le politiche fiscali hanno sì il merito di sostenere la domanda aggregata, ma producono anche un “effetto di spiazzamento”, ossia un aumento dei tassi d’interesse all’aumentare della spesa pubblica, che si traduce in una riduzione degli investimenti[6]. Quindi, ad esempio, la crescita del 5,9% registrata negli Stati Uniti alla fine del 2009, potrebbe dimostrarsi più il frutto degli stimoli fiscali che un sintomo di una reale ripresa[7]. Quando queste misure verranno meno, è molto probabile che la crescita subirà una nuova battuta d’arresto.

 

5.3 In che direzione?

Come si è visto nel capitolo precedente, a livello mondiale nessuno si è ancora mosso verso la stesura di nuove regole per i mercati finanziari. La regolamentazione rimane una priorità, soprattutto per quanto riguarda i mercati over the counter, dove vengono trattati la maggior parte dei titoli derivati e nei quali prolifera la speculazione.

Il sistema finanziario deve essere ricondotto alle esigenze sociali per le quali è stato creato. A tal proposito, Onado afferma che “come le banche devono tornare ad essere più vicine alle imprese, così i mercati devono tornare a funzionare nell’interesse degli investitori finali”[8]. Affinché ciò avvenga, le nuove regole non dovranno essere più pensate per garantire gli interessi della finanza stessa, ma degli utenti, e sarà necessario che vengano dettate da soggetti che godono di un’indipendenza reale[9].

Infine, bisognerà ridisegnare il ruolo degli investitori istituzionali, in modo tale che questi inizino ad indirizzare il denaro che viene affidato loro in modo da produrre benefici per la società. Questi soggetti potrebbero investire nella produzione di beni pubblici, come infrastrutture, servizi per trasporti, scuole ed ospedali. In Italia questo produrrebbe sicuramente grandi benefici, dal momento che il sistema sanitario è in ginocchio ed i trasporti pubblici sono ancora obsoleti.

Nel nostro paese, infatti, i servizi ferroviari sono largamente inefficienti, le linee metropolitane nel complesso contano solo 120 chilometri (un quarto della rete della sola città di Parigi) ed il 50% degli edifici scolastici è fatiscente[10]. Considerando che il nostro debito pubblico supera il 100%, gli investitori istituzionali potrebbero assumere una funzione sociale molto importante. A livello globale, dato che gran parte del risparmio accumulato nei portafogli degli investitori istituzionali proviene dai lavoratori, questo denaro potrebbe essere utilizzato per migliorare le condizioni di lavoro nel mondo, tramite investimenti produttivi a lungo termine volti a creare occupazione, migliorare i sistemi previdenziali ed a garantire un lavoro dignitoso e de-mercificato, capace di stimolare ed incentivare il lavoratore[11].

 

5.4 Una nuova fase: la corsa alla svalutazione

Mentre ancora si cercano le soluzioni alle cause della crisi, questa sta entrando in una nuova fase. Alcuni grandi paesi, infatti, per cercare di uscire dalla recessione in cui sono sprofondati, stanno svalutando la moneta nazionale al fine di incentivare le esportazioni. E’ sicuramente il caso della Cina, che negli ultimi mesi sta mantenendo, contro ogni pressione internazionale, un tasso di cambio debole, per accumulare eccedenze commerciali e mantenere alte le esportazioni. Altri paesi asiatici, seguendo l’esempio della nuova potenza mondiale, stanno progressivamente superando la recessione. Gli Stati Uniti, pur continuando a criticare duramente Pechino, si stanno muovendo nello stesso modo, costretti a far fronte ad una ripresa lenta dovuta soprattutto al consistente deficit nella bilancia commerciale (composta da importazioni ed esportazioni). In direzione opposta, l’euro continua ad apprezzarsi, a dimostrazione della scarsa propensione della Banca centrale europea alla svalutazione[12]. Claudi Pérez, in un articolo per El País, parla di “una lotta di tutti contro tutti. I ricchi contro i poveri: gli Stati Uniti e l’Unione Europea aumentano le pressioni sulla Cina. I poveri contro i ricchi: la Cina e gli altri paesi emergenti fanno orecchie da mercante e continuano a svalutare nonostante le minacce. I ricchi contro i ricchi: la Germania si lamenta perché gli Stati Uniti criticano la svalutazione, ma poi continuano ad iniettare liquidità nella loro economia. E i poveri contro i poveri: i paesi emergenti dell’Asia e dell’America Latina sono costretti a partecipare a questa corsa alla svalutazione per restare competitivi”[13].

