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L’era del sesso economico

Illich

Ivan Illich, una delle menti più geniali degli ultimi decenni, mi ha ispirato qualche considerazione su di un argomento che da tempo mi ronzava in testa, riguardo un aspetto dell’esistenza umana che, purtroppo, già dagli anni che mi hanno visto nascere, ha perso tra i sociologi e nell’opinione pubblica il suo ruolo centrale, finendo per essere considerato desueto, assodato, risolto. Potremmo qui definirlo, per amor di comprensione, la condizione dell’uomo, ma, visto che merita una particolare attenzione, più precisamente della donna, nel nuovo millennio.

Nato in una famiglia di stampo patriarcale e in cui il genere vernacolare, come lo definisce Illich, ha lasciato ancora qualche strascico, sono cresciuto, poi, in un ambiente in cui la donna era il punto di riferimento basilare. Ma, iniziando a sporgermi sul mondo, vedevo intorno a me sempre più esempi di essere umano di sesso femminile aventi atteggiamenti fuorvianti rispetto all’esempio mirevole che ricevevo dalle donne di casa. Pian piano i miei rapporti con l’altro sesso sono andati stabilizzandosi, ma devo ammettere che la strana concezione che me ne feci durante una primissima adolescenza mise a dura prova l’orientarsi dei miei orientamenti, che poi si sono orientati, e mio malgrado in modo da costringermi ad iniziare a capire meglio la psiche di quest’essere, che sembrava seguire evoluzioni differenti rispetto aa quelle dei miei amichetti. Lo scontro cruciale è avvenuto qui, in casa, universitario matricolato contro universitaria, così che mi è stato impossibile tergiversare oltre. Il sessismo, il maschilismo, il femminismo, il patriarcato, le differenze di genere, dovevo assolutamente venirne a capo perché, su argomenti così basilari, non ci si può far influenzare troppo dal dire comune, né in un senso né nell’altro. Accanto a periodiche riflessioni nei boschi alla Huck Finn, mi sono avvalso della collaborazione di tale Ivan Illich ( tra gli altri, autore di Convivialità, Disoccupazione creativa e Elogio della bicicletta), tuttologo sociale, filosofo, pensatore e scrittore austriaco, morto nel 2002 alla felice età di 76 anni. Anche lui, e prima di me, ha pensato bene d’avventurarsi, un giorno, alla ricerca dei misteri nascosti della discriminazione sessista/ di genere.

Nel saggio Genere e sesso, Illich presenta anzitutto il nuovo ruolo della donna nell’era del sesso economico, ossia l’attuale, proseguendo con un’analisi delle radici del genere vernacolare nell’era della sussistenza, resistito a tutto, ma non alle rivoluzioni industriali ed al conseguente ruolo egemonico dell’economia sulle altre sfere sociali, che hanno creato un genere neutro, e al PIL, si sà, non si comanda. Colpiscono molto le accezioni attribuite ai termini, la funzione delle parole chiave, e nel complesso la mira stessa del ragionamento, intuibile già dalle premesse. A grandi linee, possiamo dire che, nel determinare gli usi di una società, ci sono scelte fatte da uomini, ceti, organismi, che, creando una sorta di consuetudine condivisa, impongono a tutti gli altri membri della comunità le linee guida entro le quali vivere la propria vita, ovvero, stilizzando, ciò che è giusto e ciò che invece non lo è. Possiamo immaginare gli esiti delle disquisizioni tra ecclesiasti, aristocratici e nobili, rigorosamente di sesso maschile, che hanno gettato le basi per la società industriale. Potete immaginare che in fondo tutti i sacramenti, a partire dal matrimonio, sono già frutto di una visione non più cristiana, ma distorta da secoli di predominio dei chierici, quindi per sua natura maschilista? Ciò che ho letto mi ha dato le fondamenta, ed è la tesi dello stesso Illich a mio avviso, per affermare che il maschilismo e la discriminazione della donna nella società occidentale è frutto dell’influenza che il Vaticano ha sull’Occidente stesso, ora così come in passato. L’imperialismo non è forse ispirato all’evangelizzazione mondiale che la chiesa ha, dalle Crociate alle missioni gesuite, sempre condotto?

