Diari di viaggio

Pensando ai vari modi che ho a disposizione per intasare la rete, mi è venuta l’idea di creare questa piccola sessione dedicata ai viaggi, per il momento ad uno in particolare. Dovete sapere che, mentre mi trovavo in Argentina, emulando le interminabili cronache che scriveva mio padre, mio compagno di viaggio, ho pensato di portare avanti anch’io un mio diario di viaggio. Certo se voleste scoprire per filo e per segno i nostri spostamenti durante quei quindici giorni sarebbe meglio che vi rivolgeste a mio padre, io mi sono concentrato a scrivere più sulle percezioni che trasmettevano i luoghi, sulle descrizioni e su piccoli dettagli che,come inizierete a capire, considero indispensabili al fine della narrativa. Di seguito quindi riporterò alcune pagine del mio diario, non tutte e non tutto probabilmente, ma magari qualcuno chissà, dopo aver accuratamente alterato le proprie percezioni ad esempio, in qualche modo riuscirà ad entrare dentro al racconto…Nel qual caso vi auguro buona visione.

Giorno 1:

Quando si dice “una giornata interminabile”. Il viaggio finora è stato tutto un correre dietro alle coincidenze, il treno per Roma che giustamente rimane fermo in aperta campagna, prendere al volo la navetta per l’aereoporto, cercare mio padre nei meandri dei parcheggi di Fiumicino, il volo dell’esigua durata di quattordici ore…coincidenze insomma. Fin da quell’altitudine ho iniziato ad avvertire il calore della gente, fare conoscenze non sarebbe certo stato un problema. Poche parole su Buenos Aires, visto che oggi eravamo qui solo di passaggio, che ci torneremo e che la mia autonomia sta scemando: la città è enorme, difficile immaginarsi quanto davvero lo sia, ed in ogni dove è possibile scorgere segni del fatto che è viva. Plaza de Mayo è ancora piena di striscioni e transenne, segni dell’ultima ed evidentemente recente manifestazione popolare. Circondata dagli edifici più importanti della città, come la Casa Rosada, sede del governo, è il luogo dove le madri dei desaparecidos vengono a ricordare la scomparsa dei figli. La Boca è sicuramente una delle più straordinarie esplosioni di colore che possa capitare di vedere nella vita, nonostante la sua notoria povertà. E’ una forma di profitto, un mezzo di sostentamento per chi abita lì, ma il quartiere è costantemente una festa di artisti di strada, dipinti, oggetti impensabili e tango; i ballerini hanno un quid che ti affascina a tal punto che ti perdi a guardarli, e non sai spiegarti il perchè. Le strade esplodono di gente, infinite tipologie di persone, che ti verrebbe da passare giornate intere a guardare i loro volti ed immaginarne la storia. Non si trovano molti cassonetti della spazzatura, è più comune trovare montagne di spazzatura abbandonata per strada, a volte vedere persone che vi rovistano, non di rado bambini; queste immagini insieme agli edifici titanici delle multinazionali minano un paesaggio altrimenti irreale, come degli estranei in una foto di famiglia. Ora sono davvero stanco, riprenderò domani. Ad ogni modo, isolati dal mondo che quotidianamente ci appartiene, non si stà affatto male.

Giorno 3:

Ieri non ero propriamente in condizione di scrivere un diario. Ci hanno consigliato un ristorante leggeremente fuori la zona turistica per cena, una terrazza sull’oceano molto intima, con pochi tavoli, ma evidentemente di un certo prestigio. Fatto stà che io e mio padre, dispersi ormai nei meandri dei discorsi pseudo-politici e dei sillogismi socio-filosofici su droghe e proibizionismo (ridendo e scherzando, insomma) abbiamo finito con lo smezzarci due bottiglie di buon vino bianco e del wiskey; cosicchè, tornati in albergo, abbiamo pensato di fermarci al bar a bere Quilmnes* (madornale errore scendere di gradazione). Da lì in poi non ricordo più nulla e, di conseguenza, non ho scritto; peccato. Per il resto nulla di eclatante: arrivo a Puerto Mardrin accolti da una guida identica (e giuro identica) al cantante dei System Of A Down. Nel tragitto aereoporto-hotel stringo amicizia con una coppia di inglesi (con lui, per svagare un po’,parlo di politica). Dopo essermi schiarito le idee bevendo del vino, sempre in compagnia di mio padre, ho pensato di fare il primo bagno del duemilaotto nell’oceano. L’acqua era così ghiacciata che il freddo te lo sentivi entrare fin nelle ossa, da brivido. A dirla tutta non è che qui le spiagge siano propriamente stupende, ma sono libere, la gente beve il mate**, con trentadue gradi, un’altra mentalità. Alla cena ho già accennato; un momento esilarante è stato quando mio padre ha tentato di persuadere la cameriera a darmi un bacio. Lui c’è riuscito. Io ho rifiutato, non mi sembrava spontaneo. Peccato che la razionalità non mi abbandoni neanche in suolo straniero, ubriaco per giunta; ma questa è un’altra storia. Sbalorditiva è, inoltre, un’altra questione: nonostante il mio essere intrinsecamente introverso, in questi pochi giorni ho socializzato con moltissime persone, a conferma del fatto che ciò che mi circonda influenza il mio modo d’essere molto più di quanto realmente vorrei. Ma stò divagando un po’ troppo, questa mattina avevo un tremendo dopo-sbronza (qualche traccia la porto ancora adesso), ma questo non mi ha precluso il giro previsto per la Penisola Valdes. Il paesaggio è per lo più desertico, la densità di popolazione è molto bassa e questo lascia libere immense distese di terra. Per prima cosa abbiamo preso uno scafo che ci ha condotti dov’erano appostati i leoni marini, non credo che abbia fatto loro molto piacere però essere disturbati nella loro intimità, in stagione riproduttiva oltretutto. Una coppia di novelli sposi ha provveduto al mio fabbisogno di nicotina, dopo un po’ non dovevo neanche più chiederle. Per la prima volta ho visto i pinguini, che in questa regione sono più numerosi degli esseri umani, e quando nuotano sono davvero molto buffi (anche sulla terra ferma, in effetti). Il comportamento di due specie di animali mi ha colpito in particolar modo: c’è quest’incrocio tra un canguro e una lepre, di cui non ricordo già il nome esatto, se lei muore il maschio si lascia morire di fame di fianco a lei ma, ahimè, se è lui a venir meno la femmina deve trovare qualcun’altro con cui proseguire la sua vita; seconda specie, gli elefanti marini, enormi, come ci ha spiegato la nostra guida hippie si concedono spesso a lunghissimi periodi di inattività durante i quali non fanno assolutamente nulla, fantastici. Da ultimo, in questa riserva incontaminata dove riposavano appunto gli elefanti marini, la nostra mentore ci ha invitati ad ascoltare la natura. Non so cosa intendesse con precisione, ma io, forse, qualcosa ho sentito.

