Archivi del mese: settembre 2008

Considerazioni su: L’idiota

In molti mi dicono che puntualizzo troppo, quindi lo farò anche questa volta, non vorrei rimanessero delusi. Come è specificato nel titolo, mi limiterò a fare brevi considerazioni sul libro di Dostoevskij, personali e del tutto aperte al confronto; mi soffermerò poco, di conseguenza, sulla trama e sui personaggi.

In breve, il principe Lev Nicolaevic Myskin appartiene ad una nobile famiglia decaduta e, per ragioni di salute, viene mandato in Svizzera per ricevere cure specifiche. Al suo ritorno in Russia si rivolge alle poche persone con cui ha mantenuto dei contatti, scopre di aver ereditato una discreta fortuna e si lascia coinvolgere in un insieme di storie vorticose e di passioni che lo condurranno al declino.

Nonostante la minuziosità delle descrizioni , gli intrecci ben studiati e la complessità del racconto è evidente che, in sostanza, non è la storia in sè ad essere importante, al contrario, tutto è costruito dall’autore intorno al protagonista per evidenziare la sua “idiozia” e per mostrare come una persona con le caratteristiche del principe si trovi in difficoltà ad inserirsi in una società in cambiamento com’era quella russa nell’800, così come in qualsiasi altra società.

Leggendo il libro, in effetti, fin dalle prime pagine risulta quantomeno bizzarro il comportamento del principe, sfrontatamente sincero, incondizionatamente fiducioso nel prossimo, timido e sottomesso, quasi un bambino. Siamo sinceri, si fa davvero fatica a riconoscersi in un personaggio del genere; da che mondo è mondo, quindi adesso più di allora, poche personalità si sono conservate vergini esposte, volente o nolente, alla continua necessità di scendere a compromessi, alla tentazione di prendere scorciatoie, ai meccanismi spesso non esattamente candidi della politica, del lavoro, delle istituzioni e via discorrendo, insomma ad agenti esogeni che costantemente ci circondano e che in qualche modo ci condizionano. Quello che mi ha fatto più incazzare, scusate il termine, è che una persona che, nella disgrazia della malattia, ha avuto la fortuna di vivere lontano da tutto ciò di cui prima ho parlato, debba essere considerato un idiota ed avere la sorte che in conclusione è toccata al nostro eroe. Lungi da me la presunsione di volermi paragonare alla persona in questione, al massimo potrei essere un Kolja, il suo tutto fare, solo stavo considerando che potrebbe essere più vero di quanto sostengano le menti più pessimiste che la nostra società tende a strangolare tutto ciò che di anomalo e incompatibile le si presenti sotto mano, esattamente come in questa vicenda.

Spero che il buon Fedor non mi stia ingiuriando troppo, ovunque si trovi (perchè sono convinto che sia ancora vivo, tipo Jim Morrison), per queste forse sconsiderate considerazioni, ma tra tutti quelli che ci sono spero non venga a sbirciare proprio nel mio blog perchè ho intenzione di appuntare altre due cosette che hanno solleticato la mia vena critica. Dovrei aver messo una pieghetta alle pagine che avrei dovuto riconsiderare. Siate pazienti.

Ecco, Dostoevskij è stato particolarmente geniale nel parlare della gente “solita”. Qui sarò costretto a citazioni testuali:

Nulla di più irritante, infatti, che essere, per esempio, ricco, di buona famiglia, di garbato aspetto, discretamente istruito, non privo d’ingegno e perfino buono, e al tempo stesso non possedere alcuna dote o qualità speciale, e nemmeno una stranezza, non un’idea propria: essere insomma proprio “come tutti”.

