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Elogio della Democrazia (riflessioni sulla forma di governo che ha “invaso” il mondo)

democrazia

Democrazia, il governo del popolo. Ha ormai invaso la quasi totalità del pianeta e bussa alle porte delle nazioni che ancora non hanno fatto il grande passo verso la forma di governo più evoluta della storia. Tutto dovrebbe essere partito dall’antica Grecia, lì hanno avuto l’intuizione. Io me la immagino pressappoco così: si andava alle assemblee pubbliche come oggi si va’ allo stadio, e di gran concerto si decideva il destino della comunità come oggi tutti in coro si manda a quel paese l’arbitro. Non c’è che dire, ai greci del tempo il sistema democratico calzava a pennello. Tempo dopo, tanto tempo dopo, nel 1776 Jefferson, Franklin e altri tre compari ratificarono la Dichiarazione d’indipendenza americana dall’odiata madrepatria, la Gran Bretagna. Il principio teorizzato da Locke, contenuto nel documento, è il mio preferito: “E’ Diritto del popolo modificare o distruggere l’autorità costituita”. Era auspicabile e prevedibile, forse, l’impatto che una carta dal contenuto così attraente e rivoluzionario avrebbe avuto sul mondo intero. E così accadde. Prima si liberarono dall’oppressione dei monarchi i francesi, che la sapevano lunga su come mettere d’accordo borghesi e poveri contadini al fin di prendere con la rivoluzione il potere in nome della democrazia, e così via di Liberté, Fraternté e, soprattutto, Egualité. Ci metterei dentro anche le guerre d’indipendenza dell’America Latina, al termine delle quali il sistema democratico è stato importato, ma non senza difficoltà e interferenze. Anche il nostro “bel paese” ha visto i germogli della democrazia spuntare timidi dalla terra, prima che venissero estirpati dai governi democristiani, quelli degli incompetenti e infine quelli filocristiani e mafiosi. Che bella cosa deve essere stata però, l’Unità, la Costituente, il Tricolore. Poi. qualche giorno fa, quando le nostre armate democratiche si sono macchiate dell’omicidio (accidentale, per l’amor di patria) di una ragazzina afgana, mi è venuto come al solito da pensare, e sono iniziati i guai. Ho pensato ai suoi genitori, a loro la nostra democrazia forse non piace affatto. O ancora quando la Freedom House, sempre qualche giorno fa, ha declassato l’Italia a paese “parzialmente libero”, unico caso europeo insieme alla Turchia, mi è venuto da chiedermi, ma è questo che vogliamo? Una democrazia può perdere un suo connotato primario qual’è la libertà? Forse sì. Possiamo dire che ora tanti popoli governano più o meno direttamente il loro paese, grazie allo strumento democratico. Ma quindi gli italiani vogliono un governo che tolga loro la liberta di opporsi, o anche solo di contestare o schernire i suoi governanti (vedi censure)? Ma certo che sì! La maggioranza, consapevole o no, vuole esattamente questo, ed è questo il bello della democrazia! Un governo DEL popolo rispecchia ciò che un popolo è, a rigor di logica, e il nostro, anzi, qui posso liberamente scrivere vostro, governo è lo specchio della vostra anima. E la prosa incontra la politica. Un paese che non si riconosce in una cultura comune scivola senza accorgersene in una partitocrazia direttoriale parzialmente libera, il cui Pil è comunque pienamente nella media dei paesi UE, quindi nessuna paura dal punto di vista economico, i soldi girano, solo che non nelle tasche di tutti. Ma c’è pur sempre democrazia. Le cose vanno male un po’ ovunque, è vero, ma mentre la gloriosa democrazia statunitense si stringe intorno alla statua della libertà per non dimenticare le proprie origini, noi ci stringiamo intorno al popolo delle libertà, guarda caso un partito, e ci avvolgiamo attorno ad un tricolore di cui molti nostri connazionali hanno una strana concezione. In ogni caso le armate democratiche sono dispiegate in ogni angolo del globo da cui la democrazia può trarre profitti. Le nazioni democratiche sono ormai tantissime,  e ogni cittadino di ciascuna di queste si gioca la propria chance democratica come meglio crede, chi con miglior risultati, la Svizzera ad esempio, chi con risultati più discutibili, il nostro paese secessionista. Il socialismo centralista made-in-URSS è stato definitivamente sconfitto, Allende è stato rovesciato da un colpo di stato finanziato sottobanco da uno Stato fortemente democratico che ha aperto la strada al meno amato, dal popolo almeno, Augusto Pinochet. Tutto questo accadeva tanti anni fa’, ora la lotta è al fondamentalismo islamico, al quale si punta a sostituire in pochi anni quello cattolico, meno esplicito nel suo fanatismo ma altrettanto efficace. Il popolo statunitense ha voluto ribadire, però,  con l’elezione del primo presidente afroamericano, che la democrazia può essere esercitata, ma che bisogna prenderne coscienza. Anche l’Italia ha ribadito di essere un paese altamente democratico, riuscendo ad eleggere un criminale, quando invece per il bene della comunità, e questo ce lo dicono i dati, a molti elettori sarebbe stato meglio togliere il diritto al voto. Causa? Incompetenza. Invece abbiamo accettato l’esito, e ce la ridiamo, per non piangere. Non tutte le democrazie riescono col buco, e la nostra ha fatto passare la fame ad una ristretta seppur esistente cerchia di elettori. Tra un mese circa, durante le votazioni per il Parlamento Europeo, verrà di nuovo fuori la natura del popolo italiano, che non prova vergogna di ciò che è diventato. Le regole del gioco sono queste, e solo in questo gioco possono fare politica persone senza competenze, è per questo che tutti, e dico tutti, elogiano la democrazia. In Italia la democrazia c’è, e si vede. Ah, c’è anche il referendum a breve, lo strumento democratico per eccellenza. Vedremo come verrà sfruttato, ma io non mi farei troppe illusioni, se il tempo lo consentirà andremo al mare. Dalla Grecia agli Stati Uniti, dal Chile all’Italia, di democrazia non si smetterebbe mai di parlare, la moltitudine di forme che può assumere nelle differenti civiltà è sbalorditiva, ma meglio fermarsi qui. Chiudo questo mio personale elogio, troppo prolisso come al solito, con un interrogativo tutt’altro che scontato:  Ma la democrazia non è forse anche poter scegliere, democraticamente, di non volere la democrazia?  Un saluto democratico.

« Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto. » (Walt Whitman, Prospettive Democratiche)

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Fai la cosa giusta!

 

bersaglio

Sono ormai da due giorni immerso nel vortice dell’illusionismo socialmente inutile, nel consumismo di massa su piccolo schermo. Ma non mi sono lasciato attrarre facilmente, non questa volta almeno, la creatura cibernetica aveva classe, un tocco vintage, lo sguardo nostalgico, e qualche paranoia da farmi salire. Insomma, ho avuto le mie buone ragioni per lasciarmi sedurre. Il gioco consiste nell’avere in mano una pistola giocattolo con cui magicamente invii un segnale allo schermo che ti permette di colpire i bersagli che appaiono, si muovono, scompaiono, si disintegrano. Il gioco mi venne regalato in occasione di un mio compleanno, ormai circa dieci anni or sono, quando ero. Pensare a quando ero meno ingombrante di così (non che ora lo sia oltre misura) mi invoglia ancora di più ad avvicinarmi a quel distrattore infame che mi distoglie la mente da pensieri più proficui. Il meccanismo è stato semplice ed infernale: io ho mostrato il gioco al mio coinquilino, lui ha preso a giocarci, io non ho saputo resistere, poco fa si è arrivati al punto che anche mia sorella agitava rapita la pistola contro lo schermo, e il quadretto è completo. Ma al di là dell’effetto moda e dei ricordi d’infanzia, c’è un altro aspetto che mi lascia sprecare il mio tempo senza troppi battibecchi con la coscienza. Il ragionamento fa più o meno così: “Infondo il gioco non è che una scelta come un’altra, e lì mi ritrovo ad accanirmi con api, e sagome dei samurai, e bersagli roteanti, in un certo qual modo esattamente come mi accade nella realtà, con l’unica differenza che il gioco è palesemente fine a se stesso, la realtà è ancora da vedersi.” In tempo di crisi delle parole, non spariamo alle sagome dei criminali perché è la cosa giusta da fare, certo che no! ma perché in fondo in fondo, se cerchiamo e spulciamo ogni singola azione, intenzione, idea, disciplina, insomma se ci muoviamo nell’infinito campo delle possibilità, scopriamo che non c’è una cosa giusta da fare (è una triste ma doverosa consapevolezza), una migliore forse sì, senza dubbio anzi, per ognuno di noi a seconda delle singole necessità, ma non una che si possa definire giusta, questo no.  Ho espiato la pena. Ho dato un senso a questa storia, faccio l’ultima partita e torno ai libri pieni di parole che, in tempo di crisi, è meglio non rimanere mai senza.