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* La birra Argentina più buona in assoluo.

** Jerba Mate, tipica bevanda argentina a base di un’erba messa a piantagione in campi sterminati, non allucinogena, tipo thè.

Giorno 4:

Oggi per la prima volta in vita mia mi ritrovo a scrivere in un aeroporto, mi chiedo se sia preoccupante aver già cominciato a fare queste cose bizzarre, come ammazzerò il tempo quando mi sarà passata questa fissa dei diari di viaggio? Uno degli interrogativi che considererò a tempo debito. Trelew. Destinazione: Terra del Fuoco. Il nostro aereo è in forte ritardo. Poco male penso, non dovrò preoccuparmi di scrivere come al solito alterato dall’ebrezza. Forse quindi risulterò più noiosa del solito. Tanto per cominciare questa mattina abbiamo fatto una visitina al museo paleontologico di Trelew, suggestivo, la musica del video sulle origini del mondo era troppo coinvolgente, molto Tool. Anche oggi, come guida, c’è capitata una figlia dei fiori, tant’è che inizio a credere che qui sia una sorta di denominatore comune, e questo è un bene. Ad un certo punto deve aver detto una cosa tipo “in Patagonia il vento a volte soffia così forte che spazza via anche i brutti pensieri”, ma oggi non tirava un filo d’aria. Ora ne ho la conferma: in Patagonia ci sono più pinguini, cira ottocentomila, che abitanti. La riserva di Punta Tombo è il loro regno, ti permettono di entrare, ma rispettando alcune regole, e da quanto dice la guida non è saggio far incazzare tutti quei pinguini. Il pinguino è un uccello che non sa più volare, è un ottimo “marito” e come tutti sapete, pur non essendo molto sciolto, se la cava sia su terra che in acqua. La ragazza che siede dietro di me nella sala d’attesa ha uno sguardo serioso, non deve aver avuto una buona giornata, chissà. Prima di arrivare nella riserva abbiamo fatto tappa nel Chubut, dove un gallese ha spinto alcuni suoi connazzionali a migrare, per poter adoperare liberarmente la loro lingua madre e non essere costretti a dimenticarla a forza di parlar inglese. Una volta arrivati in questo paesino di cui, ovviamente, già non ricordo il nome, abbiamo ordinato un thè che ci è stato servito accompagnato da una serie infinita di dolci tipici. Avrei voluto avere uno stomaco che riuscisse a contenerli tutti, ma non è così. Ce n’era uno che pare riesca a conservarsi morbido per un anno, per questo è tradizione utilizzarlo come ultimo strato delle torte nuziali, per mangiarlo il giorno del primo anniversario. Ho conosciuto anche dei brasiliani oggi, un po’ troppo nazionalisti forse. Domani Ushuaia.

Giorno 6:

