0 23 Settembre, 2009

Interferire sul mondo esterno

Eccoci di nuovo, sani e salvi, dopo un periodo di sana inattività celebrale, che per l’amor di Dio, di tanto in tanto ci vuole. Mi è mancato un po’ quest’angolo di spazio, soprattutto perché, credetemi, non sapevo più dove accatastare idiozie. L’estate è finita, e tu dove sei finito frank, ti sei alienato nel privato, hai nascosto la testa, sei andato in ferie? In un certo senso sì, o meglio, ci ho provato, d’altra parte con le Camere vuote, e gli esecutivi in spiaggia, avevo poca voglia di sparlare, ma poco importa. Ci ritroviamo qui, miei sporadici lettori, per fare il punto della situazione. E’ un momento felice, o meglio, allettante, per noi osservatori. Lo spettacolo potrebbe ancora entusiasmare. Certo, da buoni rinunciatari di “sinistra” (sì, surfiamo sulla cresta dell’entusiasmo con epiteti arcaici), da frustrati ortodossi, c’eravamo messi l’anima in pace che per cinque anni, almeno, il grido di battaglia sarebbe stato l’intramontabile “si salvi chi può”. Molti dei sinistroidi, degli scettici, degli apartitici e apolitici, destroidi pentiti e democristiani di ogni genere, già da tempo hanno gettato la spugna, e ora vivono nel disinteresse più totale. Neanche la parola “disillusi” riesce a dipingere la tristezza del quadro. Ora, però, la situazione è propizia, qualcosa si muove, chi se n’è accorto non parla per scaramanzia, ma questa volta si rischia davvero di vincere al Lotto. E il miracolo sarebbe già avvenuto, se qui in Italia il tempo per la rielaborazione dei fatti nelle menti dei cittadini non fosse direttamente proporzionale alla durata dei processi, ma lo scontento inizia ad essere troppo invadente e fastidioso anche per la tolleranza del nostro amato Presidente del Consiglio. Se non fossimo in un regime democratico, e con questo ci tengo a sottolineare che sono convinto del contrario, i massimi poteri metterebbero tutto a tacere con pochi sforzi, ma quando amministri uno stato la cui sovranità appartiene al popolo, devi fare i conti con la stampa o, come nel nostro caso, con ciò che ne rimane. Senza stare ad elencare tutti gli eventi imputati e quelli ancora imputabili, mi limito a constatare, e sfido chiunque ad affermare a mente lucida il contrario, che individui del genere non sono in grado di guidare e rappresentare uno Stato, tanto meno l’Italia, che ormai da decenni ansima per un Governo quantomeno dignitoso. Caso vuole che il signor Berlusconi (il miglior Presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto, secondo quanto da lui stesso dichiarato durante una delle sue ultime esibizioni), oltre che piegare in due dal ridere una cospicua parte degli italiani, insieme con i suoi illustri compari metta in ginocchio l’Italia intera eticamente, politicamente, economicamente e civilmente. Proprio così, perché pare che negli ultimi anni sia stata proprio la società civile a risentire maggiormente di questa diabolica influenza, e non sono solo i risultati elettorali ad evidenziarlo. Ma i segnali di ripresa, almeno degli intelletti, è evidente: le domande sensate di Repubblica, gli scandali che vengono a galla, le critiche dagli alleati e sì, nota di merito perché ora tutto fa brodo, anche dal Vaticano, insieme con l’ilarità scaturita all’estero e le parole lasciate intendere da Zapatero costituiscono tutti colpi d’ariete sferrati contro la “roccaforte delle pseudo- libertà”. Per celebrare l’inizio del secondo anno della mia vita dedicato alle interferenze del mondo esterno, ho deciso di immettere nell’etere questa preghiera, affidarla al mezzo di comunicazione più libero e incompreso nella storia dell’evluzione umana, per sperimentare se davvero si può anche interferire con il mondo, oltre che subirne gli inesorabili condizionamenti. Una persona, si sa, è capace di far ben poco, ed alcuni brontolano già che qui si fa del cieco antiberlusconismo, ma mi auguro di poter scrivere presto, quando questo malcontento sempre meno tacito diventerà troppo assordante per continuare ad essere ignorato, proprio su questo inutile blog magari, “Gioisci Paese mio, anche questo Governo, come i tanti altri, è caduto. E’ ora di rifare tutto da capo”.

