Archivi del mese: marzo 2009

Dialogo fra amici (Pt.IV)

B: Ma ci pensi mai a tutte le possibilità che hai, alla tua età? Ma come riesci a lasciarti trascinare così dalle circostanze? Io proprio non capisco. Più vai avanti e più tutto sembra diventare un casino, più trame che s’intrecciano, le scelte fatte diventano irreversibili, le responsabilità t’annegano, e ti schiacciano. A volte sembra che i grandi non abbiamo neanche troppo tempo per riflettere, ecco come finiscono per fare tante stronzate, figurati se gli resta tempo per gli interessi. Il tempo dell’estro e della fame di sapere e del nuovo è per forza di cose ora, come fai a stare così inerte?

D: Ma questo non è affatto vero! Il fatto che io mi lasci trascinare da situazioni che non incarnano i miei interessi non vuol dire che non mi piacciano, e il fatto che mi facciano “perdere” tanto tempo non mi impedisce di dare spazio ai miei interessi. Certo, potrei fare di più, i mezzi li ho, ma se non posso decidere di perder tempo ora, quando, seguendo il tuo ragionamento, potrò farlo? Ma cosa sei, una specie di capitalista del tempo, che pensi sempre ad ottimizzare ogni cosa? Che dici di scordare i pasti, addirittura? Questo, mio caro, come tutti gli eccessi non è salutare!

B: Ti do ragione, ma in parte, perché sono convinto che il tempo del bar sia la vecchiaia, è quello il tempo dei gesti consueti, statici e riflessivi. Ma anche ammesso che a buon ragione tu mi dica che ti prepari per i grandi sforzi della vita, godendoti ora un po’ di relax, a sentirti parlare questo limita di buona misura i tuoi interessi, che si sentono sottorappresentati e protestano nella tua mente, nonostante i tuoi sforzi, ancora attiva. Sarò anche un capitalista del tempo, come mi dipingi tu, ma non è colpa mia se sono assuefatto dal sapere, affascinato dall’intelletto e dalle sue potenzialità, estasiato dalla moltitudine di forme della conoscenza. Anzi, ti dirò, a volte mi rammarico e spesso colpevolizzo per il tempo che anch’io perdo in sciocchezze e palliativi ma, d’altra parte, non aspiro certo alla genialità, quella è di chi ce l’ha, ma ne sono attratto, questo sì. 

D: Sarà che in fondo il tuo discorso ha una logica sua, ma ripeto, la estremizzi e rasenti la pazzia. La tua è una specie di mania, come se credessi che nel sapere sia rinchiusa la salvezza dell’umanità. Che strano che sei! (dice lei, visibilmente divertita. Lui sospira e non ride.)

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Diario di viaggio (Giorno 3)