Ho tanto arretrato da smaltire, sperando che la memoria mi assista. Ushuaia, la fine del mondo. Dall’albergo non sembra male. Ieri ho dovuto chiedere alle mie deboli gambe di tenermi in posizione eretta per diciotto ore, di conseguenza ora, all’aeroporto (lo so, lo sto facendo di nuovo), mentre mi appresto a partire per El Calatafe, ho esattamentel’aspetto di uno che ha dormito poco e non ne è troppo contento, io.Ma è di ieri che dovevo parlare: per prima cosa, in mattinata, ci hanno condotto (esattamente come si fa nelle gite scolastiche) nel Parco Nazionale della “Fine del Mondo”. Qui c’era un trenino ad aspettarci, lo stesso trenino che dal 1900 al 1920 trasportava i detenuti dal carcere di Ushuaia nei boschi, dove, sotto la supervisione di guardie (suppongo) non troppo simpatiche, erano soliti tagliar la legna. Devo dire che avrei preferito qualcosa di più allegro per partire, ma va bene ugualmente. Nello scompartimento davanti al nostro c’era una famiglia papà-mamma-figlia-figlia, presumibilmente argentini. Avrei voluto dire al padre che aveva due figlie molto belle, ma non credo avrebbe reagito bene. C’est la vie. Alla fine del viaggio c’era Ignazio, la nostra guida, che ci ha accompagnati nel parco. Dalle fitte distese di alberi che si riflettevano nel lago, dalle cime innevate, dall’aria che ti entrava nei polmoni forse riuscivi ad immaginare il perché di “fine del mondo” (oltre alla spiegazione empirica, ossia perché, noterete anche voi, la punta dell’Argentina è situata vertiginosamente vicina all’estremità inferiore della cartina). Non sono molto bravo nel descrivere paesaggi, ma il posto ispirava molto. In confronto, l’escursione pomeridiana non è stata esaltante, prevedeva un giro in catamarano nel mezzo, tra la costa cilena e quella argentina. Non sono mancati pinguini, leoni marini e quant’altro, ma io più che altro chiudevo gli occhi ovunque mi capitasse di appoggiarmi. Finito questo, mio padre si era impuntato che voleva comprarsi una borsa in pelle e, anche se non aveva un’utilità concreta, non c’era verso di dissuaderlo. Le commesse del negozio erano tutte molto timide, noi gli ultimi clienti prima della chiusura, di conseguenza vi lascio immaginare i silenzi imbarazzanti. Per tutti tranne che per mio padre, lui non si imbarazza. Prima dell’ultima escursione io ero a pezzi, completamente annullato, ma si doveva fare, ormai. In autobus, oltre me e mio padre, ritrovo la coppia di sposi che eroga sigarette, scopro una famiglia dai lineamenti asiatici, sempre due figlie ma questa volta c’è anche un terzogenito,e due fidanzati, una gita tra pochi intimi. Le due ragazze, dai sedili prossimi al mio, se la ridono. Io no, metto le cuffie e mi addormento. Arriviamo in prossimità di una pizzeria dove poi avremmo cenato, quasi dentro il bosco, al calare del sole, e troviamo, pronte per noi, due 4X4 che avrebbero dovuto portarci all’interno del bosco dove avremmo spiato i castori mentre costruiscono dighe (si, i castori fanno anche questo oltre a pubblicità di dentifrici). Io e mio padre avevamo un 4X4 tutto per noi (al ritorno guido io), gli altri sono saliti sul secondo, più grande. L’escursione è stata uno spasso, per raggiungere i punti di avvistamento migliori dovevi superare una sorta di percorso ad ostacoli naturali (alle ragazze dai lineamenti asiatici non sembrava piacere molto, al piccolo si), i castori fanno uno strano effetto dal vivo, sembrano meno gioviali di quelli in tv e, finche siamo stati lì, non hanno aggiunto un neanche un pezzettino di legno alla diga in costruzione, al più mangiavano. Qualche informazione: i castori mettono su queste dighe allo scopo di proteggersi dai predatori, ma, essendo stati portati qui dal Canada, non hanno alcun predatore!Ne vogliamo parlare di che vita agiata vivranno loro e il loro pargoli? Magari un’altra volta, parliamo del ragazzo con la fidanzata: scendeva dal bus con camicia di flanella rigorosamente a quadri, Ray-Ban a goccia viola e cappellino con tanto di pon pon multicolore, immaginate il tutto indossato da un tipo simil-Johnny Deep, fantastico. A cena (una tavolata multietnica dove italiano, inglese e spagnolo si rincorrevano per riuscire a dare un senso alle frasi dei partecipanti) scopro che sono entrambi di Buenos Aires e che sono belle persone. Mi hanno lasciato il loro indirizzo emmessenne e detto di chiamarli quando sarei arrivato a Buenos Aires, una birra magari. Credo che li rivedrò. Anche una delle ragazze dai lineamenti asiatici mi ha lasciato il suo contatto, per scambiarci le foto della giornata, dice. Le scrivo il mio. Sono tornato in albergo sereno e ho letto qualcosa, giusto per stemperare. Non ricordo altro, ora sono a El Calafate, ma ne parleremo poi. Per ora è tutto.

Giorno 8:

Estasi. Alterazione dei sensi. Sentirsi impotente davanti a qualcosa di sconfinato. Il ghiacciaio di Perito Moreno. L’azzurro dipinto su quel muro eretto dalla natura sembra un arteficio, splendidamente finto, il crepitio che precede la caduta di una lastra di ghiaccio è capace di richiamare più attenzione di un comizio elettorale (non che ci voglia molto, ma avete capito). In serata abbiamo visitato una fattoria; c’era una riserva, tante pecore, cani e cavalli. La guida aveva un suo chè, dopo cena era previsto uno spettacolo di tango e la cameriera aveva qualche hanno in più, ma è stato comunque piacevole parlarle. Non è stata una serata troppo felice, ho bevuto troppo e, credo si noti, non ho troppa voglia di scrivere. A cena era seduta di fianco a me una donna israeliana, avrà avuto l’età di mia madre, probabilmente è stato proprio il suo istinto materno a farle intuire che, in quel momento, io e mio padre non eravamo propriamente in armonia e, sfruttando il mio inglese stentato (e il fatto che mio padre lo ignori “at all”), mi ha rincuorato. Un po’. Mi racconta la sua storia, è partita da Tel Aviv per un viaggio di quattro mesi in giro per il mondo. E’ separata ed ha una foto dei suoi tre figli nella borsa, me la mostra. Dice di essere partita per vivere un po’ per se, ora che sono grandi. Affitta casette per vacanze, ad Israele, vorrei farle conoscere mia madre, magari organizzo un viaggio. Forse nulla accade per caso, o è il caso a far accadere tutto. Millevoltebuonanotte e così sia.

