Archivi del mese: aprile 2009

Il Disertore

 

Boris Vian

Signor Presidente, le scrivo una lettera 
che leggerà, forse, se avrà tempo. 
Ho appena ricevuto la cartolina militare 
per andare alla guerra entro mercoledì sera. 
Signor Presidente, non voglio farlo 
non sono sulla terra per uccidere povera gente. 
Non per farvi arrabbiare, ma devo dirlo 
ho preso la mia decisone: diserterò.

Dacchè sono nato ho visto partire i miei fratelli 
ho visto morire mio padre e piangere i miei figli 
mia madre ha tanto sofferto che è nella sua tomba 
e se ne fotte delle bombe come se ne fotte dei vermi. 
Quand’ero in prigionia hanno rubato la mia anima 
hanno rubato la mia donna con tutto il mio passato. 
Domani uscirò sbattendo la porta 
in faccia agli anni morti: vivrò sulla via.

Mendicherò la vita sulle strade di Francia 
dalla Bretagna alla Provenza e dirò alla gente 
“Rifiutate d’obbedire, non fatelo 
non andate in guerra, rifiutate di morire”. 
Se si deve versare sangue vada a versare il Suo 
caro “buon apostolo”, signor Presidente. 
Se mi fa perseguire avverta i suoi gendarmi 
che non ho armi e che possono sparare. 

                           (Boris Vian, Le Déserteur, 1954)

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Non avremmo dovuto…

 

Naufragio

Non avremmo dovuto lasciare tutto il potere agli economisti, non saremmo dovuti restare a guardare la barca naufragare. Non dovevamo fidarci a tal punto degli statisti, non avremmo dovuto abbassare lo sguardo di fronte ai nostri carnefici. Non dovevamo sfiorarci le labbra senza una strategia elettorale, non avremmo dovuto cercare l’amore senza sapere cosa farci. Non dovevamo pensare ad un mondo migliore senza sapere come arrivarci, non dovevamo sperare, non avremmo dovuto affatto sperare. Non avremmo dovuto lasciarci guidare da chi non lo poteva fare, non dovevamo lasciare che fossero i criminali a timonare. Non dovevamo lasciarci coinvolgere in una rissa senza fine, non dovevamo armarci di frasi sperando in un lieto finale. Non avremmo dovuto lasciare che il potere ci prendesse la mano, non dovevamo darci alle fiamme senza controllare che qualcuno ci stesse a guardare. Non dovevamo porgere i polsi perché li ammanettassero senza sforzi, non dovevamo lasciarci coinvolgere in relazioni sentimentali, ma quando ho avuto un po’ di fiducia nel genere umano ammetto di averci creduto, di averci sperato. Non dovevamo farci mettere al mondo, in questo mondo globalizzato, non avremmo dovuto lasciare a pochi la parola di tutti. Non avremmo dovuto sprecare il tempo concesso sperando si potesse rinnovare, l’avremmo dovuto sfruttare, avremmo potuto anche studiare. Non ci saremmo dovuti affezionare agli altri come cani al padrone, non avremmo dovuto prendere tutto senza dare una spiegazione. Non dovevamo chiedere sviluppo ad ogni costo, non dovevamo privatizzare, forse neanche liberalizzare. E tutto questo perché siamo la generazione del condizionale, gettiamo un sasso nel mare e poi rimaniamo lì a guardare. Siamo la gente delle possibilità a breve conservazione e non leggiamo la data di scadenza sulla confezione. Siamo abitanti di una città che contribuiamo a far morire, siamo gli attori di uno spettacolo destinato a non iniziare mai. Siamo colpevoli delle nostre stesse disavventure, siamo noi che fomentiamo le nostre paure. Siamo sempre sul punto di poter cambiare, inventare, provare a ragionare, ma è proprio allora il coraggio ci viene a mancare.

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Milk

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    “Sono Harvey Milk, e sono qui per reclutarvi tutti!”