Ieri non ero propriamente in condizione di scrivere un diario. Ci hanno consigliato un ristorante leggeremente fuori la zona turistica per cena, una terrazza sull’oceano molto intima, con pochi tavoli, ma evidentemente di un certo prestigio. Fatto stà che io e mio padre, dispersi ormai nei meandri dei discorsi pseudo-politici e dei sillogismi socio-filosofici su droghe e proibizionismo (ridendo e scherzando, insomma) abbiamo finito con lo smezzarci due bottiglie di buon vino bianco e del wiskey; cosicchè, tornati in albergo, abbiamo pensato di fermarci al bar a bere Quilmnes* (madornale errore scendere di gradazione). Da lì in poi non ricordo più nulla e, di conseguenza, non ho scritto; peccato. Per il resto nulla di eclatante: arrivo a Puerto Mardrin accolti da una guida identica (e giuro identica) al cantante dei System Of A Down. Nel tragitto aereoporto-hotel stringo amicizia con una coppia di inglesi (con lui, per svagare un po’,parlo di politica). Dopo essermi schiarito le idee bevendo del vino, sempre in compagnia di mio padre, ho pensato di fare il primo bagno del duemilaotto nell’oceano. L’acqua era così ghiacciata che il freddo te lo sentivi entrare fin nelle ossa, da brivido. A dirla tutta non è che qui le spiagge siano propriamente stupende, ma sono libere, la gente beve il mate**, con trentadue gradi, un’altra mentalità. Alla cena ho già accennato; un momento esilarante è stato quando mio padre ha tentato di persuadere la cameriera a darmi un bacio. Lui c’è riuscito. Io ho rifiutato, non mi sembrava spontaneo. Peccato che la razionalità non mi abbandoni neanche in suolo straniero, ubriaco per giunta; ma questa è un’altra storia. Sbalorditiva è, inoltre, un’altra questione: nonostante il mio essere intrinsecamente introverso, in questi pochi giorni ho socializzato con moltissime persone, a conferma del fatto che ciò che mi circonda influenza il mio modo d’essere molto più di quanto realmente vorrei. Ma stò divagando un po’ troppo, questa mattina avevo un tremendo dopo-sbronza (qualche traccia la porto ancora adesso), ma questo non mi ha precluso il giro previsto per la Penisola Valdes. Il paesaggio è per lo più desertico, la densità di popolazione è molto bassa e questo lascia libere immense distese di terra. Per prima cosa abbiamo preso uno scafo che ci ha condotti dov’erano appostati i leoni marini, non credo che abbia fatto loro molto piacere però essere disturbati nella loro intimità, in stagione riproduttiva oltretutto. Una coppia di novelli sposi ha provveduto al mio fabbisogno di nicotina, dopo un po’ non dovevo neanche più chiederle. Per la prima volta ho visto i pinguini, che in questa regione sono più numerosi degli esseri umani, e quando nuotano sono davvero molto buffi (anche sulla terra ferma, in effetti). Il comportamento di due specie di animali mi ha colpito in particolar modo: c’è quest’incrocio tra un canguro e una lepre, di cui non ricordo già il nome esatto, se lei muore il maschio si lascia morire di fame di fianco a lei ma, ahimè, se è lui a venir meno la femmina deve trovare qualcun’altro con cui proseguire la sua vita; seconda specie, gli elefanti marini, enormi, come ci ha spiegato la nostra guida hippie si concedono spesso a lunghissimi periodi di inattività durante i quali non fanno assolutamente nulla, fantastici. Da ultimo, in questa riserva incontaminata dove riposavano appunto gli elefanti marini, la nostra mentore ci ha invitati ad ascoltare la natura. Non so cosa intendesse con precisione, ma io, forse, qualcosa ho sentito.

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* La birra Argentina più buona in assoluo.

** Jerba Mate, tipica bevanda argentina a base di un’erba messa a piantagione in campi sterminati, non allucinogena, tipo thè.

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Cos’è un banchiere?

Mark Twain

“Un banchiere è un tizio che ti presta l’ombrello quando c’è il sole, e lo rivuole appena comincia a piovere. “

Mark Twain

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Miracolo politico?

L’unico miracolo politico riuscito in questo secolo 
e avere fatto in modo che gli schiavi si parlassero 
si assomigliassero 
perché così faceva comodo per il mercato unico e libero. 

Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono 
magari poi riconoscendosi 
succede che gli schiavi si organizzano 
e se si contano allora vincono. 

 

Catene di catene, su catene di milioni di catene 
come fili di un lunghissimo telefono 
come reticolo pieno di traffico 
e nessunissimo bisogno di semaforo. 