Dopo il mercato immobiliare, quello finanziario, industriale e dopo i bilanci pubblici, la crisi è approdata sul mercato valutario, e sembra aver scatenato una guerra che si sta combattendo a colpi di svalutazione.

Se sempre più stati decideranno di parteciparvi, la questione potrebbe rivelarsi problematica, perché spingerebbe i governi ad adottare misure protezionistiche capaci solo di rallentare la ripresa dell’economia mondiale. D’altra parte, non si può fare della Cina un capro espiatorio. Come sostiene il suo premier, Wen Jiabao, una rivalutazione troppo rapida dello yuan provocherebbe danni alle fabbriche cinesi, e le conseguenze si farebbero sentire, oltre che sui lavoratori della nazione, sulle economie di tutto il mondo[14].

In conclusione un’ultima considerazione. Molti esperti di politica economica affermano che una crisi è un’occasione terribile da sprecare[15]. Infatti, se la crisi in corso non verrà sfruttata per attuare tutte le riforme del caso, le conseguenze potrebbero essere disastrose, ed una nuova bolla inizierà a formarsi.

Oggi ed in futuro i leader politici dovranno operare un delicato bilanciamento dei vari interessi in gioco, ma, se si vuole raggiungere un ordine economico internazionale relativamente stabile, non è più possibile prescindere da un attenta regolamentazione dei mercati finanziari. Non bisognerebbe mai dimenticare, inoltre, che l’economia reale riveste un ruolo centrale nella vita di ogni società, sia per la fondamentale funzione sociale del lavoro, sia perché è all’interno di essa che si sviluppa la ricerca e si crea innovazione, motori trainanti del reale sviluppo culturale ed economico delle popolazioni.

 


[1] Roubini N. & Mihm S. (2010), La crisi non è finita, Prima edizione, Milano, Feltrinelli, pp. 242-245

[2] ibidem, pp. 244-248

[3] Onado Marco (2009), I nodi al pettine. La crisi finanziaria e le regole non scritte, Prima edizione, Bari, GLF Laterza, pp. 171-175

[4] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 326-329

[5] ibidem, pp. 327-329

[6] Antonelli G. & Guidetti G. (2008), Economia del lavoro e delle risorse umane, Novara, De Agostini Scuola SpA, pp. 245-262

[7] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp.328-329

[8] Onado Marco, op. cit., pp. 189-193

[9] ibidem, pp. 191-193

[10] Gallino Luciano (2009), Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi, pp. 177-185

[11] ibidem, pp. 185-195

[12] The Economist, redazione (2010), “Come evitare il peggio”, Internazionale, N.869, anno 17, 22/28 ottobre, pp. 43-45

[13] Pérez Claudi (2010), “La guerra delle monete”, Internazionale, N.869, anno 17, 22/28 ottobre, pp. 38-42

[14] ibidem, pp. 38-45

[15] Roubini N. & Mihm S., op. cit., pp. 350-354

 

 

GLOSSARIO

I.     Special Purpose Vehicle: Una società veicolo (SPV) è una società che viene creata esclusivamente per una particolare operazione finanziaria o una serie di operazioni. Oltre a ridurre le imposte, le società veicolo possono anche eliminare attività o passività dai bilanci e consentono trasferimenti del rischio (tramite le cartolarizzazioni). Le società veicolo sono state spesso utilizzate per manipolare conti pubblici, un esempio noto è dato dal caso Enron.