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Scienza Politica Applicata

Qui vorrei proporvi un caso, che con qualche base di scienza politica e chiedendo in prestito qualche concetto alla sociologia, magari alla statistica sociale, perché no, può aiutarci, speriamo, ad arrivare a qualche inusuale riflessione. Iniziamo: Andate a fare un giro nel centro- Italia, in quelle regioni dall’apparenza tranquilla, che appaiono poco sulla cronaca nera nazionale. Scegliete una cittadina non troppo grande, ma nemmeno troppo piccola, sui 40000 abitanti. Adesso cercate di immaginare l’ambiente, questo centro urbano di medie dimensioni, magari con un apprezzabile centro storico, le chiesine, anche un modesto turismo, cinema, supermercati, negozi, strade pedonali, insomma, una città a cui apparentemente non manca nulla, una metropoli in scala ridotta circondata di campagne e zone industriali. Per esperienza personale posso dirvi che la realtà sociale di queste zone è più complessa di quel che sembra. Ricordate il caso Del Turco? Brutta faccenda, lo si credeva una brava persona, e invece. I benpensanti della zona tendono a parlare di un caso isolato, in una Terra di gente onesta. Forse è così, ma grazie al metodo, subito chiamiamo in causa la sociologia, dell’osservazione partecipata, posso dirvi per certo che le cose non sono esattamente come le si vuol far apparire. Dalla mia “ricerca” sul campo, posso dirvi innanzitutto che quella della micro-metropoli è più che altro una facciata, la realtà è pur sempre di un piccolo paese, e come tale dev’essere analizzato. Io sono nato a Lanciano, e credo sia un ottimo esempio per il nostro studio. Questa città in particolare, non è come tutti i comuni dell’entroterra abruzzese, ma ha dei connotati a mio avviso plurimi, e in un certo senso meticci. Per quanto riguarda l’aspetto prettamente “politico”, si tende a comportarsi come città metropolitane invece che da comune di medie dimensioni. Mi spiego: una realtà così concentrata si sposerebbe perfettamente con una “democrazia partecipata”. Sarebbe certamente efficacie, e in questo contesto possibile, promuovere politiche pubbliche di concerto con la stessa popolazione, in quanto le “riunioni comunali” sono pratica diffusa in molte città. La politica, invece di assumere connotati di partecipazione, interazione e concertazione, diventa rappresentativa, neanche troppo, in quanto innanzitutto il comune non promuove occasioni di scambio di questo tipo, inoltre la popolazione tende a farsi rappresentare da persone che spesso non hanno un programma definito, né tantomeno competenze in campo di Pubblica Amministrazione. In sostanza si sottovaluta l’importanza di una buona organizzazione nella comunità, con conseguente spreco di opportunità di sviluppo e di denaro pubblico. In questo quadro, invece di dare spazio a policy communities o ad issue networks, che prevedono la compartecipazione di numerosi attori alle decisioni, si sviluppa una sorta di triangolo di ferro in miniatura, con politiche pubbliche dispensate dai numerosi gruppi d’interesse, presenti naturalmente anche nelle piccole realtà, dalla burocrazia amministrativa e dai consigli comunali, composti da individui che, evidentemente, sentono fortemente la pressione delle singole esigenze degli elettori convinti porta-a-porta, e si dimenticano spesso degli interventi generalizzati. Tutto questo, a livello pratico, risulta dannoso per la comunità tanto quanto è dannoso a livello statale. Se prendiamo in considerazione l’amministrazione pubblica, nel contesto il sindaco e i suoi assessori, possiamo notare che non c’è l’alternanza tra maggioranza e opposizione che si auspica ad ogni livello amministrativo, il che può essere giustificato con l’accortezza e l’attenzione del partito predominante verso le problematiche comuni, ma in virtù della mia esperienza partecipata posso dire di aver constatato che ciò, nella realtà lancianese, ha contribuito essenzialmente e quasi esclusivamente alla creazione di poteri forti, e ha fatto sì che le tanto enfatizzate politiche pubbliche vengano confinate al periodo elettorale, e tradotte in un mero strumento propagandistico che evidentemente attecchisce sugli elettori, ma si rivela dannoso per le finanze e per l’efficienza del comune. Le strade si riempiono di rotonde e asfaltamenti che riducono progressivamente il dislivello col marciapiede, mentre edifici e strutture aspettano da decenni di essere terminati, o demoliti. Le concessioni edilizie sono un altro grave cancro che distrugge a poco a poco una città di queste dimensioni, così come possono portare al collasso