Così recita una canzone di  Daniele Silvestri, una delle tante dal motivetto allegro, ma con un testo molto significativo. Il cantautore romano qui canta del fatto che, tra le discrepanze e i malumori che l’inflazionata globalizzazione ha introdotto nelle nostre vite, oltre all’interconnessione dei mercati, delle istituzioni, delle culture e quant’altro, questo processo ha permesso anche alle genti di tutto il globo di essere in contatto tra loro. In una prospettiva cosmopolitica, come direbbe Beck, le persone sono ora in grado, o meglio a volte sono costrette a condividere e ad affrontare le medesime problematiche, difficoltà, e, perché no, nel bene e nel male, il futuro stesso. Avete presente tutti quegli strumenti che mettono in contatto, senza costi astrofisici, persone che si trovano agli emisferi opposti della Terra (vedi Facebook, MSN…)? Ecco, sono ottimi esempi per spiegare questo concetto. Questi artefici della tecnologia avanzata rappresentano un’arma a doppio taglio per le multinazionali che li mettono in circolazione e per gli Stati che ne consentono l’utilizzo. Infatti, quel reticolo pieno di traffico è sì un’ottima fonte di lucro che per le imprese, è sì un discreto strumento di monitoraggio per i governi, ma è anche un’incredibile possibilità per le persone che ne usufruiscono. Il problema è che non fungono sempre da mezzo di connessione e condivisione, ma spesso sono l’ennesima fonte di mediocri gossip. Volendo essere utopici, potremmo pensare addirittura che questi strumenti, in un futuro più consapevole e meno consumistico (qui sta l’utopia), verranno usati per coordinare le proteste di domani. Allora sì che si potrebbe finalmente parlare di miracolo politico, per ora diciamo che lo scetticismo è ancora predominante. Tutto questo a che scopo? Ma per dirvi che, ad esempio, tramite la rete internetica, si può dar vita ad una miriade di iniziative, come quella che vi propongo ora, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. La mia informazione è, ovviamente, faziosa, quindi per le informazioni essenziali vi rimando al sito dell’evento. Fatto sta che questo è un chiaro esempio di persone che, da ogni parte del mondo, si coalizzano e promuovono un’iniziativa che, evidentemente, oltre ai contenuti espliciti, punta ad una partecipazione di massa. Nel giorno del compleanno di Gandhi, simbolo delle lotte per la pace (dichiarato tra l’altro “Giornata internazionale della Nonviolenza” dall’ONU), tante, tantissime persone si raduneranno proprio il 2 ottobre di quest’anno a Wellington, in Nuova Zelanda, e partiranno per questa lunga passeggiata che, dopo aver attraversato un centinaio di paesi, terminerà a Punta de Varcas, in Argentina. Dopo tre mesi di cammino, riuscite a immaginare le dimensioni ultime che assumerà quella folla? Le richieste sono tanto semplici quanto essenziali, si parla dell’eliminazione della violenza da ogni ambito sociale. Basti pensare che all’inizio del 2008 i conflitti mondiali erano 26, e le spese in armamenti complessive si aggiravano sui 1200 miliardi di dollari annuali. Penso che ci si trovi tutti concordi sul fatto che non sono spiccioli, e che in ogni caso quel denaro potrebbe trovare impieghi migliori. Quindi la causa è giusta, e allora perché non sposarla? Ora lo sguardo mi cade sul volantino, sui nomi dei personaggi che anno aderito. Vediamo, c’è il Dalai Lama, Saramago, il Presidente del Chile, della Croazia, poi Yoko Ono, Lou Reed, Corrado Guzzanti, Carmen Consoli, Ascanio Celestini, Luxuria, insomma, ci sono menti di ogni sorta! Per non parlare di tutte le ONG come Amnesty, Emergency e Greenpeace. Dal 7 al 12 novembre toccherà all’Italia ospitare la marcia. Sembra proprio che questa iniziativa abbia del miracoloso, perché si poggia proprio su quell’informazione libera che conserva ancora un immenso potenziale non sfruttato, e perché incredibilmente mi ha reso fiducioso, quasi ottimista! Quindi non vi ammorberò con le solite interminabili solfe, diffondere questa notizia mi ha in un certo senso appagato, tant’è che m’è venuta voglia di cantare conto quanto kunta kinte e, in quanto kunta kinte, canto! 

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Dialogo tra amici (Pt.III)

A: Ma si può sapere che cosa stai dicendo?!

B: Quello che dico è assolutamente normale, non guardarmi come si fa con gli psicopatici. Io-io dico solo che dovrei andare via per un po’. Staccare con le solite storie, con le consuetudini deumanizzate che affollano le mie giornate. Più cerco di farmi esterno al mondo, più quello mi si attorciglia al collo, che diamine! O finirò come un esistenzialista nevrotico.

C: Ma dove te ne vuoi andare? St’estate tutti in Spagna, partiamo in massa, ti assicuro il delirio!

A: Complimenti, ora scoprirai cosa comporta dire frasi sconvenienti. Ora inizia… (volgendo gli occhi al soffitto ingiallito)

B: Cosa? Ahahah, che spiritosaggine, caro compagno! Se era un po’ d’ilarità, per tirarmi su il morale, quella che  volevi suscitare, mi congratulo, ci sei riuscito (con la voce più calma di quanto lasciasse intendere il sorriso sinistro).

C: No, ma che vai dicendo? Si parte davvero per la Spagna! Dai, andiamo al bar in centro, beviamo qualcosa, ci saranno sicuramente gli altri, così ne parliamo. Devi assolutamente venire con noi!