(Definizione: moneyterms.co.uk/spvspe/)

 

II.     Cartolarizzazione: La cartolarizzazione (frequentemente indicata anche con il termine inglese securitisation) è un processo finanziario finalizzato alla trasformazione dei crediti in titoli negoziabili sul mercato. È considerata un’innovativa tecnica finanziaria per mezzo della quale banche, società, Enti pubblici e privati e lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze anticipano incassi futuri. Il processo di cartolarizzazione ha diversi protagonisti: il primo è il soggetto proprietario dei crediti (originator), che vengono ceduti a una società che, a fronte dei flussi di cassa ceduti, emetterà titoli negoziabili sui mercati finanziari nazionali o internazionali. Questa società (come le SPV) costituisce lo strumento principale dell’operazione ed ha normalmente vita breve, costi di costituzione e gestione limitati e requisiti patrimoniali contenuti.

(Definizione: http://www.tecnoborsa.com/IT/page.aspx?tid=151)

 

III.     Asset- Backed Securities: Gli Asset Backed Securities (ABS), o titoli obbligazionari cartolarizzati, sono titoli di credito garantiti da parti dell’attivo patrimoniale dell’emittente, detto Special Purpose Vehicle (SPV), o società veicolo, appositamente costituito per attuare il processo di cartolarizzazione (securitization) dei prestiti; tale operazione consiste nella trasformazione di attività finanziarie non negoziabili (principalmente prestiti) in valori mobiliari negoziabili. Gli ABS, dal punto di vista della struttura del prodotto, sono del tutto simili alle normali obbligazioni; infatti,corrispondono al sottoscrittore una serie di cedole, secondo scadenze prefissate, per un importo determinato in base a un tasso di rendimento contrattuale, che può essere fisso o variabile, oltre naturalmente alla restituzione del capitale a scadenza.

(Definizione:http://www.saperinvestire.it/index.php/index.php?option=com_content&task=view&id=1194&Itemid=179)

 

IV.     Liar Loans: Appellativo usato per ogni mutuo che si basa su una documentazione carente o su nessuna documentazione. In alcuni programmi di prestito sono omesse informazioni come il reddito dichiarato, asset dichiarati e patrimonio dichiarato, che dovrebbero essere indicati sulla domanda di prestito. Questa tipologia di prestito ha aperto le porte a comportamenti non etici da parte di debitori e creditori. Chiamati anche predatory loans.

(Definizione: http://financial-dictionary.thefreedictionary.com/Liar+Loan)

 

V.     Mutui Ninja: Appellativo usato per indicare un prestito esteso a mutuatari “senza reddito, senza lavoro e senza risorse”. Mentre la maggior parte dei finanziatori richiedono al mutuatario di mostrare di possedere un flusso stabile di reddito o garanzie sufficienti, un prestito NINJA ignora totalmente questo processo di verifica. Il prestito NINJA è classificato nella tipologia subprime, e spesso si colloca nel mercato dei mutui. Ognuno di questi prestiti ha una specificità, ma la maggior parte di essi offre al finanziatore un basso tasso iniziale, che poi aumenta dopo alcuni periodi di pagamento. Il mutuatario dovrà sperare che il valore della sua proprietà si apprezzi in modo significativo, così da permettergli di rimborsare il prestito con l’aumento di patrimonio. Tuttavia, quando la proprietà non si apprezza, molti mutuatari non riescono a rimborsare il debito. Questo rende il prestito NINJA uno strumento molto rischioso per i creditori.

(Definizione: http://www.investopedia.com/terms/n/ninja-loan.asp)

 

VI.     Subprime: Detto dei mutui, sta letteralmente per “sotto i primari”, cioè mutui di qualità inferiore alla prima qualità. Il termine è diventato celebre per la crisi immobiliare del 2007 negli Usa, quando i Subprime Mortgages, i mutui subprime, sono stati colpiti da un’ondata di mancati pagamenti dai debitori. E’ appunto la qualità scadente dei debitori di un certo mutuo a definirlo “subprime”. Poiché le società che prestano soldi a debitori scadenti esigono interessi più alti per il maggior rischio che corrono, sono anche più facilmente esposte a fallire. Com’è successo nel 2007, quando la banca centrale ha alzato i tassi e di riflesso la capacità dei debitori di rimborsare è diminuita, per di più in un momento in cui i prezzi delle case erano in caduta.