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Diario di viaggio (Giorno 6)

Ho tanto arretrato da smaltire, sperando che la memoria mi assista. Ushuaia, la fine del mondo. Dall’albergo non sembra male. Ieri ho dovuto chiedere alle mie deboli gambe di tenermi in posizione eretta per diciotto ore, di conseguenza ora, all’aeroporto (lo so, lo sto facendo di nuovo), mentre mi appresto a partire per El Calatafe, ho esattamente l’aspetto di uno che ha dormito poco e non ne è troppo contento, io. Ma è di ieri che dovevo parlare: per prima cosa, in mattinata, ci hanno condotto (esattamente come si fa nelle gite scolastiche) nel Parco Nazionale della “Fine del Mondo”. Qui c’era un trenino ad aspettarci, lo stesso trenino che dal 1900 al 1920 trasportava i detenuti dal carcere di Ushuaia nei boschi, dove, sotto la supervisione di guardie (suppongo) non troppo simpatiche, erano soliti tagliar la legna. Devo dire che avrei preferito qualcosa di più allegro per partire, ma va bene ugualmente. Nello scompartimento davanti al nostro c’era una famiglia papà-mamma-figlia-figlia, presumibilmente argentini. Avrei voluto dire al padre che aveva due figlie molto belle, ma non credo avrebbe reagito bene. C’est la vie. Alla fine del viaggio c’era Ignazio, la nostra guida, che ci ha accompagnati nel parco. Dalle fitte distese di alberi che si riflettevano nel lago, dalle cime innevate, dall’aria che ti entrava nei polmoni forse riuscivi ad immaginare il perché di “fine del mondo” (oltre alla spiegazione empirica, ossia perché, noterete anche voi, la punta dell’Argentina è situata vertiginosamente vicina all’estremità inferiore della cartina). Non sono molto bravo nel descrivere paesaggi, ma il posto ispirava molto. In confronto, l’escursione pomeridiana non è stata esaltante, prevedeva un giro in catamarano nel mezzo, tra la costa cilena e quella argentina. Non sono mancati pinguini, leoni marini e quant’altro, ma io più che altro chiudevo gli occhi ovunque mi capitasse di appoggiarmi. Finito questo, mio padre si era impuntato che voleva comprarsi una borsa in pelle e, anche se non aveva un’utilità concreta, non c’era verso di dissuaderlo. Le commesse del negozio erano tutte molto timide, noi gli ultimi clienti prima della chiusura, di conseguenza vi lascio immaginare i silenzi imbarazzanti. Per tutti tranne che per mio padre, lui non si imbarazza. Prima dell’ultima escursione io ero a pezzi, completamente annullato, ma si doveva fare, ormai. In autobus, oltre me e mio padre, ritrovo la coppia di sposi che eroga sigarette, scopro una famiglia dai lineamenti asiatici, sempre due figlie ma questa volta c’è anche un terzogenito,e due fidanzati, una gita tra pochi intimi. Le due ragazze, dai sedili prossimi al mio, se la ridono. Io no, metto le cuffie e mi addormento. Arriviamo in prossimità di una pizzeria dove poi avremmo cenato, quasi dentro il bosco, al calare del sole, e troviamo, pronte per noi, due 4X4 che avrebbero dovuto portarci all’interno del bosco dove avremmo spiato i castori mentre costruiscono dighe (si, i castori fanno anche questo oltre a pubblicità di dentifrici). Io e mio padre avevamo un 4X4 tutto per noi (al ritorno guido io), gli altri sono saliti sul secondo, più grande. L’escursione è stata uno spasso, per raggiungere i punti di avvistamento migliori dovevi superare una sorta di percorso ad ostacoli naturali (alle ragazze dai lineamenti asiatici non sembrava piacere molto, al piccolo si), i castori fanno uno strano effetto dal vivo, sembrano meno gioviali di quelli in tv e, finche siamo stati lì, non hanno aggiunto un neanche un pezzettino di legno alla diga in costruzione, al più mangiavano. Qualche informazione: i castori mettono su queste dighe allo scopo di proteggersi dai predatori, ma, essendo stati portati qui dal Canada, non hanno alcun predatore!Ne vogliamo parlare di che vita agiata vivranno loro e il loro pargoli? Magari un’altra volta, parliamo del ragazzo con la fidanzata: scendeva dal bus con camicia di flanella rigorosamente a quadri, Ray-Ban a goccia viola e cappellino con tanto di pon pon multicolore, immaginate il tutto indossato da un tipo simil-Johnny Deep, fantastico. A cena (una tavolata multietnica dove italiano, inglese e spagnolo si rincorrevano per riuscire a dare un senso alle frasi dei partecipanti) scopro che sono entrambi di Buenos Aires e che sono belle persone. Mi hanno lasciato il loro indirizzo emmessenne e detto di chiamarli quando sarei arrivato a Buenos Aires, una birra magari. Credo che li rivedrò. Anche una delle ragazze dai lineamenti asiatici mi ha lasciato il suo contatto, per scambiarci le foto della giornata, dice. Le scrivo il mio. Sono tornato in albergo sereno e ho letto qualcosa, giusto per stemperare. Non ricordo altro, ora sono a El Calafate, ma ne parleremo poi. Per ora è tutto.