E’ una critica che non ha bisogno in alcun modo di aggiunte, l’autore parla di questa categoria in prima persona, nella prefazione ad un capitolo, quasi a modo di vendetta nei confronti di quei personaggi marginali del suo libro che, con il loro essere insignificanti, se ne stanno ad un angolo della vicenda, senza infamia e senza lode. Poche righe più avanti arriva la parte che preferisco:

Di questa gente ce n’è al mondo una infinità, anzi molta più che non paia, ed essa si divide, come tutti gli uomini, in due categorie principali: gli uni limitati, gli altri “molto più intelligenti”. I primi sono i più felici. A un uomo “ordinario” limitato, per esempio, nulla riesce più facile che immaginarsi di essere originale, fuor del comune, e bearsi, senza un attimo di dubbio, in tale illusione. Ad alcune nostre signorine è bastato tagliarsi i capelli, mettersi degli occhiali azzurri e chiamarsi nichiliste, per persuadersi subito, appena fatto ciò, di aver acquistato delle “convinzioni” personali proprie. E’ bastato a qualcuno avvertire nel proprio cuore la minima traccia di un qualche sentimento elevato e universale, per convincersi immediatamente che nessuno sentiva come lui e che egli era all’avanguardia del progresso generale. E’ bastato a un altro accettare alla lettera una qualunque idea, o leggere una paginetta di qualche cosa senza capo nè coda, per credere subito che quelle fossero “idee sue proprie”, germogliate nel suo proprio cervello. La sfrontatezza dell’ingenuità, se così ci si può esprimere, arriva in tali casi allo strabiliante.

Parlando dell’altra, poi:

Ma questa categoria, come già abbiamo notato sopra, è molto più infelice della prima. Il fatto è che l’uomo “ordinario” intelligente, anche se si immagina fugacemente (e magari per tutta la vita) di essere un uomo geniale ed originalissimo, conserva nondimeno in cuor suo il baco del dubbio, il quale fa sì che l’uomo intelligente finisca qualche volta in preda alla disperazione: se invece si rassegna, è solo dopo essere stato tutto intossicato dalla sua vanità rientrata.

Degna di essere brevemente riportata infine è, a parer mio, la critica spietata al cattolicesimo, nonchè al Vaticano e al papa stesso, mossa dal principe Lev Nicolaevic, che ha descritto meravigliosamente il mio sdegno personale, mai forte come in questo periodo, verso le “istituzioni” sopra citate, oltre al divertirmi particolarmente:

Secondo me, il cattolicismo romano non è nemmeno una religione, ma è la vera continuazione dell’Impero Romano d’Occidente, ed in esso tutto, a cominciar dalla fede, è subordinato a questo pensiero. Il papa s’è impadronito di una tiara, di un trono terrestre, ed ha impugnato la spada; e da quel tempo tutto continua così, salvo che alla spada si sono aggiunti la menzogna, l’intrigo, l’inganno, il fanatismo, la superstizione, il delitto; si è giocato con i sentimenti più sacri, più ingenui, più ardenti del popolo; tutto questo è stato barattato in denaro, in basso potere terreno. E questa non è la dottrina dell’Anticristo?! Come poteva non uscire dal loro seno l’ateismo? Si, l’ateismo è cominciato da loro stessi: potevano essi credere a se stessi?

E’ stato per me davvero emozionante leggere queste righe, l’accesso di un malato che, sull’orlo di una crisi, sputa fuori tutto il disprezzo per ciò che infanga i valori in cui crede, che, nonostante dovrebbe, trovandosi davanti ad una platea di borghesi altolocati, non riesce a tacere la sua indignazione.

Penso che avrete dedotto che questo libro mi ha colpito particolarmente, non tanto per la sua trama, ad ogni modo ben congeniata e tutt’altro che scontata, quanto per l’analisi critica che Dostoevskij porta avanti sulla sua società, per gli aspetti umani che riesce a mettere a nudo e per gli spunti di riflessione che offre. Spero di essere riuscito inoltre a spiegare in parte cosa, sempre a mio avviso, c’è di ancora molto attuale da cui prendere spunto in questo classico. Ora vi lascio alle vostre considerazioni, sempre che questo sproloquio ve ne abbia smossa qualcuna. Perdonate se mi sono dilungato più del solito, anche questa volta il piacere è stato mio.