(Definizione:http://www.lastampa.it/_web/_RUBRICHE/soldi/dizionario/s/default.asp)

 

VII.     Collateralized Debt Obligation: Sono titoli garantiti da un insieme di obbligazioni, prestiti e altre attività. I CDO di solito non sono specializzati in un solo tipo di debito, ma sono spesso prestiti non ipotecari o obbligazioni. Pur avendo una struttura simile ad una obbligazione garantita da mutui (OCM) o collateralized bond obligation (CBO), i CDO sono unici in quanto costituiti da diversi tipi di debito e di rischio di credito. Nel caso dei CDO, questi diversi tipi di debito sono spesso suddivisi in ‘quote’ o ‘fette’. Ogni sezione ha una maturità diversa e un diverso coefficiente di rischio ad esso associato. Più alto è il rischio, più la CDO è remunerativa.

(Definizione: http://www.investopedia.com/terms/c/cdo.asp)

 

VIII.     Credit default swap: E’ uno swap (scambio) che consente di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti. L’acquirente di un Cds riceve protezione del credito, mentre il venditore dello swap garantisce la solvibilità del prodotto. In questo modo, il rischio di default è trasferito dal titolare del titolo a reddito fisso al venditore dello swap.

(Definizione: http://www.investopedia.com/terms/c/creditdefaultswap.asp)

 

IX.     Leva finanziaria (leverage): Rapporto d’indebitamento, definito come rapporto tra debiti e mezzi propri (capitale e riserve patrimoniali) di un’impresa. Il rapporto d’indebitamento può essere anche definito come incidenza del debito sul totale del passivo (debito più mezzi propri) di un’impresa. La definizione di leva finanziaria può far riferimento all’uso del debito per migliorare la redditività netta dei mezzi propri di un’impresa, grazie all’effetto fiscale favorevole della deducibilità degli interessi passivi dal reddito imponibile.

(Definizione:http://www.borsaitaliana.it/bitApp/glossary.bit?target=GlossaryDetail&word=Leva%20Finanziaria&relazione=sinonimi)

 

X.     Hedge Funds: Rappresenta un portafoglio d’investimenti aggressivamente gestito che utilizza strategie d’investimento avanzate come posizioni con effetto leva e derivati, sia nei mercati nazionali sia in quelli internazionali, con l’obiettivo di generare rendimenti elevati. Gli hedge fund sono aperti a un numero limitato d’investitori e richiedono un grande capitale iniziale minimo. Gli hedge fund sono illiquidi poiché spesso richiedono agli investitori di tenere i loro soldi nel fondo per almeno un anno. Essi sono simili ai fondi comuni, in cui gli investimenti sono gestiti da professionisti come gli investitori istituzionali, ma si differenziano da questi, in quanto hanno una maggiore flessibilità nelle strategie di investimento.

(Definizione: http://www.investopedia.com/terms/h/hedgefund.asp)

 

XI.     Pivate Equity Funds: Il private equity è definito come l’ingresso nel capitale di una società non quotata da parte di intermediari specializzati i quali, generalmente, puntano a trarre un profitto dal collocamento in borsa della società. I private equity funds sono quindi dei fondi chiuso che effettuano operazioni di private equity.

(Definizione:http://www.intermediariassicurativi.it/index.php/component/option,com_glossary/Itemid,213/catid,46/func,display/letter,/page,13/)

 

XII.     Fondo comune: Fondo aperto d’investimento con diritto di chiedere, in qualsiasi tempo, il rimborso delle quote secondo le modalità previste dallo schema di funzionamento del fondo.

(Definizione: http://www.studiobartali.it/glossario.htm)

 

XIII.     Investitore istituzionale: È l’investitore che, disponendo d’ingenti possibilità finanziarie proprie o affidategli in gestione e in forza del proprio statuto, effettua considerevoli investimenti sui mercato.

(Definizione: http://help.fineco.it//templateVisivo.asp?sez=264&info=693)

 

 

5 risposte a “Finanziarizza…che?

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