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Dialogo tra amici (Pt. V)

E: Ma torniamo a quella notte. Cos’è successo, precisamente, dentro di lei quella notte?

B: Non saprei dirlo esattamente. I ricordi sono ancora nitidi, ma ai sentimenti ostili s’è aggiunta l’impotenza del tempo trascorso. Sono stato sopraffatto dalle emozioni, che si sono accalcate tutte ostruendo l’uscita a vicenda. Sono rimasto inerme d’innanzi alla devastazione. Ho girato un attimo le spalle al genere umano e quello mi ha accoltellato proprio la scapola sinistra, sanguinavo e nessuno ha cercato di tamponare la ferita, perdevo i sensi e nessuno lì a sorreggermi. Ho odiato tutto e tutti, fino all’ultimo, incluso me medesimo, per quell’errore grossolano.

E: Interessante… E a quel punto come ha reagito?

B: Ho ripensato ad un libro di Hesse letto tempo prima, sentivo il lupo prendere il sopravvento, così per non mostrarmi debole mi sono appartato. Ho preso a medicare da solo la ferita, il dolore dei punti di sutura mi ha sovraeccitato. Pensavo alla sofferenza che avrei inflitto ad ognuno di loro, li guardavo mentre cantavano, ballavano e si ubriacavano, indifferenti e ignari, mediocri, e pensavo a quando avrebbero avuto loro bisogno di me. A quando li avrei accoltellati a mia volta, assicurandomi di girare il coltello tre volte nella ferita, cosicché il sangue sarebbe scivolato giù a fiotti. Allora non avrebbero avuto bisogno di voltarsi per conoscere il volto del loro carnefice, da quella notte, non c’era alcun dubbio che quel volto sarebbe stato il mio.

E: Lei è dunque un vendicativo, di indole aggressiva?

B: Nient’affatto! Nient’affatto, le dico. Fino a quel giorno la moderazione, la concordia, l’abnegazione avevano governato il mio spirito. Ma quella notte è stata la rivoluzione. L’opposizione, violenta e assetata di rivalsa ha urlato nel parlamento della mia mente che il pensiero maggioritario aveva fallito, si era dimostrato incapace di governare le contingenze della mia vita. E gli arti, le vene e il sangue che dentro esse scorre, i muscoli e le ossa, la cane, hanno subito appoggiato questa nuova e affascinante idea di rivalsa, inveendo contro la parte docile della mia essenza che non un’altra offesa sarebbe stata lasciata impunita, non un’altra ferita si sarebbe rimarginata senza conseguenze. E gli autori dei misfatti presenti e passati sarebbero stati puniti con la legge del taglione.

E: Ma cosa precisamente vi ha portato ha tanto odio? Tutto ciò ha dello straordinario, e ancor più sbalorditivo è che una persona apparentemente equilibrata come lei si sia rivolta a me. Cosa vi ha cambiato? Cosa vi ha rovinato in tal misura?

B: L’essere ospite trattato senza i sacri crismi. Il rispetto che non viene ricambiato. La sincerità ripagata con la menzogna. L’assurda bacatezza dei miei simili. Il mio odio è figlio delle loro azioni, e la mia rovina il non sapermene allontanare a sufficienza. Ora un conto è stato lasciato aperto, e per amor della mia dignità io devo saldarlo, a modo mio, sia chiaro, non con i loro mezzi squallidi e fetidi, ma dovrà avere lo stesso effetto se non di portata più ampia, o i miei polmoni non torneranno a respirare come un tempo. Mi aiuti, la prego, perché non riesco più a controllare la mia parte malvagia, ed ho il terrore di dove potrà condurmi. Mi salvi lei, mi indichi la strada verso la salvezza, perché da quella notte non mi è più concesso di smettere di pensare.

