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Non abusare di creatina.

Formazione scolastica minima, e due o tre calci in culo, disfare valige già vuote, questo è il futuro.

Dinamiche artistiche incerte e welfare sociale, mentre cresce il rischio che arrivi merda a palate.

Anni e anni di evoluzione ci hanno trasformato in tante formiche operose inneggianti il mercato.

Rimanere fuori dalla macchina produttiva, fotogrammi a colori d’illogicità creativa.

Tafferugli giù in strada ed attività sovversiva, rimedi ingloriosi alla stupidità, creatina.

Generazioni deboli e sterili, cantava forte Umberto, forse sono più generazioni perse in mezzo al deserto.

Non si conosce il futuro e dal passato non si riesce ad imparare, i popoli si chiedono ancora “da che parte dobbiamo stare?”

Raggirati dalla finanza e  violentati dalle banche, nasce anche dalla politica la voglia che tutto vada in fiamme.

Anni di progresso e cibo in scatola in cucina, trasparenze intime ed acidità di mattina.

Rivoluzioni prive di capacità lenitiva, il vero problema è chi ci salverà dalla regina. Dalla Cina.

Presagi neri dal futuro, calendari eretici, niente giorni segnati di rosso, lavorare a credito.

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Diario di viaggio (Giorno 11)

E’ scivolata via anche la giornata a Buenos Aires. Visitiamo la Regoleta, indiscutibilmente la zona più europeggiante della città, con i suoi boulevard alla francese e l’Hard Rock Cafè che, anche se fa molto global, meritava di essere scelto per la birra delle cinque del pomeriggio, se non altro, fra tutte, per la chitarra di Jimmi Page. Oh Yeah! Nel cimitero di questa strana e multietnica metropoli riposa, non esattamente “in pace”, la salma, perchè mi auguro che lo spirito abbia trovato approdi migliori, di Evita Peron, storica moglie del leader populista argentino. Il nostro autista, per intrattenerci durante uno spostamento, ci ha rivelato che il presidente, suo marito, prima di morire aveva espresso il desiderio di essere seppellito al suo fianco, per perpetuare quel legame, in un appezzamento di campagna dove i due trascosero i momenti più felici della loro storia. I genitori di lei si opposero, e la testardagine umana trionfò di nuovo. Non sono riuscito ancora ad incontrarmi con Marcelo, ma ho ricevuto una sua e-mail, dato il mio spagnolo risutata pressochè incomprensibile, ma che spero ci consenta comunque di rivederci finalmente il quattordici, giorno prima della fine del viaggio. La nostra cena si è tramutata, nel teatro “Astor Piazzolla”, in uno sfrenato spettacolo di tango che si consumava ad un paio di metri dagli occhi rapiti e lucidi di vino miei e di mio padre. Non mi era mai capitato di apprezzare un qualcosa del genere prima d’ora, ma c’era un chè di magico, non so spiegare. In questo momento mi trovo sul volo diretto ad Iguazù, chissà se il senso di questo viaggio si nasconde dietro la forza sprigionata dalla natura nelle cascate…

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Il liberismo ha i giorni contati