Giorno 9:

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Ultimo giorno ad El Calafate. Ieri ero bukowskianamenteprovato, ma oggi va decisamente meglio (salvo per i postulati onirici e i costrutti verbali di mio padre, movente delle mie turbe, che mi rimbalzano ancora in testa da parte a parte, ma che come un’eco si dissolveranno presto). Questa giornata l’abbiamo passata su di un lussuosissimo catamarano che ci ha portati a zonzo per il Lago Argentino; tema principale, ovviamente, i ghiacciai, che ho continuato ad ammirare sbigottito (non è uno spettacolo che annoia facilmente). Già ieri, magari in maniera un po’ approssimativa, vi ho accennato al colore vivo di queste enormità, che ho scoperto capaci di estendersi per decine di chilometri. Per la prima volta mi sono trovato a pochi metri di distanza da un Iceberg (tipo quello che ha causato la tragica fine del Titanic, per capirci); è impressionante il fatto che ciò che si mostra in superficie sia soltanto il 10-15% della massa totale. Null’altro da aggiungere, il resto lo lascio alle immagini e alle immaginazioni. Scesi dal catamarano incrocio una ragazza, con alle spalle almeno un quarto di secolo, già vista nella Penisola Valdes. “Hola”, mi dice. Ero convinto fosse italiana, ma magari lei ignorava che lo fossi anch’io. Dettagli. Domani ritorno a Buenos Aires, sperando di riuscire a mettermi in contatto con Marcelo e la sua compagna Marcela. Per ora non c’è altro da aggiungere, in attesa dell’epifania.

Giorno 11:

E’ scivolata via anche la giornata a Buenos Aires. Visitiamo la Regoleta, indiscutibilmente la zona più europeggiante della città, con i suoi boulevard alla francese e l’Hard Rock Cafè che, anche se fa molto global, meritava di essere scelto per la birra delle cinque del pomeriggio, se non altro, fra tutte, per la chitarra di Jimmi Page. Oh Yeah! Nel cimitero di questa strana e multietnica metropoli riposa, non esattamente “in pace”, la salma, perchè mi auguro che lo spirito abbia trovato approdi migliori, di Evita Peron, storica moglie del leader populista argentino. Il nostro autista, per intrattenerci durante uno spostamento, ci ha rivelato che il presidente, suo marito, prima di morire aveva espresso il desiderio di essere seppellito al suo fianco, per perpetuare quel legame, in un appezzamento di campagna dove i due trascosero i momenti più felici della loro storia. I genitori di lei si opposero, e la testardagine umana trionfò di nuovo. Non sono riuscito ancora ad incontrarmi con Marcelo, ma ho ricevuto una sua e-mail, dato il mio spagnolo risutata pressochè incomprensibile, ma che spero ci consenta comunque di rivederci finalmente il quattordici, giorno prima della fine del viaggio. La nostra cena si è tramutata, nel teatro “Astor Piazzolla”, in uno sfrenato spettacolo di tango che si consumava ad un paio di metri dagli occhi rapiti e lucidi di vino miei e di mio padre. Non mi era mai capitato di apprezzare un qualcosa del genere prima d’ora, ma c’era un chè di magico, non so spiegare. In questo momento mi trovo sul volo diretto ad Iguazù, chissà se il senso di questo viaggio si nasconde dietro la forza sprigionata dalla natura nelle cascate…

Hard Rock Cafè

Giorno 13:

Ultime escursioni, ultimi pensieri, ultime tappe di questo viaggio. Ieri, appena atterrati all’aeroporto di Iguazù, abbiamo incontrato la nostra guida, Giuseppe, uno Stakanov del turismo che ci ha convinti a cambiarci in aeroporto, ha cambiato il programma e ci ha condotti alle cataratas (cascate), versante argentino.Queste si presentano maestose, imponenti, dirompenti, ti convincono quasi che il loro corso d’acqua, un unico enorme getto camaleontico, non si esaurirà mai. Il giro in gommone, che si è spinto fino alle rocce facendoci immergere in quell’acqua gelida, ha conferito alla visita un quid di avventura estrema. Arrivati (finalmente, aggiungerei) in albergo, non abbiamo resistito ad un tuffo in piscina, già che c’eravamo. Sdraio, bordo vasca, tramonto, chicas e perché no, caipirinha e qualche sigaretta. Devo aggiungere altro? Dopo la cena definirmi ubriaco sarebbe stato un eufemismo, e la coscienza è sfumata nel letto senza che potessi cogliere il cambiamento. Oggi ho fatto un salto in Brasile, e non sto scherzando, è stato giusto un salto al di là del confine, il tempo di recarsi dall’altro lato delle cascate per vedere com’erano da lì (prospettive). Oltre questo, visto che eravamo da quelle parti, abbiamo visitato una miniera di pietre preziose. Pensate, il geologo era toscano, e il nostro chiacchierare passeggiando aveva un che di ottocentesco, ma tralasciamo. Parliamo delle rovine delle missioni gesuite, un pezzo di storia che ho sempre ignorato e che invece lega l’Europa e il subcontinente latino, e fa luce sulle origini di questa gente. Sono riuscito ad ottenere, con non poco sforzo, un po’ di materiale sulle rovine di Sant’Iniacio, peccato sia tutto in spagnolo, lingua che non mastico molto, ma non si sa mai più in là. Gli aborigeni hanno una speranza di vita che si aggira sui quarant’anni, la loro storia è un susseguirsi di genocidi e sottomissioni, economiche e spirituali. Passando da queste parti puoi incontrarne qualcuno per strada, piccoli e magri, appartenenti ad un’altra civiltà. Domani si torna a Buenos Aires, davvero l’ultima tappa, e la fine del viaggio.