E: Tutto questo è molto interessante. Ma in tempo a nostra disposizione è terminato, ne riparleremo al prossimo incontro.

B: Come, è così che mi liquidate? E’ questa la soluzione freudiana ai problemi degli psicopatici? Quando, quando avrò le mie risposte (con i nervi a fior di pelle)?

E: Approfondiremo l’argomento la prossima settimana (proferisce senza scomporsi).

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L’era del sesso economico

Illich

Ivan Illich, una delle menti più geniali degli ultimi decenni, mi ha ispirato qualche considerazione su di un argomento che da tempo mi ronzava in testa, riguardo un aspetto dell’esistenza umana che, purtroppo, già dagli anni che mi hanno visto nascere, ha perso tra i sociologi e nell’opinione pubblica il suo ruolo centrale, finendo per essere considerato desueto, assodato, risolto. Potremmo qui definirlo, per amor di comprensione, la condizione dell’uomo, ma, visto che merita una particolare attenzione, più precisamente della donna, nel nuovo millennio.

Nato in una famiglia di stampo patriarcale e in cui il genere vernacolare, come lo definisce Illich, ha lasciato ancora qualche strascico, sono cresciuto, poi, in un ambiente in cui la donna era il punto di riferimento basilare. Ma, iniziando a sporgermi sul mondo, vedevo intorno a me sempre più esempi di essere umano di sesso femminile aventi atteggiamenti fuorvianti rispetto all’esempio mirevole che ricevevo dalle donne di casa. Pian piano i miei rapporti con l’altro sesso sono andati stabilizzandosi, ma devo ammettere che la strana concezione che me ne feci durante una primissima adolescenza mise a dura prova l’orientarsi dei miei orientamenti, che poi si sono orientati, e mio malgrado in modo da costringermi ad iniziare a capire meglio la psiche di quest’essere, che sembrava seguire evoluzioni differenti rispetto aa quelle dei miei amichetti. Lo scontro cruciale è avvenuto qui, in casa, universitario matricolato contro universitaria, così che mi è stato impossibile tergiversare oltre. Il sessismo, il maschilismo, il femminismo, il patriarcato, le differenze di genere, dovevo assolutamente venirne a capo perché, su argomenti così basilari, non ci si può far influenzare troppo dal dire comune, né in un senso né nell’altro. Accanto a periodiche riflessioni nei boschi alla Huck Finn, mi sono avvalso della collaborazione di tale Ivan Illich ( tra gli altri, autore di Convivialità, Disoccupazione creativa e Elogio della bicicletta), tuttologo sociale, filosofo, pensatore e scrittore austriaco, morto nel 2002 alla felice età di 76 anni. Anche lui, e prima di me, ha pensato bene d’avventurarsi, un giorno, alla ricerca dei misteri nascosti della discriminazione sessista/ di genere.

Nel saggio Genere e sesso, Illich presenta anzitutto il nuovo ruolo della donna nell’era del sesso economico, ossia l’attuale, proseguendo con un’analisi delle radici del genere vernacolare nell’era della sussistenza, resistito a tutto, ma non alle rivoluzioni industriali ed al conseguente ruolo egemonico dell’economia sulle altre sfere sociali, che hanno creato un genere neutro, e al PIL, si sà, non si comanda. Colpiscono molto le accezioni attribuite ai termini, la funzione delle parole chiave, e nel complesso la mira stessa del ragionamento, intuibile già dalle premesse. A grandi linee, possiamo dire che, nel determinare gli usi di una società, ci sono scelte fatte da uomini, ceti, organismi, che, creando una sorta di consuetudine condivisa, impongono a tutti gli altri membri della comunità le linee guida entro le quali vivere la propria vita, ovvero, stilizzando, ciò che è giusto e ciò che invece non lo è. Possiamo immaginare gli esiti delle disquisizioni tra ecclesiasti, aristocratici e nobili, rigorosamente di sesso maschile, che hanno gettato le basi per la società industriale. Potete immaginare che in fondo tutti i sacramenti, a partire dal matrimonio, sono già frutto di una visione non più cristiana, ma distorta da secoli di predominio dei chierici, quindi per sua natura maschilista? Ciò che ho letto mi ha dato le fondamenta, ed è la tesi dello stesso Illich a mio avviso, per affermare che il maschilismo e la discriminazione della donna nella società occidentale è frutto dell’influenza che il Vaticano ha sull’Occidente stesso, ora così come in passato. L’imperialismo non è forse ispirato all’evangelizzazione mondiale che la chiesa ha, dalle Crociate alle missioni gesuite, sempre condotto?