Il tramonto di un ideale segna la fine di una storia, l’insieme delle idee elaborate dagli uomini, e degli eventi da esse scaturiti, compongono la Storia dell’essere umano. Il liberismo si basa sull’assenza di ideologie, affida la regolamentazione della società ad un arbitro, chiamato mercato, per comprovare la propria innocenza, riguardo le tragedie scaturite sia dall’ideologia bolscevica, sia da quella nazi-fascista. Proprio per questa presunta neutralità il liberismo si caratterizza come ideologia vera e quanto mai tangibile, incentrandosi su produzione, scambio e consumo di beni, siano essi materiali o fiduciari. L’ideologia del neutro, potremmo soprannominarla, in cui tutti indistintamente contribuisco ad alimentare il mercato, e quest’ultimo a sua volta sorregge tutto l’apparato burocratico che gli s’è formato intorno. Noi, uomini e donne del nuovo millennio, possiamo dirci figli, o operai, del mercato, a cui bisogna laissez faire, come dicono i francesi. Il mercato ora è il duce , sono le sue direttive ed i suoi dogmi a farci sentire parte del tutto, a farci appartenere a questo mondo, e la Terra è lo Stato da governare. Il liberismo, inserito nel sistema capitalista, non si distingue dalle altre ideologie che la storia ci rammenda , se non per una intermittente percezione di diffuso benessere. In realtà la fame, la povertà, relativa ed assoluta, le malattie, le disuguaglianze sociali, sono ancora molto diffuse al giorno d’oggi, ma noi siamo stati abituati ad avere fiducia nei genitori, da piccoli, esattamente come ci hanno insegnato ad averne nel il mercato una volta cresciuti. Bisogna essere fiduciosi nel fatto che alimentando questa grande macchina autoregolantesi i problemi svaniscano nel nulla, l’equilibrio viene da sé, dicono. Consumatore e lavoratore hanno lo stesso valore, vivono in funzione della merce che il mercato distribuisce.

Partendo da questi assunti mi auguro innegabili, possiamo ipotizzare che questa enorme macchina un giorno s’incepperà irrimediabilmente, e che inizi a palesare la sua inefficienza anche ai meno avveduti. Chi avrà più fiducia in una macchina rotta? Lo scetticismo generale potrebbe condurre a situazioni paradossali. I ricchissimi si toglieranno tristemente la vita, come i poeti una volta persa la loro musa; i poveri continueranno a non avere nulla, e nel loro nulla materiale riusciranno ancora a trovare la felicità; tutti avranno la loro occasione per sentirsi padroni della propria vita; le multinazionali, distratte, cercheranno ancora di conservare grosse fette di mercato, ed avranno il monopolio sui cocci dell’ ideologia liberista; agli uomini spetterà di nuovo l’arduo compito di appartenere solo a loro stessi, perché non ci saranno più bandiere in grado di rappresentarli. Infiniti gli scenari possibili, bisogna votarsi ad un altro santo, il mercato prima o poi sarà troppo stanco e riuscirà ad esaudire le preghiere di un numero sempre minore di uomini, lasciando a bocca asciutta i più. Lo dicono anche i Baustelle, il liberismo ha i giorni contati, meglio farsene una ragione.

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca 
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok, 
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile…

(Baustelle – Il liberismo ha i giorni contati)

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Quello che eravamo ieri…

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Queste brevi considerazioni sono rielaborate dal libro “La convivialità” di Ivan Illich, oltre che ispirate dal precedente post:

Mutilati dalla professionalizzazione di qualsivoglia bisogno umano, abbiamo capovolto i termini dell’addizione, ci siamo di fatto trasformati, diventando noi stessi strumento multifunzionale, estremamente delicati, e pertanto, necessitanti di ogni tipo di manutenzione. Non siamo più quello che eravamo ieri, ossia uomini con un fine riflessivo, vivere la propria vita. Ora facciamo parte, anche se molti non se ne rendono conto, e siamo condizioni necessaria, ma ahimè non più sufficiente, di progetti più ampi rispetto una singola vita. Ma forse c’è ancora qualche barlume di vecchio in noi, spesso non riusciamo ad adattarci, almeno non completamente. Sempre lì a borbottare, a brontolare, a fastidiare, e quando nessuno ci dà ascolto, ci mettiamo a fare i capricci, e ce ne stiamo giornate in strada a colorare cartelloni per esporli durante lunghe passeggiate, invece di lavorare. Ieri eravamo dannatamente critici, oggi ci limitiamo a fare il da-farsi. Lamentele, reclami, rivendicazioni, sono oggi significanti senza significato, anche se è stato ancora reso esplicito. Sognavamo la libertà dalle distanze e dal tempo, siamo finiti in una rete di distanze più ampia, e con meno tempo per percorrerle. Non pensiamo più a crescere i figli, ad accrescere il nostro sapere, a crescere la nostra persona, ma solo alla crescita del Pil, e collegate ad esso sono tutte le nostre azioni, dalle più banali alle più pregnanti. Penserete “ma guarda un po’, sembra che siamo finiti proprio male”. E invece no, perché i figli di oggi sono perfettamente inseriti nel nuovo contesto, e non pensano più a ieri. La storia che ci parlava del baratto, delle terre comuni, della sussistenza, c’annoia, tanto vale annoiarsi davanti alla tv. Ma ai pochi uomini di ieri, di poche decine di anni fa’, quelli che hanno avuto e avranno ancora per un po’ il privilegio, o l’onere, di assaggiare il futuro, che conservano ancora gli istinti propri dell’essere umano, almeno quel poco non ancora prosciugato dal mercato, a loro questo mondo interrelato e normatizzato sta più stretto del vecchio caro sistema di Stati nazionali. Quando spariranno anche gli ultimi sentori di ciò che era ieri, quando si spegneranno le ultime voci dalle piazze, quando verrà imposto, e non più solo propinato, un unico stile di vita, io spero di non trovarmi lì, e dover guardare.