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Strategie Opinabili?

Storia di come ad un ministro venne in mente che forse, per un mafioso, i domiciliari non sono sufficienti.

Premetto che questo non sarà un articolo di cronaca, quanto di critica, per quanto possa essere in grado, e soprattutto di supporto a chi questi problemi li affronta di petto e fa si che non vengano insabbiati, come spesso accade. Risulterà infatti molto strano ai più che, nel nostro bel paese, una banda armata di circa sei persone sia riuscita ad uccidere sedici persone in sei mesi, senza fare il minimo rumore. In realtà con i kalashnikov di rumore se ne fa’, e parecchio, ma come spesso accade dalle nostre parti si è dovuti arrivare alla strage prima che si muovesse qualcosa, quella del 18 settembre a Castel Volturno, durante la quale vengono uccisi quattro liberiani e due ghanesi. Di oggi la notizia dell’arresto di uno dei presunti autori della strage, si trovava agli arresti domiciliari, pregiudicato e ritenuto essere vicino ad uno dei clan mafiosi più potenti della zona, quello dei Casalesi.

Solo oggi, dopo il bagno di sangue, il ministro degli interni Roberto Maroni ha riflettuto sull’efficacia degli arresti domiciliari per pregiudicati appartenenti ad associazioni mafiose. Personalmente lo ringrazio per essere giunto finalmente a questa brillante illuminazione, sperando che la riflessione porti al più presto a qualche cosa di più concreto. Naturalmente, in linea con la strategia risolutiva di tutti i problemi del governo, il consiglio dei ministri valuterà se inviare mille militari in supporto alle forze dell’ordine.

Forse il problema non è che non ci sà abbastanza; ci sono nomi, meccaniche, rotte di traffici, è possibile arrivare a gran parte delle arterie che tengono vive le associazioni mafiose, ma sembra che molti facciano ancora finta di non sapere o meglio non danno il giusto peso al situazione.

Allego una piccola parte della lettera di Roberto Saviano, autore come quasi tutti saprete del libro Gomorra, che consiglio a chiunque voglia approfondire l’argomento, pubblicata oggi su Repubblica.it a proposito della strage di Castel Volturno.

Spero con questo mio breve post di essere riuscito a spronare qualcuno ad informarsi sulla questione, non sono certo io in grado di offrirvi una panoramica chiara degli eventi, ma sono certo che chiunque decidesse di compiere questo sforzo e approfondire, si renderebbe subito conto che la situazione non è quella che disegnano, che c’è davvero un impero con delle radici profonde dietro la parola mafia, che non a caso qualcuno è arrivato a parlare di Stato nello Stato, che quello che si sta facendo non può in alcun modo essere sufficiente. Con questa speranza vi saluto e, di nuovo, è stato un piacere.

SAVIANO, LETTERA A GOMORRA TRA KILLER E OMERTA’

I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così”?

Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

Continua su: http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/cronaca/caserta-sparatoria/saviano-omerta/saviano-omerta.html

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A proposito del mio personaggio…

Quello che avrei da dire su di me potrebbe tranquillamente riassumersi in due righe, ma credo che vi allungherò un po’ il brodo con qualche dettaglio, giusto per capirci meglio.

Dalla mia nascita allo sviluppo ormonale nessun episodio estremamente degno di nota, dopo la media inferiore ho preso un indirizzo scientifico che, in seguito, si è rivelato pressocchè inutile. Durante questo periodo, per evitare la regressione culturale alla quale mi stava silenziosamente accompagnando la città in cui mi trovavo, ho iniziato ad aggrapparmi ad ogni possibile forma di svago che mi potesse tenere fuori dal provincialismo galoppante della mia collocazione spazio-temporale.