Cascate di Iguazù

Giorno 15:

Si torna a casa, si passa dall’oceano che è l’argentina alla vasca per pesci rossi, Lanciano (solo pochi giorni, per carità), in volo per Roma. Sono di nuovo su uno di questi enormi aerobus, ma le informazioni di servizio, ora dispensate nella lingua che mi è più familiare, mi generano una sgradevole sensazione proprio sotto lo sterno. No, non mi entusiasma l’idea di casa. Ieri mattina abbiamo visitato Posadas, che risulta essere una città pressoché anonima, rifugio di nazi-fascisti in fuga dopo la figuraccia della Seconda Guerra. Il pomeriggio a Buenos Aires è stato lento, la stanchezza del viaggio si è fatta sentire più del dovuto, sedata solo dalla visione di un Ateneo, un vecchio teatro, trasformato in un immensa libreria, dove l’interminabile scelta del libro veniva allietata da un suonatore di piano, l’atmosfera di rispettosa quiete combinata alla normale frenesia di un esercizio commerciale rasentava il surreale. Ma dopo la cena, consumata in stato di quiete apparente in uno dei tanti ristorantini attraenti messi in fila lungo tutta la Recoleta, con me e mio padre come due sposini il giorno di San Valentino, seduti vicino ad un gruppo di quattro single incallite, ho rivisto finalmente Marcelo e Marcela, da qui l’incipit all’epifania. L’incontro era stato organizzato via e-mail, io non credo di aver realmente capito ciò che scrivevano, ma ad intuito siamo riusciti a capirci e all’ora stabilita erano davanti l’albergo dove alloggiavo, mio padre ha insistito per venire con noi. Il primo locale dove c’hanno condotti era dalle parti di avenida Libertadores, zona poco turistica frequentata dalla media borghesia locale. Marcelo mi racconta che prima si esibivano molti gruppi lì, ci sono ancora degli strumenti buttati in un angolo, ma dopo un incendio che causò la morte di alcune persone, è diventato raro che locali di questo genere (in apparenza perfettamente adatti) organizzino eventi dal vivo. Dopo il primo giro di bicchieri mi padre era già fuori dai giochi, ad una certa età dormire è importante, e lo si deve preferire al vegliare sul proprio figlio, soprattutto se già in buone mani, così l’abbiamo accompagnato in albergo per poi proseguire il nostro tour. Il secondo locale era molto più alla mano, molto più soffuso, meno smancerie più rock, meno igiene più alcool. Il dj era partito con una sfilza di pezzi rock anni ’70-’80, e noi eravami lì a goderceli tutti con una pinta di cerveza ghiacciata che non voleva saperne di finire. Credo che siano state una decina quelle che hanno accompagnato le nostre impetuose conversazioni, rese impervie dalla lingua, ma agevolate dalla spropositata quantità di birra che la serata torrida invitava ad ingurgitare. Argomenti di conversazione? Tutti. Mi raccontano la loro storia. Lei, prima di fidanzarsi con Marcelo, era sposata, e la loro relazione non sembra essere delle più semplici. Sono docenti di scuola secondaria, e la loro cultura generale è immensa, non c’era argomento di cui non potessimo parlare, il mondo è cattivo, gli stupefacenti allargano le percezioni, mi piacciono i Depeche Mode, preferisco i Radiohead, ho letto tanto di Marquez, lo conosco bene anch’io, che cos’è l’amore, non sono mai stato in Italia. In una serata gli ho raccontato cose che non avevo mai detto, non ho avuto paura di omettere i dettagli scomodi della mia vita, sono arrivati a capire il perché delle sofferenze, mi sono sentito tranquillo, ho svuotato la mente, ora sono più leggero, posso parlare con il mondo. Non è questa una rivelazione? Certo, sembra ovvio raccontare tante cose ad una persona che forse non vedrai mai più, ma poi si ha il modo di farlo? Ho avuto a disposizione due serate per imparare a comunicare con due ragazzi che hanno un età diversa, un’esperienza diversa, vivono in un ambiente diverso dal mio, eppure quelle sere non abbiamo mai smesso di parlare, mai di cercare di capirci, mai di provare a conoscerci, ed è stata la cosa più naturale e semplice del mondo, ci sono volute tredici ore di volo per scoprire possibile una cosa del genere, ci sono voluti loro per farmelo capire, ma ripensandoci ho fatto questo per tutto il viaggio! Le ragazze brasiliane dai lineamenti asiatici, gli sposini, il ragazzo conosciuto sull’aereo, quello conosciuto ad Ushuaia, la commessa del negozio in cui mio padre ha passato una vita, la nostra guida in Patagonia e quella alle cascate, ho avuto modo di conoscerle tutte, per un poco. Mi sono appassionato alla storia di alcune persone, al loro pensiero, e molti hanno fatto lo stesso con me. Non sono certo se questo significhi o meno essere una soggettività che fa parte di un tutto, se è necessario guardare la propria vita da molto lontano per capirsi, se bisogna estraniarsi da ogni contesto e circostanza o è solo che, come succede con la prima ragazza, dev’esserci qualcuno che ti fa innamorare della gente, per capire che non è ovunque una guerra in cui devi sempre guardarti le spalle, che c’è chi d’incularti non ha mezza voglia, e preferisce come te impiegare il tempo che alcuni spendono per farsi crescere dentro invidia e risentimento per trasmettere qualcosa, e lasciarsi invadere da quello che l’altro può donargli semplicemente raccontandogli la sua storia. E’ un’epifania un po’ rozza, lo so, magari poco chiara, ma ora sono inebriato da questo senso di soddisfazione, e voglio solo che la mia sia una bella storia da raccontare. Quando mi hanno riaccompagnato all’albergo, io e Marcelo camminavamo abbracciati e barcollavamo all’unisono, Marcela sorrideva, definirci ubriachi sarebbe stato eufemistico. Ci salutiamo lentamente, ci scriveremo, magari un giorno ci rivedremo, quella era la mia ultima notte in Argentina, e io stavo vivendo un istante assurdo, iniziavano già a mancarmi quei due (quasi)sconosciuti. Sono tornato in camera, la ragazza alla reception era un po’ sconcertata nel vedermi tornare a quell’ora in quello stato. “Fanculo il solipsismo” le avrei detto, ma poi me lo sono tenuto per me, tanto non avrebbe capito. Questa mattina ero uno straccio, mio padre ha avuto il buon gusto di non dire nulla, ho saltato la colazione e sono caduto dal letto. Confermo la mia prima impressione, la Boca è stupenda, la parte eccentrica della città. Dopo gli ultimi acquisti fatti trascinandomi per la città, la guida ci ha portato in aeroporto. Cosa deve succedere appena prima di ripartire ad una persona impacciata e timida come me? Al check-in c’erano un centinaio di ragazze/ine tutte vestite uguali in partenza per DisneyWorld, Miami. Scontato che l’impiegato al controllo dei documenti mi dice che non ho compilato una carta senza la quale non posso imbarcarmi, al chè mi metto su una mensolina rivolta verso le scolarette in coda, zitto zitto per i fatti miei, e inizio a compilare. Alzo gli occhi e le ragazze più prossime alla mia posizione sono appoggiate al ripiano usandolo a mo di balconcino, e mi fissano sorridenti. Le divertiva la mia situazione, alle stronze, trovavano divertente il mio piccolo inconveniente, e facevano di tutto per rallentarmi con domandine idiote nella loro lingua pseudo- incomprensibile. Il mio rispondere in italiano (figuratevi se in una situazione del genere mi metto a sforzarmi di parlare spagnolo) le ha messe ancora più su di giri, ma per fortuna il questionario era terminato e, sorridendo, mi sono congedato. Mentre giravo per il duty free intento a raccattare più stecche di camel e alcolici possibile, sento alla spalle ancora quelle vocine, “el chico, el chico”, si, pensavo, e chi vi riconosce tante quante siete, mentre mi limitavo a salutarle beato, guardandole sfilare a turno prima di riprendere la spasmodica corsa verso il gate per l’imbarco. Ed ora eccomi qui, mentre concludo questo capitolo della mia vita, e mi avvicino alla vasca piccola, dove pesci piccoli si mordono la coda a vicenda per avere più spazio per mangiare, o cagare tutt’al più. E’ stato un piacere condividerlo con me, per il resto, hasta luego y mucha suerte.