A: … (guarda C allibito,e  teme il peggio)

B: La Spagna, il bar, gli altri, hai-hai perfettamente ragione! E’ questo il problema, per questo ti dicevo che dovevo andar via. Il bar, per così dire, è un posticino oggettivamente brutto, e triste, e- e terribilmente statico. Il parco che lo circonda è insulso, e di notte tendente al tetro, maltenuto, che ti vien pena per gli alberi che son costretti a guardare lo spettacolo che gli si presenta ogni giorno. E inoltre, ma non ti accorgi che piove? Persino i preistorici quando il tempo era ostile si riparavano nelle caverne, e invece quel bar è talmente piccolo che riesci appena a prender da bere e poi via, tutti fuori col sole, il vento, la pioggia e la neve. Ma quando grandina, ci andate? E poi gli altri, ma gli altri chi? Io e gli altri non parliamo più di nulla che non siano convenevoli, e già da tempo non abbiamo molto da spartire. I più mi pare di conoscerli appena. Prima o poi diventeranno il mio inferno, e La nausea l’ho solo sfogliato. Inoltre mi sembra che anche tra voi non abbiate molto da dirvi. Insomma, non si trova un argomento universale di cui parlare, se esce fuori è minimizzato e il discorso muore prima di iniziare, e si finisce a parlare delle proprie giornate, delle feste passate, di chi fornica con chi. E in tutto questo c’è qualcosa di strano. Usate poco il futuro, ecco che c’è, e abusate del presente, e del presente storico ovviamente, simil cronaca. Inusuale per esseri umani con ancora così poca vita alle spalle. Poi questo viaggio in Spagna. Io ti dico che voglio un viaggio per evadere, e tu mi proponi un viaggio con persone che, per le scarse possibilità di condivisione, vedo già troppo spesso? Ti dirò, ti ringrazio per l’offerta, ma contavo di viaggiare solo, e puntare oltreoceano. Quanto all’uscita, sarà per un altra volta. Che vuoi farci, il tepore di casa, del buon vino. Saluta tutti!

C: Puah, sei malato! Tu che fai, vieni? (fa ad A, già sulla porta)

A: Passo anch’io. Nel caso ci sentiamo più tardi, hasta luego!

C: Sì sì, prendi per il culo anche tu. Addio. (esce contrariato sbattendo la porta. A e B si guardano, ridono.)

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Diario di viaggio (giorno 1)

Quando si dice “una giornata interminabile”. Il viaggio finora è stato tutto un correre dietro alle coincidenze, il treno per Roma che giustamente rimane fermo in aperta campagna, prendere al volo la navetta per l’aereoporto, cercare mio padre nei meandri dei parcheggi di Fiumicino, il volo dell’esigua durata di quattordici ore…coincidenze insomma. Fin da quell’altitudine ho iniziato ad avvertire il calore della gente, fare conoscenze non sarebbe certo stato un problema. Poche parole su Buenos Aires, visto che oggi eravamo qui solo di passaggio, che ci torneremo e che la mia autonomia sta scemando: la città è enorme, difficile immaginarsi quanto davvero lo sia, ed in ogni dove è possibile scorgere segni del fatto che è viva. Plaza de Mayo è ancora piena di striscioni e transenne, segni dell’ultima ed evidentemente recente manifestazione popolare. Circondata dagli edifici più importanti della città, come la Casa Rosada, sede del governo, è il luogo dove le madri dei desaparecidos vengono a ricordare la scomparsa dei figli. La Boca è sicuramente una delle più straordinarie esplosioni di colore che possa capitare di vedere nella vita, nonostante la sua notoria povertà. E’ una forma di profitto, un mezzo di sostentamento per chi abita lì, ma il quartiere è costantemente una festa di artisti di strada, dipinti, oggetti impensabili e tango; i ballerini hanno un quid che ti affascina a tal punto che ti perdi a guardarli, e non sai spiegarti il perchè. Le strade esplodono di gente, infinite tipologie di persone, che ti verrebbe da passare giornate intere a guardare i loro volti ed immaginarne la storia. Non si trovano molti cassonetti della spazzatura, è più comune trovare montagne di spazzatura abbandonata per strada, a volte vedere persone che vi rovistano, non di rado bambini; queste immagini insieme agli edifici titanici delle multinazionali minano un paesaggio altrimenti irreale, come degli estranei in una foto di famiglia. Ora sono davvero stanco, riprenderò domani. Ad ogni modo, isolati dal mondo che quotidianamente ci appartiene, non si stà affatto male.