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Non avremmo dovuto…

 

Naufragio

Non avremmo dovuto lasciare tutto il potere agli economisti, non saremmo dovuti restare a guardare la barca naufragare. Non dovevamo fidarci a tal punto degli statisti, non avremmo dovuto abbassare lo sguardo di fronte ai nostri carnefici. Non dovevamo sfiorarci le labbra senza una strategia elettorale, non avremmo dovuto cercare l’amore senza sapere cosa farci. Non dovevamo pensare ad un mondo migliore senza sapere come arrivarci, non dovevamo sperare, non avremmo dovuto affatto sperare. Non avremmo dovuto lasciarci guidare da chi non lo poteva fare, non dovevamo lasciare che fossero i criminali a timonare. Non dovevamo lasciarci coinvolgere in una rissa senza fine, non dovevamo armarci di frasi sperando in un lieto finale. Non avremmo dovuto lasciare che il potere ci prendesse la mano, non dovevamo darci alle fiamme senza controllare che qualcuno ci stesse a guardare. Non dovevamo porgere i polsi perché li ammanettassero senza sforzi, non dovevamo lasciarci coinvolgere in relazioni sentimentali, ma quando ho avuto un po’ di fiducia nel genere umano ammetto di averci creduto, di averci sperato. Non dovevamo farci mettere al mondo, in questo mondo globalizzato, non avremmo dovuto lasciare a pochi la parola di tutti. Non avremmo dovuto sprecare il tempo concesso sperando si potesse rinnovare, l’avremmo dovuto sfruttare, avremmo potuto anche studiare. Non ci saremmo dovuti affezionare agli altri come cani al padrone, non avremmo dovuto prendere tutto senza dare una spiegazione. Non dovevamo chiedere sviluppo ad ogni costo, non dovevamo privatizzare, forse neanche liberalizzare. E tutto questo perché siamo la generazione del condizionale, gettiamo un sasso nel mare e poi rimaniamo lì a guardare. Siamo la gente delle possibilità a breve conservazione e non leggiamo la data di scadenza sulla confezione. Siamo abitanti di una città che contribuiamo a far morire, siamo gli attori di uno spettacolo destinato a non iniziare mai. Siamo colpevoli delle nostre stesse disavventure, siamo noi che fomentiamo le nostre paure. Siamo sempre sul punto di poter cambiare, inventare, provare a ragionare, ma è proprio allora il coraggio ci viene a mancare.

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A proposito del mio personaggio…

Quello che avrei da dire su di me potrebbe tranquillamente riassumersi in due righe, ma credo che vi allungherò un po’ il brodo con qualche dettaglio, giusto per capirci meglio.

Dalla mia nascita allo sviluppo ormonale nessun episodio estremamente degno di nota, dopo la media inferiore ho preso un indirizzo scientifico che, in seguito, si è rivelato pressocchè inutile. Durante questo periodo, per evitare la regressione culturale alla quale mi stava silenziosamente accompagnando la città in cui mi trovavo, ho iniziato ad aggrapparmi ad ogni possibile forma di svago che mi potesse tenere fuori dal provincialismo galoppante della mia collocazione spazio-temporale.