Frank, studente di Scienza Politiche in un paese governato da imprenditori.

0 30 Agosto, 2009

Diario di viaggio (Giorno 15)

Si torna a casa, si passa dall’oceano che è l’Argentina alla vasca per pesci rossi, Lanciano (solo pochi giorni, per carità), in volo per Roma. Sono di nuovo su uno di questi enormi aerobus, ma le informazioni di servizio, ora dispensate nella lingua che mi è più familiare, mi generano una sgradevole sensazione proprio sotto lo sterno. No, non mi entusiasma l’idea di casa. Ieri mattina abbiamo visitato Posadas, che risulta essere una città pressoché anonima, rifugio di nazi-fascisti in fuga dopo la figuraccia della Seconda Guerra. Il pomeriggio a Buenos Aires è stato lento, la stanchezza del viaggio si è fatta sentire più del dovuto, sedata solo dalla visione di un Ateneo, un vecchio teatro, trasformato in un immensa libreria, dove l’interminabile scelta del libro veniva allietata da un suonatore di piano, l’atmosfera di rispettosa quiete combinata alla normale frenesia di un esercizio commerciale rasentava il surreale. Ma dopo la cena, consumata in stato di quiete apparente in uno dei tanti ristorantini attraenti messi in fila lungo tutta la Recoleta, con me e mio padre come due sposini il giorno di San Valentino, seduti vicino ad un gruppo di quattro single incallite, ho rivisto finalmente Marcelo e Marcela, da qui l’incipit all’epifania. L’incontro era stato organizzato via e-mail, io non credo di aver realmente capito ciò che scrivevano, ma ad intuito siamo riusciti a capirci e all’ora stabilita erano davanti l’albergo dove alloggiavo, mio padre ha insistito per venire con noi. Il primo locale dove c’hanno condotti era dalle parti di avenida Libertadores, zona poco turistica frequentata dalla media borghesia locale. Marcelo mi racconta che prima si esibivano molti gruppi lì, ci sono ancora degli strumenti buttati in un angolo, ma dopo un incendio che causò la morte di alcune persone, è diventato raro che locali di questo genere (in apparenza perfettamente adatti) organizzino eventi dal vivo. Dopo il primo giro di bicchieri mi padre era già fuori dai giochi, ad una certa età dormire è importante, e lo si deve preferire al vegliare sul proprio figlio, soprattutto se già in buone mani, così l’abbiamo accompagnato in albergo per poi proseguire il nostro tour. Il secondo locale era molto più alla mano, molto più soffuso, meno smancerie più rock, meno igiene più alcool. Il dj era partito con una sfilza di pezzi rock anni ’70-’80, e noi eravami lì a goderceli tutti con una pinta di cerveza ghiacciata che non voleva saperne di finire. Credo che siano state una decina quelle che hanno accompagnato le nostre impetuose conversazioni, rese impervie dalla lingua, ma agevolate dalla spropositata quantità di birra che la serata torrida invitava ad ingurgitare. Argomenti di conversazione? Tutti. Mi raccontano la loro storia. Lei, prima di fidanzarsi con Marcelo, era sposata, e la loro relazione non sembra essere delle più semplici. Sono docenti di scuola secondaria, e la loro cultura generale è immensa, non c’era argomento di cui non potessimo parlare, il mondo è cattivo, gli stupefacenti allargano le percezioni, mi piacciono i Depeche Mode, preferisco i Radiohead, ho letto tanto di Marquez, lo conosco bene anch’io, che cos’è l’amore, non sono mai stato in Italia. In una serata gli ho raccontato cose che non avevo mai detto, non ho avuto paura di omettere i dettagli scomodi della mia vita, sono arrivati a capire il perché delle sofferenze, mi sono sentito tranquillo, ho svuotato la mente, ora sono più leggero, posso parlare con il mondo. Non è questa una rivelazione? Certo, sembra ovvio raccontare tante cose ad una persona che forse non vedrai mai più, ma poi si ha il modo di farlo? Ho avuto a disposizione due serate per imparare a comunicare con due ragazzi che hanno un età diversa, un’esperienza diversa, vivono in un ambiente diverso dal mio, eppure quelle sere non abbiamo mai smesso di parlare, mai di cercare di capirci, mai di provare a conoscerci, ed è stata la cosa più naturale e