Torniamo al testo, altrimenti non ha senso categorizzare l’articolo sotto “letteratura”. Un dato, per contentare gli statisti, proposto per rendere con chiarezza l’entità  della questione è la media del reddito di una donna in percentuale rispetto a quello di un uomo, circa il 59% (sempre secondo le statistiche dell’82), ma non volendo annoiarvi oltre misura, anche se la tentazione a farlo spesso è irrefrenabile, la tesi di Illich è, sinteticamente, che le rivoluzioni industriali e l’economia di mercato esigevano per i loro connotati un essere neutro capace di svolgere gli stessi compiti, comprare in uno stesso mercato, avere gli stessi bisogni e competere, è qui la novità rispetto al passato, negli stessi settori. Durante l’era del genere vernacolare l’uomo e la donna erano come la mano destra e la sinistra, esorcizzando il paragone dalla visione satanica post-cristiana (la Chiesa è ovunque, bisogna farci i conti) con cui è stata etichettata la seconda, cooperavano in mansioni ben distinte, invece di competere, e che non erano, salvo estrema necessità, assolutamente intercambiabili. L’appartenenza ad un genere allora caratterizzava l’individuo e ne individuava il linguaggio, gli utensili da adoperare, gli animali e le colture di cui occuparsi, provenienti dalle consuetudini di generazioni e generazioni e legittimati dal senso comune, e non élitario. Oggi ci ritroviamo un neutro economico che dovrebbe rispecchiare gli stili di vita e le concezioni, libere da limitazioni di genere, proprie dell’epoca dell’onnipotenza del PIL (pro -capite ad essere generosi) esposto all’anomia di Durkheim, all’alienazione di Marx e alle psicosi di Freud, soggetto alle discriminazioni sessiste che esso inevitabilmente comporta, derivanti, e qui Illich è tanto semplice quanto geniale, dalla competitività che si genera nell’assumere lo stesso ruolo nelle mansioni neutre, ed il lavoro ne è un ottimo esempio, necessarie alla società dei consumi.

La discriminazione sessista, in questa chiave, può essere vista in un certo senso come anomalia che ogni sistema può comportare, il problema è che questa anomalia discrimina la metà degli abitanti del pianeta, quindi non è da prendere alla leggera! Senza dubbio si può congetturare che ciò derivi dalla mentalità maschilista deviata (diretta conseguenza, tra gli altri fattori, dalla concezione cattolica secondo cui “gli apostoli erano uomini”). Questa, in condizioni di competitività, considera naturale e biologicamente legittimo, infervorata dagli evoluzionisti (non dimentichiamoci questa curiosa corrente), assicurarsi un supplemento salariale” premio” per essere nato nel 50% circa della popolazione mondiale di sesso maschile, o abusare del sesso debole, come ai più retrogradi piace ancora chiamarlo.

Il processo che conduce all’eguaglianza, giocoforza, diventa semplicemente un mito prodotto dalla società industriale. Le pari opportunità risultano essere un miraggio, affascinante come la Carfagna, inconsistente come una showgirl. Ma c’è qualcosa di nascosto, sotto questa ingiustizia, e Illich è abilissimo a portare a galla ciò che è sommerso. Lui vede, infatti l’economia come un iceberg, la cui punta rappresenta l’economia reale, lecita e tassabile, mentre tutto ciò che si trova sotto di essa è il sommerso economico, l’economia informale, illecita, il lavoro domestico, o lavoro ombra, di cui il sesso femminile è eletto ad essere a pieno titolo rappresentante. Per l’autore questa base dell’ iceberg è indispensabile, è questa che ha salvato l’Italia dai periodi di crisi. Ma la donna quindi, per lo svolgimento del suo lavoro non retribuito, viene fatta coincidere con il sesso servile che, quando non compete con l’uomo sul mercato del lavoro, deve gestire la casa in virtù di colui che, per antonomasia, porta il salario a casa. Esempi agghiaccianti presenti nel libro mostrano una dipendenza dell’uomo dal lavoro domestico femminile che ha dell’imbarazzante. Oggi magari questa dipendenza è lievemente diminuita, ma il paradosso è chiaro, una burla che ha dell’inverosimile!