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Scienza Politica Applicata

Qui vorrei proporvi un caso, che con qualche base di scienza politica e chiedendo in prestito qualche concetto alla sociologia, magari alla statistica sociale, perché no, può aiutarci, speriamo, ad arrivare a qualche inusuale riflessione. Iniziamo: Andate a fare un giro nel centro- Italia, in quelle regioni dall’apparenza tranquilla, che appaiono poco sulla cronaca nera nazionale. Scegliete una cittadina non troppo grande, ma nemmeno troppo piccola, sui 40000 abitanti. Adesso cercate di immaginare l’ambiente, questo centro urbano di medie dimensioni, magari con un apprezzabile centro storico, le chiesine, anche un modesto turismo, cinema, supermercati, negozi, strade pedonali, insomma, una città a cui apparentemente non manca nulla, una metropoli in scala ridotta circondata di campagne e zone industriali. Per esperienza personale posso dirvi che la realtà sociale di queste zone è più complessa di quel che sembra. Ricordate il caso Del Turco? Brutta faccenda, lo si credeva una brava persona, e invece. I benpensanti della zona tendono a parlare di un caso isolato, in una Terra di gente onesta. Forse è così, ma grazie al metodo, subito chiamiamo in causa la sociologia, dell’osservazione partecipata, posso dirvi per certo che le cose non sono esattamente come le si vuol far apparire. Dalla mia “ricerca” sul campo, posso dirvi innanzitutto che quella della micro-metropoli è più che altro una facciata, la realtà è pur sempre di un piccolo paese, e come tale dev’essere analizzato. Io sono nato a Lanciano, e credo sia un ottimo esempio per il nostro studio. Questa città in particolare, non è come tutti i comuni dell’entroterra abruzzese, ma ha dei connotati a mio avviso plurimi, e in un certo senso meticci. Per quanto riguarda l’aspetto prettamente “politico”, si tende a comportarsi come città metropolitane invece che da comune di medie dimensioni. Mi spiego: una realtà così concentrata si sposerebbe perfettamente con una “democrazia partecipata”. Sarebbe certamente efficacie, e in questo contesto possibile, promuovere politiche pubbliche di concerto con la stessa popolazione, in quanto le “riunioni comunali” sono pratica diffusa in molte città. La politica, invece di assumere connotati di partecipazione, interazione e concertazione, diventa rappresentativa, neanche troppo, in quanto innanzitutto il comune non promuove occasioni di scambio di questo tipo, inoltre la popolazione tende a farsi rappresentare da persone che spesso non hanno un programma definito, né tantomeno competenze in campo di Pubblica Amministrazione. In sostanza si sottovaluta l’importanza di una buona organizzazione nella comunità, con conseguente spreco di opportunità di sviluppo e di denaro pubblico. In questo quadro, invece di dare spazio a policy communities o ad issue networks, che prevedono la compartecipazione di numerosi attori alle decisioni, si sviluppa una sorta di triangolo di ferro in miniatura, con politiche pubbliche dispensate dai numerosi gruppi d’interesse, presenti naturalmente anche nelle piccole realtà, dalla burocrazia amministrativa e dai consigli comunali, composti da individui che, evidentemente, sentono fortemente la pressione delle singole esigenze degli elettori convinti porta-a-porta, e si dimenticano spesso degli interventi generalizzati. Tutto questo, a livello pratico, risulta dannoso per la comunità tanto quanto è dannoso a livello statale. Se prendiamo in considerazione l’amministrazione pubblica, nel contesto il sindaco e i suoi assessori, possiamo notare che non c’è l’alternanza tra maggioranza e opposizione che si auspica ad ogni livello amministrativo, il che può essere giustificato con l’accortezza e l’attenzione del partito predominante verso le problematiche comuni, ma in virtù della mia esperienza partecipata posso dire di aver constatato che ciò, nella realtà lancianese, ha contribuito essenzialmente e quasi esclusivamente alla creazione di poteri forti, e ha fatto sì che le tanto enfatizzate politiche pubbliche vengano confinate al periodo elettorale, e tradotte in un mero strumento propagandistico che evidentemente attecchisce sugli elettori, ma si rivela dannoso per le finanze e per l’efficienza del comune. Le strade si riempiono di rotonde e asfaltamenti che riducono progressivamente il dislivello col marciapiede, mentre edifici e strutture aspettano da decenni di essere terminati, o demoliti. Le concessioni edilizie sono un altro grave cancro che distrugge a poco a poco una città di queste dimensioni, così come possono portare al collasso un paese. Senza alternanza