Torniamo al testo, altrimenti non ha senso categorizzare l’articolo sotto “letteratura”. Un dato, per contentare gli statisti, proposto per rendere con chiarezza l’entità  della questione è la media del reddito di una donna in percentuale rispetto a quello di un uomo, circa il 59% (sempre secondo le statistiche dell’82), ma non volendo annoiarvi oltre misura, anche se la tentazione a farlo spesso è irrefrenabile, la tesi di Illich è, sinteticamente, che le rivoluzioni industriali e l’economia di mercato esigevano per i loro connotati un essere neutro capace di svolgere gli stessi compiti, comprare in uno stesso mercato, avere gli stessi bisogni e competere, è qui la novità rispetto al passato, negli stessi settori. Durante l’era del genere vernacolare l’uomo e la donna erano come la mano destra e la sinistra, esorcizzando il paragone dalla visione satanica post-cristiana (la Chiesa è ovunque, bisogna farci i conti) con cui è stata etichettata la seconda, cooperavano in mansioni ben distinte, invece di competere, e che non erano, salvo estrema necessità, assolutamente intercambiabili. L’appartenenza ad un genere allora caratterizzava l’individuo e ne individuava il linguaggio, gli utensili da adoperare, gli animali e le colture di cui occuparsi, provenienti dalle consuetudini di generazioni e generazioni e legittimati dal senso comune, e non élitario. Oggi ci ritroviamo un neutro economico che dovrebbe rispecchiare gli stili di vita e le concezioni, libere da limitazioni di genere, proprie dell’epoca dell’onnipotenza del PIL (pro -capite ad essere generosi) esposto all’anomia di Durkheim, all’alienazione di Marx e alle psicosi di Freud, soggetto alle discriminazioni sessiste che esso inevitabilmente comporta, derivanti, e qui Illich è tanto semplice quanto geniale, dalla competitività che si genera nell’assumere lo stesso ruolo nelle mansioni neutre, ed il lavoro ne è un ottimo esempio, necessarie alla società dei consumi.

La discriminazione sessista, in questa chiave, può essere vista in un certo senso come anomalia che ogni sistema può comportare, il problema è che questa anomalia discrimina la metà degli abitanti del pianeta, quindi non è da prendere alla leggera! Senza dubbio si può congetturare che ciò derivi dalla mentalità maschilista deviata (diretta conseguenza, tra gli altri fattori, dalla concezione cattolica secondo cui “gli apostoli erano uomini”). Questa, in condizioni di competitività, considera naturale e biologicamente legittimo, infervorata dagli evoluzionisti (non dimentichiamoci questa curiosa corrente), assicurarsi un supplemento salariale” premio” per essere nato nel 50% circa della popolazione mondiale di sesso maschile, o abusare del sesso debole, come ai più retrogradi piace ancora chiamarlo.

Il processo che conduce all’eguaglianza, giocoforza, diventa semplicemente un mito prodotto dalla società industriale. Le pari opportunità risultano essere un miraggio, affascinante come la Carfagna, inconsistente come una showgirl. Ma c’è qualcosa di nascosto, sotto questa ingiustizia, e Illich è abilissimo a portare a galla ciò che è sommerso. Lui vede, infatti l’economia come un iceberg, la cui punta rappresenta l’economia reale, lecita e tassabile, mentre tutto ciò che si trova sotto di essa è il sommerso economico, l’economia informale, illecita, il lavoro domestico, o lavoro ombra, di cui il sesso femminile è eletto ad essere a pieno titolo rappresentante. Per l’autore questa base dell’ iceberg è indispensabile, è questa che ha salvato l’Italia dai periodi di crisi. Ma la donna quindi, per lo svolgimento del suo lavoro non retribuito, viene fatta coincidere con il sesso servile che, quando non compete con l’uomo sul mercato del lavoro, deve gestire la casa in virtù di colui che, per antonomasia, porta il salario a casa. Esempi agghiaccianti presenti nel libro mostrano una dipendenza dell’uomo dal lavoro domestico femminile che ha dell’imbarazzante. Oggi magari questa dipendenza è lievemente diminuita, ma il paradosso è chiaro, una burla che ha dell’inverosimile!