un paese. Senza alternanza e senza controllo da parte della popolazione sull’operato comunale, la città in esame si ritrova, ad esempio, con due maestosi centri commerciale a circa 100 metri in linea d’aria l’uno dall’altro, il perché è ancora da scoprire, e cosa provoca un abuso di queste strutture, soprattutto per un paese che non ha domanda sufficiente per assorbirle la loro offerta? Certo che lo sapete! L’indebitamento e, conseguentemente, il fallimento delle piccole attività commerciali, anche di quelle che magari, nella nostra piccola cittadina, avevano una loro storia ed un legame con i compratori che vi si recavano. Iniziano già a delinearsi gli elementi di meticciaggio, e già vediamo come, in termini di sviluppo, questi non conducano da nessuna parte. La qualità della politica insomma è direttamente proporzionale alla partecipazione, i comizi elettorali sembrano ancora uscire dai lontani anni ’30, e la popolazione per lo più s’indirizza verso il buffet più ricco. Analizzando la partecipazione temo non sarà necessario chiamare in causa i vari Hirschman e Michels, come vorrebbe fare qualsiasi studente di scienza politica, perché la trattazione sarà breve. Non c’è partecipazione a livello rilevante, o perlomeno di studio, in quanto: la popolazione è reticente alla politicizzazione, le organizzazioni sono poche e non incentivano alla partecipazione esattamente come non sono esse stesse incentivate dal comune ad esistere, l’unico momento di partecipazione è quasi esclusivamente riconducibile ad una modesta partecipazione elettorale, i partiti predominanti sono strutturati in maniera oligarchica e non riescono ad avvicinare ed a coinvolgere i pochi iscritti. la discussione politica è limitata, l’informazione politica parziale ed insufficiente, non c’è una coscienza comune intorno ad una causa (che sia anche il solo benessere sociale) e lo status socio-economico prevalente, essendo buono, contribuisce al disinteresse verso queste tematiche. Tra le associazioni giovanili, accanto ad una assai poco frequentata sezione dei giovani comunisti, non manca, sull’estremo opposto, una appassionata sezione di Forza Nuova, che una volta all’anno festeggia nella città Medaglia D’Oro al Valore Militare (per le gesta dei nostri giovani partigiani contro il fascista vile e traditor), ma che, di contro, ha più un valore folkloristico che prettamente politico. Nel corso della mia esperienza ho preso parte ad un’associazione culturale studentesca, Baobabfree, che dava, nel suo piccolo, voce a quella fascia di popolazione giovanile che, non stando né di qua né di là, voleva solo imparzialmente analizzare gli eventi che dal mondo le piombavano addosso, e magari provare a muovere qualcosa, in tutti i sensi. Dicono che il peggior difetto dell’osservazione partecipata sia il lasciar trasparire troppo le emozioni del ricercatore, ed io, nonostante l’evidente disappunto, conservo dei legami affettivi, frutto di una defezione professionale, quindi non è consigliabile che approfondisca aspetti strettamente sociologici, ma spero di avervi fornito, a sommi capi, gli elementi per la valutazione. Siamo alla fine di questo tour immaginativo in questa piccola realtà, è tempo di buttar giù qualche conclusione. Ma del resto mi accorgo che il concetto di fondo è abbastanza palese, è la storia dei ragazzini che giocano a fare i “grandi”, in un certo senso. Prendono tutte le azioni, gli atteggiamenti, le consuetudini dei pardi che cercano di educarli, ma li ripropongono senza consapevolezza, e questi perdono di senso. Da qui, le ragioni che motiveranno le riproposizioni dei giovani, non saranno quelle che hanno dato vita al gesto, ovvero alla regola, ovvero al vizio dei “grandi”, ma altre, e queste, per forza di cose, finiranno per distorcerne e delegittimare il significato originario, per sostituirlo con qualcosa di inevitabilmente inappropriato. Infine possiamo porci una quesito quasi scontato a questo punto, ossia, se non si riesce a far funzionare un contesto sociale di 40000 persone, che non sono estranee tra loro, ma vivono e lavorano gomito a gomito, come può essere raggiunto questo obiettivo a livello nazionale, o addirittura internazionale? Se il bene comune viene messo da parte a favore degli interessi privati per poche migliaia di euro, come si può sperare che questo non avvenga quando la posta in gioco è vertiginosamente più alta? Se persone che sono cresciute nello stesso ambiente, che vivono le stesse condizioni, che hanno le stesse problematiche e necessità di fondo, non riescono a cooperare tra loro, come può esistere la cooperazione internazionale?