e senza controllo da parte della popolazione sull’operato comunale, la città in esame si ritrova, ad esempio, con due maestosi centri commerciale a circa 100 metri in linea d’aria l’uno dall’altro, il perché è ancora da scoprire, e cosa provoca un abuso di queste strutture, soprattutto per un paese che non ha domanda sufficiente per assorbirle la loro offerta? Certo che lo sapete! L’indebitamento e, conseguentemente, il fallimento delle piccole attività commerciali, anche di quelle che magari, nella nostra piccola cittadina, avevano una loro storia ed un legame con i compratori che vi si recavano. Iniziano già a delinearsi gli elementi di meticciaggio, e già vediamo come, in termini di sviluppo, questi non conducano da nessuna parte. La qualità della politica insomma è direttamente proporzionale alla partecipazione, i comizi elettorali sembrano ancora uscire dai lontani anni ’30, e la popolazione per lo più s’indirizza verso il buffet più ricco. Analizzando la partecipazione temo non sarà necessario chiamare in causa i vari Hirschman e Michels, come vorrebbe fare qualsiasi studente di scienza politica, perché la trattazione sarà breve. Non c’è partecipazione a livello rilevante, o perlomeno di studio, in quanto: la popolazione è reticente alla politicizzazione, le organizzazioni sono poche e non incentivano alla partecipazione esattamente come non sono esse stesse incentivate dal comune ad esistere, l’unico momento di partecipazione è quasi esclusivamente riconducibile ad una modesta partecipazione elettorale, i partiti predominanti sono strutturati in maniera oligarchica e non riescono ad avvicinare ed a coinvolgere i pochi iscritti. la discussione politica è limitata, l’informazione politica parziale ed insufficiente, non c’è una coscienza comune intorno ad una causa (che sia anche il solo benessere sociale) e lo status socio-economico prevalente, essendo buono, contribuisce al disinteresse verso queste tematiche. Tra le associazioni giovanili, accanto ad una assai poco frequentata sezione dei giovani comunisti, non manca, sull’estremo opposto, una appassionata sezione di Forza Nuova, che una volta all’anno festeggia nella città Medaglia D’Oro al Valore Militare (per le gesta dei nostri giovani partigiani contro il fascista vile e traditor), ma che, di contro, ha più un valore folkloristico che prettamente politico. Nel corso della mia esperienza ho preso parte ad un’associazione culturale studentesca, Baobabfree, che dava, nel suo piccolo, voce a quella fascia di popolazione giovanile che, non stando né di qua né di là, voleva solo imparzialmente analizzare gli eventi che dal mondo le piombavano addosso, e magari provare a muovere qualcosa, in tutti i sensi. Dicono che il peggior difetto dell’osservazione partecipata sia il lasciar trasparire troppo le emozioni del ricercatore, ed io, nonostante l’evidente disappunto, conservo dei legami affettivi, frutto di una defezione professionale, quindi non è consigliabile che approfondisca aspetti strettamente sociologici, ma spero di avervi fornito, a sommi capi, gli elementi per la valutazione. Siamo alla fine di questo tour immaginativo in questa piccola realtà, è tempo di buttar giù qualche conclusione. Ma del resto mi accorgo che il concetto di fondo è abbastanza palese, è la storia dei ragazzini che giocano a fare i “grandi”, in un certo senso. Prendono tutte le azioni, gli atteggiamenti, le consuetudini dei pardi che cercano di educarli, ma li ripropongono senza consapevolezza, e questi perdono di senso. Da qui, le ragioni che motiveranno le riproposizioni dei giovani, non saranno quelle che hanno dato vita al gesto, ovvero alla regola, ovvero al vizio dei “grandi”, ma altre, e queste, per forza di cose, finiranno per distorcerne e delegittimare il significato originario, per sostituirlo con qualcosa di inevitabilmente inappropriato. Infine possiamo porci una quesito quasi scontato a questo punto, ossia, se non si riesce a far funzionare un contesto sociale di 40000 persone, che non sono estranee tra loro, ma vivono e lavorano gomito a gomito, come può essere raggiunto questo obiettivo a livello nazionale, o addirittura internazionale? Se il bene comune viene messo da parte a favore degli interessi privati per poche migliaia di euro, come si può sperare che questo non avvenga quando la posta in gioco è vertiginosamente più alta? Se persone che sono cresciute nello stesso ambiente, che vivono le stesse condizioni, che hanno le stesse problematiche e necessità di fondo, non riescono a cooperare tra loro, come può esistere la cooperazione internazionale?

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