Considerando però il tacito assenso di una seppur piccola fetta del genere femminile al concetto aberrante (ma, lo si vede dall’attualità al lavoro, predominante nel nuovo millennio) che si ha del ruolo della donna, il femminismo, dato il temine di per sé discriminante, potrebbe non essere la soluzione. Dire che bisognerebbe sedersi tutti a tavolino, a fare quattro chiacchiere, per accordarci, una volta per tutte, sull’assunto logico che un sesso, o genere, non può esistere senza l’altro, oltre che per la procreazione, per le peculiarità che contraddistinguono l’uomo e la donna, e dichiarare questo assurdo, anche se accattivante, fingere di essere neutri una enorme farsa, insomma, sperare che la cosa possa risolversi con una presa di coscienza comune è un finale troppo smielato? Allora a mali estremi, boicottate donne, e lasciate che gli uomini si cambino il pannolino da soli. Vedremo così se la impariamo una buona volta la lezioncina sui pari diritti e sulle pari dignità, visto che l’istruzione pubblica sembra aver inasprito, invece che ridotto, le disparità.


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Considerazioni su: L’idiota

In molti mi dicono che puntualizzo troppo, quindi lo farò anche questa volta, non vorrei rimanessero delusi. Come è specificato nel titolo, mi limiterò a fare brevi considerazioni sul libro di Dostoevskij, personali e del tutto aperte al confronto; mi soffermerò poco, di conseguenza, sulla trama e sui personaggi.

In breve, il principe Lev Nicolaevic Myskin appartiene ad una nobile famiglia decaduta e, per ragioni di salute, viene mandato in Svizzera per ricevere cure specifiche. Al suo ritorno in Russia si rivolge alle poche persone con cui ha mantenuto dei contatti, scopre di aver ereditato una discreta fortuna e si lascia coinvolgere in un insieme di storie vorticose e di passioni che lo condurranno al declino.

Nonostante la minuziosità delle descrizioni , gli intrecci ben studiati e la complessità del racconto è evidente che, in sostanza, non è la storia in sè ad essere importante, al contrario, tutto è costruito dall’autore intorno al protagonista per evidenziare la sua “idiozia” e per mostrare come una persona con le caratteristiche del principe si trovi in difficoltà ad inserirsi in una società in cambiamento com’era quella russa nell’800, così come in qualsiasi altra società.

Leggendo il libro, in effetti, fin dalle prime pagine risulta quantomeno bizzarro il comportamento del principe, sfrontatamente sincero, incondizionatamente fiducioso nel prossimo, timido e sottomesso, quasi un bambino. Siamo sinceri, si fa davvero fatica a riconoscersi in un personaggio del genere; da che mondo è mondo, quindi adesso più di allora, poche personalità si sono conservate vergini esposte, volente o nolente, alla continua necessità di scendere a compromessi, alla tentazione di prendere scorciatoie, ai meccanismi spesso non esattamente candidi della politica, del lavoro, delle istituzioni e via discorrendo, insomma ad agenti esogeni che costantemente ci circondano e che in qualche modo ci condizionano. Quello che mi ha fatto più incazzare, scusate il termine, è che una persona che, nella disgrazia della malattia, ha avuto la fortuna di vivere lontano da tutto ciò di cui prima ho parlato, debba essere considerato un idiota ed avere la sorte che in conclusione è toccata al nostro eroe. Lungi da me la presunsione di volermi paragonare alla persona in questione, al massimo potrei essere un Kolja, il suo tutto fare, solo stavo considerando che potrebbe essere più vero di quanto sostengano le menti più pessimiste che la nostra società tende a strangolare tutto ciò che di anomalo e incompatibile le si presenti sotto mano, esattamente come in questa vicenda.

Spero che il buon Fedor non mi stia ingiuriando troppo, ovunque si trovi (perchè sono convinto che sia ancora vivo, tipo Jim Morrison), per queste forse sconsiderate considerazioni, ma tra tutti quelli che ci sono spero non venga a sbirciare proprio nel mio blog perchè ho intenzione di appuntare altre due cosette che hanno solleticato la mia vena critica. Dovrei aver messo una pieghetta alle pagine che avrei dovuto riconsiderare. Siate pazienti.

Ecco, Dostoevskij è stato particolarmente geniale nel parlare della gente “solita”. Qui sarò costretto a citazioni testuali:

Nulla di più irritante, infatti, che essere, per esempio, ricco, di buona famiglia, di garbato aspetto, discretamente istruito, non privo d’ingegno e perfino buono, e al tempo stesso non possedere alcuna dote o qualità speciale, e nemmeno una stranezza, non un’idea propria: essere insomma proprio “come tutti”.