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E se i cattivi giocassero a fare i buoni…

E se i cattivi giocassero a fare i buoni, avete mai pensato quali possibili conseguenze? L’ipotesi opposta è facilmente immaginabile, basti pensare al gran numero di animi nobili, della letteratura, della cinematografia, della storia, che per raggiungere i loro meritevoli obiettivi, o in un momento di umana debolezza, hanno ceduto ad atti ben poco edificanti. Non sono pochi gli esempi, perfino Topolino non è insospettabile di atti impuri, ma in linea di massima, sono comportamenti comprensibili e che, in qualche modo, ai nostri eroi si possono abbonare. Ma veniamo all’ipotesi rivoluzionaria. So che questo costituisce un titanico sforzo immaginativo, ma provate a pensare, ad esempio, ad una Santa Sede che invece delle solite noiose ingerenze in questioni che non la riguardano, invece dei commenti mistificatori e dogmatici, invece dei ridicoli sermoni, che richiamano l’attenzione su fame e povertà, dispensati da un balcone in un alloggio sfarzoso dall’ominide di turno vestito di tutto punto e ornato di anelli neanche fosse Il Padrino, insomma se invece di questa S.p.A. che disorienta le menti di tanta povera gente, ce ne fosse una realmente aperta al prossimo, che, come vuole il Cristo di cui si riempie continuamente la bocca, faccia voto di povertà in favore di chi ne ha realmente bisogno, professi il libero arbitrio, si faccia promotrice di pace non solo a parole, ma smettendola con razzismi e discriminazioni, che la consacrano luogo di divisione e di finto perbenismo. L’attuale presidente dell’istituzione di cui stiamo parlando è filosofo nonchè uomo di cultura (ricordiamo, tra gli inutili altri, Ragione e Fede scritto con il filosofo tedesco Jurgen Habermas), peccato che chiaramente di scuola nazista. Pare che le persone non si cambino, ma a parer mio, nell’ipotesi ipotetica sarebbe un mondo diverso. Passando per i politicanti di vecchia generazione, pensiamo a quelli italiani, uomini che perlamiserialadra non vogliono morire (dannato aumento della speranza di vita), impedendo a nuove idee e nuove generazioni di prendere il comando di una baracca che è prossima al collasso, che scrivono decreti-legge come fossero ricette mediche, che varano leggi facendosi i conti in tasca, che hanno perso l’etica, la ragione, e tutt’al più, in qualche caso, hanno guadagnato l’alzheimer, insieme alle palate di soldi sporchi di cui non sanno che farsi, se non cospargersi di neve in una stanza d’albergo con qualche passeggiatrice (tipico comportamento democristiano, ora in voga anche in altre fazioni politiche, ma diffidate delle imitazioni), perchè tanto hanno tutto gratis, loro, e i guadagni possono spenderli solo sul mercato nero (per fortuna quelle merci se le devono ancora pagare). Pensate se loro giocassero a fare i buoni, quante cose utili potrebbero fare dalle poltrone in pelle, quanta gente potrebbero aiutare (si, lo so che ad amici e parenti già non si fa mancar nulla, dicevo in generale). Come sarebbe bello se si lavassero la coscienza e potessero finalmente uscire di casa senza scimmioni intorno, non dovendo più temere gli sputi, le disgrazie, le pallottole, le granate (nei casi critici) e gli insulti che la gente capace di ragionare non