La letteratura, in primo luogo, mi ha salvato spesso da passeggiate deprimenti con gente che già in tenera età aveva perso ogni spunto; se avevo bisogno di romanticismi leggevo De Carlo, adoravo perdermi nelle storie di Pennac, l’ironia di Stefano Benni, le storie incredibili e l’America di Marquèz. Penso che siano stati proprio i romanzi di quest’ultimo a far nascere in me la curiosità per quella parte del mondo dove tutto sembrava diverso, e alla prima occasione scegliere di partire per il Messico, ormai molti anni fa, e più di recente a scoprire l’Argentina, che non avrei più lasciato. Crescendo i miei gusti in fatto di libri sono variati, ma non abbastanza da farmi desistere dal leggere l’ultimo capitolo della saga di Harry Potter; apprezzo Nick Hornby, ho letto molto Jonathan Coe, venerato Charles Bukowski fino ad arrivare, più di recente, ad essere incuriosito da autori come Palahniuk, Saramago, Orhan Pamuk e l’intramontabile, a parer mio, Dostoevskij.

Insomma, la letteratura mi ha tenuto occupato per un pò, ma credetemi, in una cittadina come la mia nulla è mai abbastanza, quindi ho pensato di diventare una rockstar. Tanto per intenderci, avevo quindici anni e il mio unico pensiero era andarmene il prima possibile, quello poteva essere un ottimo lascia passare. Nevermind è stato l’album che ha dato inizio a tutto, ho cominciato a suonare la chitarra ed ascoltare musica, tanta tanta musica. Per evitare la civiltà, tornando al nostro discorso di partenza, ho iniziato a prendere lezioni di sabato sera. Esatto, ero uno dei pochissimi sedicenni di mia conoscenza che impiegava in questo modo le ore più mondane della settimana, ma a me piaceva così. Di lì a poco sono entrato a far parte di un gruppo, che per dover di cronaca è ancora in piedi, e ad aprirmi timidamente al mondo, sempre dietro le corde della mia chitarra. Il gruppo ha sempre avuto una sua scena, e mi ha portato a suonare molto, a conoscere persone nuove, con cui finalmente avevo qualcosa di cui parlare (o spesso unicamente qualcosa da suonare, ma faceva lo stesso). A seconda degli ambienti in cui sono capitato, senza soffermarmi mai troppo a lungo, ho iniziato ad ascoltare vari generi, posso dire di averli almeno sfiorati tutti e che la musica è una delle poche cose per cui avrò sempre tempo. Dopo il grunge sono passato al metal, ero un fan dei Maiden e chi mi conosce si farà una risata ora, poi l’improvviso ritorno agli anni ’70 con la scoperta del progressive, l’alternative l’ho sempre seguito con particolare interesse e probabilmente è tutt’ora il genere che prediligo, a seconda del periodo mi appassiono all’indie, allo stile Srokes, ai riff alla Arctic Monkeys, insomma tengo sempre d’occhio i nuovi orizzonti del rock, tutto questo sempre riservando un posto speciale alla musica d’autore.

Naturalmente non sono diventato una rockstar, e per andare via ho dovuto aspettare la maturità. Ora studio Sviluppo e Cooperazione Internazionale a Bologna e sono ancora convinto che aver cambiato realtà abbia realmente in qualche modo alimentato i miei stimoli. La passione per il sociale? Altro piccolo diversivo che ho iniziato a coltivare durante il liceo, ormai sono anni che mi illudo e disilludo che abbia un senso quello che faccio, ma nel frattanto cerco di approfondire l’argomento.

Penso di avervi parlato a sufficienza, è ora per voi che tiriate le somme sul cosa vi abbia spinto ad impiegare tre minuti della vostra vita a leggere ciò che avete appena letto e per me che inizi a pensare a qualcosa di meglio da scrivere. Ad ogni modo, è stato un piacere.

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