Argentina, paesaggio


Eccomi di ritorno nel mio piccolo mondo. Non sapevo se sarei mai tornato a scrivere dei miei viaggi, ma ci sono cascato di nuovo. Tutto ciò che leggerete è ambientato in Messico, Baja California principalmente. I compagni di viaggio sono tre questa volta, ma non per questo mi è mancato il tempo per scribacchiare sul mio diario. Cercherò come sempre di essere il più fedele possibile alle parole annotate su carta, per il resto, buona lettura.

Giorno 1:

10 aprile 2011. Il segnale luminoso “allacciare le cinture” mi distrae dal momento più catartico della giornata, posticipandolo. I bambini sembrano aver trovato nel gridare il loro passatempo (e ce n’è di tempo da far passare), ed i sedili di un aereo non sono propriamente un letto. Nicotina, nuvole di fumo, cicche spente a metà, inalare e sputare fuori, immagini ricorrenti nelle menti di chi, per non pensare alla voglia di fumare, è costretto a stringere i denti. Masticare una gomma per fumatori pentiti non è un palliativo sufficiente, comunque, eccomi a bordo di questo transatlantico con le ali diretto in Messico, per la seconda volta. Condizioni meteo buone, altezza considerevole, atterraggio previsto tra troppe ore per volerci davvero pensare, libro di viaggio “Contro il giorno” di Thomas Pynchon. Dopo tre anni la necessità di partire era diventata paragonabile all’attesa per una stramaledetta sigaretta in questo momento. Beh, in realtà esponenzialmente più alta. Ben tre compagni di viaggio e precondizioni di partenza diametralmente diverse renderanno di certo questa esperienza diversa da quella argentina, ma tenterò di riprendere parte delle masturbazioni mentali che ero solito praticare in quei giorni, magari promuovendo nuove elucubrazioni, insomma, cercherò di essere il solito. Ad ogni modo, inutile essere troppo prolissi, non avendo elementi da narrare o sviscerare. Si comincia.