Considerando però il tacito assenso di una seppur piccola fetta del genere femminile al concetto aberrante (ma, lo si vede dall’attualità al lavoro, predominante nel nuovo millennio) che si ha del ruolo della donna, il femminismo, dato il temine di per sé discriminante, potrebbe non essere la soluzione. Dire che bisognerebbe sedersi tutti a tavolino, a fare quattro chiacchiere, per accordarci, una volta per tutte, sull’assunto logico che un sesso, o genere, non può esistere senza l’altro, oltre che per la procreazione, per le peculiarità che contraddistinguono l’uomo e la donna, e dichiarare questo assurdo, anche se accattivante, fingere di essere neutri una enorme farsa, insomma, sperare che la cosa possa risolversi con una presa di coscienza comune è un finale troppo smielato? Allora a mali estremi, boicottate donne, e lasciate che gli uomini si cambino il pannolino da soli. Vedremo così se la impariamo una buona volta la lezioncina sui pari diritti e sulle pari dignità, visto che l’istruzione pubblica sembra aver inasprito, invece che ridotto, le disparità.


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Diario di viaggio (Giorno 4)

Oggi per la prima volta in vita mia mi ritrovo a scrivere in un aeroporto, mi chiedo se sia preoccupante aver già cominciato a fare queste cose bizzarre, come ammazzerò il tempo quando mi sarà passata questa fissa dei diari di viaggio? Uno degli interrogativi che considererò a tempo debito. Trelew. Destinazione: Terra del Fuoco. Il nostro aereo è in forte ritardo. Poco male penso, non dovrò preoccuparmi di scrivere come al solito alterato dall’ebrezza. Forse quindi risulterò più noiosa del solito. Tanto per cominciare questa mattina abbiamo fatto una visitina al museo paleontologico di Trelew, suggestivo, la musica del video sulle origini del mondo era troppo coinvolgente, molto Tool. Anche oggi, come guida, c’è capitata una figlia dei fiori, tant’è che inizio a credere che qui sia una sorta di denominatore comune, e questo è un bene. Ad un certo punto deve aver detto una cosa tipo “in Patagonia il vento a volte soffia così forte che spazza via anche i brutti pensieri”, ma oggi non tirava un filo d’aria. Ora ne ho la conferma: in Patagonia ci sono più pinguini, cira ottocentomila, che abitanti. La riserva di Punta Tombo è il loro regno, ti permettono di entrare, ma rispettando alcune regole, e da quanto dice la guida non è saggio far incazzare tutti quei pinguini. Il pinguino è un uccello che non sa più volare, è un ottimo “marito” e come tutti sapete, pur non essendo molto sciolto, se la cava sia su terra che in acqua. La ragazza che siede dietro di me nella sala d’attesa ha uno sguardo serioso, non deve aver avuto una buona giornata, chissà. Prima di arrivare nella riserva abbiamo fatto tappa nel Chubut, dove un gallese ha spinto alcuni suoi connazzionali a migrare, per poter adoperare liberarmente la loro lingua madre e non essere costretti a dimenticarla a forza di parlar inglese. Una volta arrivati in questo paesino di cui, ovviamente, già non ricordo il nome, abbiamo ordinato un thè che ci è stato servito accompagnato da una serie infinita di dolci tipici. Avrei voluto avere uno stomaco che riuscisse a contenerli tutti, ma non è così. Ce n’era uno che pare riesca a conservarsi morbido per un anno, per questo è tradizione utilizzarlo come ultimo strato delle torte nuziali, per mangiarlo il giorno del primo anniversario. Ho conosciuto anche dei brasiliani oggi, un po’ troppo nazionalisti forse. Domani Ushuaia.

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