E’ una critica che non ha bisogno in alcun modo di aggiunte, l’autore parla di questa categoria in prima persona, nella prefazione ad un capitolo, quasi a modo di vendetta nei confronti di quei personaggi marginali del suo libro che, con il loro essere insignificanti, se ne stanno ad un angolo della vicenda, senza infamia e senza lode. Poche righe più avanti arriva la parte che preferisco:

Di questa gente ce n’è al mondo una infinità, anzi molta più che non paia, ed essa si divide, come tutti gli uomini, in due categorie principali: gli uni limitati, gli altri “molto più intelligenti”. I primi sono i più felici. A un uomo “ordinario” limitato, per esempio, nulla riesce più facile che immaginarsi di essere originale, fuor del comune, e bearsi, senza un attimo di dubbio, in tale illusione. Ad alcune nostre signorine è bastato tagliarsi i capelli, mettersi degli occhiali azzurri e chiamarsi nichiliste, per persuadersi subito, appena fatto ciò, di aver acquistato delle “convinzioni” personali proprie. E’ bastato a qualcuno avvertire nel proprio cuore la minima traccia di un qualche sentimento elevato e universale, per convincersi immediatamente che nessuno sentiva come lui e che egli era all’avanguardia del progresso generale. E’ bastato a un altro accettare alla lettera una qualunque idea, o leggere una paginetta di qualche cosa senza capo nè coda, per credere subito che quelle fossero “idee sue proprie”, germogliate nel suo proprio cervello. La sfrontatezza dell’ingenuità, se così ci si può esprimere, arriva in tali casi allo strabiliante.

Parlando dell’altra, poi:

Ma questa categoria, come già abbiamo notato sopra, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l’uomo “ordinario” intelligente, anche se si immagina fugacemente (e magari per tutta la vita) di essere un uomo geniale ed originalissimo, conserva nondimeno in cuor suo il baco del dubbio, il quale fa sì che l’uomo intelligente finisca qualche volta in preda alla disperazione: se invece si rassegna, è solo dopo essere stato tutto intossicato dalla sua vanità rientrata.

Degna di essere brevemente riportata infine è, a parer mio, la critica spietata al cattolicesimo, nonchè al Vaticano e al papa stesso, mossa dal principe Lev Nicolaevic, che ha descritto meravigliosamente il mio sdegno personale, mai forte come in questo periodo, verso le “istituzioni” sopra citate, oltre al divertirmi particolarmente:

Secondo me, il cattolicismo romano non è nemmeno una religione, ma è la vera continuazione dell’Impero Romano d’Occidente, ed in esso tutto, a cominciar dalla fede, è subordinato a questo pensiero. Il papa s’è impadronito di una tiara, di un trono terrestre, ed ha impugnato la spada; e da quel tempo tutto continua così, salvo che alla spada si sono aggiunti la menzogna, l’intrigo, l’inganno, il fanatismo, la superstizione, il delitto; si è giocato con i sentimenti più sacri, più ingenui, più ardenti del popolo; tutto questo è stato barattato in denaro, in basso potere terreno. E questa non è la dottrina dell’Anticristo?! Come poteva non uscire dal loro seno l’ateismo? Si, l’ateismo è cominciato da loro stessi: potevano essi credere a se stessi?

E’ stato per me davvero emozionante leggere queste righe, l’accesso di un malato che, sull’orlo di una crisi, sputa fuori tutto il disprezzo per ciò che infanga i valori in cui crede, che, nonostante dovrebbe, trovandosi davanti ad una platea di borghesi altolocati, non riesce a tacere la sua indignazione.

Penso che avrete dedotto che questo libro mi ha colpito particolarmente, non tanto per la sua trama, ad ogni modo ben congeniata e tutt’altro che scontata, quanto per l’analisi critica che Dostoevskij porta avanti sulla sua società, per gli aspetti umani che riesce a mettere a nudo e per gli spunti di riflessione che offre. Spero di essere riuscito inoltre a spiegare in parte cosa, sempre a mio avviso, c’è di ancora molto attuale da cui prendere spunto in questo classico. Ora vi lascio alle vostre considerazioni, sempre che questo sproloquio ve ne abbia smossa qualcuna. Perdonate se mi sono dilungato più del solito, anche questa volta il piacere è stato mio.

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