Non dormo da non so quante ore, e credo sia arrivato il momento di farlo. Dall’aeroporto Benito Juarez all’Intercontinental mi è venuto da riflettere su come le baracche della periferia di Città del Messico potessero sorreggere cartelloni pubblicitari così imponenti senza crollare, ma poi ho capito che non c’è risposta se non metafisica. Domani cercherò di assorbire il più possibile da questa città infinita, ma ora…

Giorno 2:

Città del Messico è uno dei pochi agenti che riesce a farmi saltare dal letto alle sette del mattino, insieme a dissenteria e concerti rock in destinazioni astruse. La metro di questa enorme cittadina è tra le più colorate che abbia mai visto, anche se molto anni cinquanta come comfort. Fermata Zocàlo. Plaza de la Constituciòn è la prima attrazione che mi si para davanti, affollata com’è di banchetti e accampamenti di oppositori di Calderòn. La pavimentazione, molto singolare, è adornata da una lunga striscia rossa contrastata dal bianco di tante impronte di mani, coronata dalla scritta “Si Egipto pudo ¿por que Mexico no?”.  Attraversata questa immensa piazza, ed aggirata la Catedral Metropolitana, si arriva al Templo Mayor, uno dei principali monumenti risalente alla civiltà azteca. Il giro turistico parte dal sito archeologico, per lo più fatto di rovine che permettono di farsi un’idea sulla collocazione spaziale del tempio. L’audio-guida, incurante dell’età dell’ascoltatore, narra la storia dei vari altari, sui quali veniva strappato il cuore dei prigionieri e consacrato il sangue al dio sole, affinché portasse vento e pioggia. Non mancano descrizioni di riti privati, in cui si praticava l’autoflagellazione e, per i guerrieri più impavidi, il martoriamento dei genitali (e non in senso figurato). I conquistadores spagnoli hanno provveduto a smantellare, per quanto possibile, questa imponente costruzione che, anche ridotta in rovine, rimane di gran lunga più affascinante della concorrente e più recente Catedral Metropolitana (no, nuovo non è sempre meglio). Tutti gli oggetti, le statue, i dettagli sono invece custoditi nel Museo interno, sarebbe stato un crimine contro la storia non visitarlo. Una volta terminato il tour interno, eccoci di nuovo in strada, dove un gruppo folkloristico di uomini e donne in costumi aztechi animavano uno scorcio di piazza con una coinvolgente danza tradizionale.

Per poter ammirare gli eccentrici murales di Diego Rivera, in particolare quelli impressi sulle pareti del Palacio Nacional, è necessario superare una sorta di dogana interna, presidiata da militari muniti di mitra e muso duro, che controllano che nessuno stazioni per più di qualche minuto nello stesso punto. Un anziano signore, avvicinatosi per offrirci i suoi saperi sulla storia del palazzo, si congeda dicendo “Bienvenidos in nuestra casa”. Inutile tentare di descrivere ciò che le immagini raffigurate enarrano alla perfezione, pezzi di storia di un popolo, prima ancora che di un paese e di una nazione. Nel 2010 il Messico ha festeggiato i duecento anni di indipendenza dal dominio spagnolo, e il Palacio Nacional ha ospitato un’innumerevole quantità di cittadini messicani venuti a festeggiare la ricorrenza. Nulla a che vedere con il centocinquantenario della nostra unità. In questo luogo si ricorda con orgoglio la lotta, la rivoluzione, le idee diventate i pilastri della nazione. Tutto questo è motivo di unione, non come nel nostro vecchio e stanco paese. Sono rimasto affascinato, probabilmente per deformazione professionale, dal lungo corridoio con esposti i ritratti di tutti i presidenti messicani. Vederli così, uno accanto all’altro, trasmette quasi un ingannevole senso di continuità.