vede l’ora di scagliargli addosso. Il gioco riuscirebbe forse meglio. E se l’ordine non fosse ristabilito sempre e solo con i manganelli, e i lacrimogeni, e le armi in dotazione usate alla cieca come se fossero caricate a salve, ma di tanto in tanto anche con la concertazione e il dialogo? Se certe persone non eseguissero gli ordini che ricevono come automi, macchine, o animali ben addestrati, ma ragionassero sulle proprie azioni, se potessero provare il male che arrecano, credete che capirebbero? Se fosse loro figlio a cadere a terra esanime, se fosse la loro figlia rannicchiata in un angolo a pregare di smetterla di inveire su chi già è stato privato della forza di muoversi, se fossero loro a vedersi trattati peggio che bestie, questo li farebbe smettere di creare disordine, violenza, e dolore, solo perchè “questa è la strategia da seguire”? Se Mangiafuoco non schiavizzasse Pinocchio, se non lo costringesse a lavorare per lui, ma gli offrisse un contratto a tempo indeterminato e un salario dignitoso, non andrebbe a finire meglio per entrambi? Insomma, Pinocchio è unico nel suo genere, quel tirchio capitalista guadagnerebbe lo stesso una fortuna tenendolo con se e non facendogli mancare nulla! Alla fine, giustamente Pinocchio scappa e chiede un prestito alla Fata Turchina, che poi è quello che avrei fatto anch’io. E invece no, le regole dei giochi, così come la realtà, non si cambiano, i cattivi continuano a fare del male, e i buoni a fare del bene. La differenza tra realtà e fantasia? Forse semplicemente che nella fantasia i buoni, pur soffrendo, alla fine trionfano, nella realtà non sono così fortunati. Ci saranno sempre i cattivi (che nella realtà vogliono passare per buoni ma risultano solo patetici e finiscono per fare una figuraccia) che non ragioneranno con la testa ma con altre parti del corpo che è meglio non specificare, molti eroi finiranno per perdersi, per adottare i metodi dei più forti, e diventeranno essi stessi malvagi, e infine, seppur come minoranza in via d’estinzione, continueranno ad esserci i buoni, che ogni tanto perdono la testa ma rimangono sempre tali, e come tali continuano imperterriti a prenderla in quel posto. E solo qualcuno visse felice e contento.

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Carlo Giuliani

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Punti di vista…

Il web è davvero in grado di rendere disponibili informazioni che, altrimenti, rimarrebbero materiale esclusivo di statisti e tecnici, quando in realtà può essere curioso anche per studentelli come me (per dirne una) osservare le varie sfaccettature del mondo.

In proposito, seguendo svogliatamente una lezione, ho notato in un momento di lucidità che sullo schermo sfilavano carte geografiche un po’ fuori dall’ordinario. Sono andato a ricercare il sito in cui sono catalogate, ora ve ne mostro alcuni esempi sperando che la curiosità faccia il resto…

Se per caso la Terra, invece che per l’estensione territoriale dei vari Paesi, venisse rappresentata in base al tasso di mortalità infantile, secondo http://www.worldmapper.org sarebbe pressappoco così:

Le spese in armamenti militari del 2002 capovolgono la situazione:

Ultima curiosità, diffusione del cattolicesimo:

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