La letteratura, in primo luogo, mi ha salvato spesso da passeggiate deprimenti con gente che già in tenera età aveva perso ogni spunto; se avevo bisogno di romanticismi leggevo De Carlo, adoravo perdermi nelle storie di Pennac, l’ironia di Stefano Benni, le storie incredibili e l’America di Marquèz. Penso che siano stati proprio i romanzi di quest’ultimo a far nascere in me la curiosità per quella parte del mondo dove tutto sembrava diverso, e alla prima occasione scegliere di partire per il Messico, ormai molti anni fa, e più di recente a scoprire l’Argentina, che non avrei più lasciato. Crescendo i miei gusti in fatto di libri sono variati, ma non abbastanza da farmi desistere dal leggere l’ultimo capitolo della saga di Harry Potter; apprezzo Nick Hornby, ho letto molto Jonathan Coe, venerato Charles Bukowski fino ad arrivare, più di recente, ad essere incuriosito da autori come Palahniuk, Saramago, Orhan Pamuk e l’intramontabile, a parer mio, Dostoevskij.

Insomma, la letteratura mi ha tenuto occupato per un pò, ma credetemi, in una cittadina come la mia nulla è mai abbastanza, quindi ho pensato di diventare una rockstar. Tanto per intenderci, avevo quindici anni e il mio unico pensiero era andarmene il prima possibile, quello poteva essere un ottimo lascia passare. Nevermind è stato l’album che ha dato inizio a tutto, ho cominciato a suonare la chitarra ed ascoltare musica, tanta tanta musica. Per evitare la civiltà, tornando al nostro discorso di partenza, ho iniziato a prendere lezioni di sabato sera. Esatto, ero uno dei pochissimi sedicenni di mia conoscenza che impiegava in questo modo le ore più mondane della settimana, ma a me piaceva così. Di lì a poco sono entrato a far parte di un gruppo, che per dover di cronaca è ancora in piedi, e ad aprirmi timidamente al mondo, sempre dietro le corde della mia chitarra. Il gruppo ha sempre avuto una sua scena, e mi ha portato a suonare molto, a conoscere persone nuove, con cui finalmente avevo qualcosa di cui parlare (o spesso unicamente qualcosa da suonare, ma faceva lo stesso). A seconda degli ambienti in cui sono capitato, senza soffermarmi mai troppo a lungo, ho iniziato ad ascoltare vari generi, posso dire di averli almeno sfiorati tutti e che la musica è una delle poche cose per cui avrò sempre tempo. Dopo il grunge sono passato al metal, ero un fan dei Maiden e chi mi conosce si farà una risata ora, poi l’improvviso ritorno agli anni ’70 con la scoperta del progressive, l’alternative l’ho sempre seguito con particolare interesse e probabilmente è tutt’ora il genere che prediligo, a seconda del periodo mi appassiono all’indie, allo stile Srokes, ai riff alla Arctic Monkeys, insomma tengo sempre d’occhio i nuovi orizzonti del rock, tutto questo sempre riservando un posto speciale alla musica d’autore.

Naturalmente non sono diventato una rockstar, e per andare via ho dovuto aspettare la maturità. Ora studio Sviluppo e Cooperazione Internazionale a Bologna e sono ancora convinto che aver cambiato realtà abbia realmente in qualche modo alimentato i miei stimoli. La passione per il sociale? Altro piccolo diversivo che ho iniziato a coltivare durante il liceo, ormai sono anni che mi illudo e disilludo che abbia un senso quello che faccio, ma nel frattanto cerco di approfondire l’argomento.

Penso di avervi parlato a sufficienza, è ora per voi che tiriate le somme sul cosa vi abbia spinto ad impiegare tre minuti della vostra vita a leggere ciò che avete appena letto e per me che inizi a pensare a qualcosa di meglio da scrivere. Ad ogni modo, è stato un piacere.

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