Siamo entrati nel palazzo alle nove circa, dopo due ore la megalopoli da più di venti milioni di abitanti si era finalmente svegliata, e le strade, in particolare quelle del Centro Historico, erano diventate pressoché impercorribili. Oserei dire che persino respirare, in mezzo a tutta quella gente, era impresa assai ardua. Ma la città è grande, e non c’è un minuto da perdere. Dopo aver ammirato le opere di Rivera, può mancare una visita al museo di Frida Kahlo? No, direi proprio di no. Ci sono due musei in città che espongono le sue opere, e per chi conosce la storia della sua vita sarà facile immaginare il perché. Uno è naturalmente allestito nella casa che Diego e Frida hanno diviso per parte della loro storia. Divisi, appunto. Due edifici indipendenti, uno per ciascuno, collegati unicamente da un piccolo ponte. L’altro è la Casa Azul, dimora d’infanzia della pittrice, che l’ha vista costretta a letto dopo un grave incidente, ed ha ospitato il dissidente russo Trockji, durante parte del suo esilio messicano dopo essere stato condannato a morte dal regime di Stalin. In questa casa i due amanti si sono ritrovati infine, dopo le tante rotture, di nuovo insieme, fino alla morte di Frida. Noi abbiamo optato per quest’ultimo. Le opere esposte non erano molte, alcune mai terminate, la maggior parte dipinte in gioventù, solo poche più recenti. Ma in compenso c’è molta storia tra quelle mura, in quel giardino, foto, utensili, il suo letto a baldacchino, scritte sui muri, riferimenti al comunismo, al porfiliato, pareti esterne dipinte di blu, la fontana, una piccola piramide in stile azteco, le marionette, i pupazzi appesi. Difficile rimanere insoddisfatti, sconto universitari all’ingresso e una bella camminata che ora, disteso sul letto, si sente tutta, ve lo assicuro. Immagini a random della giornata nella mia testa non facilitano il riposo, ma ne è valso tutto quanto è stato speso per viverla, e sono maledettamente contento. Ora cena e poi suicidio fisico e morte cerebrale autoindotta, tra poche ore, troppo poche, decollo per Baja California.

Giorno 3

Mi ritrovo seduto, questo aeroplano ha solo tre posti per fila, è stretto, in condizioni perfette ed estremamente traballante in aria. Voliamo verso la vera meta di questo viaggio. Ovviamente proprio oggi gli orologi messicani dovevano andare un’ora indietro, quindi le mie già modeste aspettative di sonno hanno subito un drammatico ridimensionamento. Non c’è molto da dire, in effetti, scrivo per ammazzare il tempo e per colmare i vuoti d’aria. Ieri sera mi sono avventurato in un’improbabile conversazione con il tassista che ci ha accompagnati in Plaza Garibaldi. Naturalmente è riuscito a farmi mangiare le mani per ogni posto che mi consigliava di visitare e che, umanamente, non sarei riuscito a vedere. In piazza c’era una discreta folla di persone che cantavano e ballavano i brani suonati dai “mariachi” (che non hanno nulla da invidiare alle nostre orchestrine di paese, anzi). Due piccoli suggerimenti, se posso permettermi: non seguite mai un messicano che vi aggancia in Plaza Garibaldi per invitarvi a mangiare nel suo locale; se vi trovate da quelle parti, oltre a farvi trascinare dal folklore, tenete sempre d’occhio i figuri che vi sembrano più loschi, soprattutto se armati. Prima grande delusione di questa vacanza: non digerisco la tequila, non è affatto il mio forte insomma. Solo whiskey e cerveza per me. Penso già a cosa c’aspetta una volta a destinazione, circa cinque ore di viaggio in macchina prima di raggiungere il prossimo letto che ospiterà la mia carcassa perennemente stanca. Comunque per ora si vola, saremo in ventidue al massimo su questo aereo, personale incluso. Mai viaggiato così leggero.

Finalmente Loreto. Sei ore di viaggio con la perenne sensazione di essere in procinto di perdersi. Durante il mio turno di guida ho immaginato di essere dentro uno di quei videogame tipo V-rally o qualcosa del genere. Lo scenario si prestava a meraviglia. Tra le tante soste ci siamo fermati anche a Puerto Escondido, pallida omonima della famosa cittadina vicino ad Acapulco, che era proprio davanti a noi, dal lato opposto del mare. Qui solo barche a vela, qualche pescatore, e credo di aver intravisto uno scorpione in procinto di suicidarsi per la noia. Questa camera è fantastica, istiga a prendersi un momento per rilassarsi, ma, ahimè, mi chiamano dall’altra stanza, è già ora di andare..

 

 

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8 risposte a “Diari di viaggio

  1. Ehm… siamo solo a Loreto, tutto il resto donde està?

  2. Pingback: Una giornata a Città del Messico « In parole semplici

  3. Pingback: Diario di viaggio II – Messico | Frank e le Interferenze del mondo esterno

  4. Ma certo che no, Nick. Il viaggio è durato quindici giorni, ne devono ancora succedere di cose!!

  5. Nooooooooooooooo….
    Nondirmi che il viaggio è finito…
    mi stavo abituando, grazie ai tuoi racconti, a viaggiare ogni giorno…seppur con la fantasia…
    dai ora raccontaci qualcos’altro, che so, magari il ritorno in aereo…:)
    Frank The Special One.

  6. Dania

    Uao. Non c’è molto da dire solo tanta tanta tanta tanta tanta invidia(non so se rendo l’idea).
    E pensare che io quei giorni ti avevo dato per disperso causa inutilità dei telefoni mobili all’estero(e nel tuo caso a volte anche in “patria”) e invece guarda un pò come te la spassavi..ah, tanto per la cronaca,della cameriera non me l’avevi detto!;P

    E bravo Frankie, ora capisco i tuoi 10+ del liceo, non era solo grazie alla benevolenza dell’Orsini 😉

  7. ifiwasfrank

    Grazie! E’ quantomeno un primo passo per prendere dimestichezza con questi meccanismi a me fin’ora sconosciuti. Spero che i prossimi capitoli non risultino da meno…

  8. EDN

    Ottima idea Frank, postare a puntate il tuo diario di bordo non è affatto un modo di “intasare la rete”. Tutt’altro, sei riuscito a catapultarmi agli antipodi del globo con poche parole.
    Attenderò “paziente” i prossimi estratti!
    Ciau

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