semplice del mondo, ci sono volute tredici ore di volo per scoprire possibile una cosa del genere, ci sono voluti loro per farmelo capire, ma ripensandoci ho fatto questo per tutto il viaggio! Le ragazze brasiliane dai lineamenti asiatici, gli sposini, il ragazzo conosciuto sull’aereo, quello conosciuto ad Ushuaia, la commessa del negozio in cui mio padre ha passato una vita, la nostra guida in Patagonia e quella alle cascate, ho avuto modo di conoscerle tutte, per un poco. Mi sono appassionato alla storia di alcune persone, al loro pensiero, e molti hanno fatto lo stesso con me. Non sono certo se questo significhi o meno essere una soggettività che fa parte di un tutto, se è necessario guardare la propria vita da molto lontano per capirsi, se bisogna estraniarsi da ogni contesto e circostanza o è solo che, come succede con la prima ragazza, dev’esserci qualcuno che ti fa innamorare della gente, per capire che non è ovunque una guerra in cui devi sempre guardarti le spalle, che c’è chi d’incularti non ha mezza voglia, e preferisce come te impiegare il tempo che alcuni spendono per farsi crescere dentro invidia e risentimento per trasmettere qualcosa, e lasciarsi invadere da quello che l’altro può donargli semplicemente raccontandogli la sua storia. E’ un’epifania un po’ rozza, lo so, magari poco chiara, ma ora sono inebriato da questo senso di soddisfazione, e voglio solo che la mia sia una bella storia da raccontare. Quando mi hanno riaccompagnato all’albergo, io e Marcelo camminavamo abbracciati e barcollavamo all’unisono, Marcela sorrideva, definirci ubriachi sarebbe stato eufemistico. Ci salutiamo lentamente, ci scriveremo, magari un giorno ci rivedremo, quella era la mia ultima notte in Argentina, e io stavo vivendo un istante assurdo, iniziavano già a mancarmi quei due (quasi)sconosciuti. Sono tornato in camera, la ragazza alla reception era un po’ sconcertata nel vedermi tornare a quell’ora in quello stato. “Fanculo il solipsismo” le avrei detto, ma poi me lo sono tenuto per me, tanto non avrebbe capito. Questa mattina ero uno straccio, mio padre ha avuto il buon gusto di non dire nulla, ho saltato la colazione e sono caduto dal letto. Confermo la mia prima impressione, la Boca è stupenda, la parte eccentrica della città. Dopo gli ultimi acquisti fatti trascinandomi per la città, la guida ci ha portato in aeroporto. Cosa deve succedere appena prima di ripartire ad una persona impacciata e timida come me? Al check-in c’erano un centinaio di ragazze/ine tutte vestite uguali in partenza per DisneyWorld, Miami. Scontato che l’impiegato al controllo dei documenti mi dice che non ho compilato una carta senza la quale non posso imbarcarmi, al chè mi metto su una mensolina rivolta verso le scolarette in coda, zitto zitto per i fatti miei, e inizio a compilare. Alzo gli occhi e le ragazze più prossime alla mia posizione sono appoggiate al ripiano usandolo a mo di balconcino, e mi fissano sorridenti. Le divertiva la mia situazione, alle stronze, trovavano divertente il mio piccolo inconveniente, e facevano di tutto per rallentarmi con domandine idiote nella loro lingua pseudo- incomprensibile. Il mio rispondere in italiano (figuratevi se in una situazione del genere mi metto a sforzarmi di parlare spagnolo) le ha messe ancora più su di giri, ma per fortuna il questionario era terminato e, sorridendo, mi sono congedato. Mentre giravo per il duty free intento a raccattare più stecche di camel e alcolici possibile, sento alla spalle ancora quelle vocine, “el chico, el chico”, si, pensavo, e chi vi riconosce tante quante siete, mentre mi limitavo a salutarle beato, guardandole sfilare a turno prima di riprendere la spasmodica corsa verso il gate per l’imbarco. Ed ora eccomi qui, mentre concludo questo capitolo della mia vita, e mi avvicino alla vasca piccola, dove pesci piccoli si mordono la coda a vicenda per avere più spazio per mangiare, o cagare tutt’al più. E’ stato un piacere condividerlo con me, per il resto, hasta luego y mucha suerte.

0 22 Luglio, 2009

Diario di viaggio (giorno 13)

Ultime escursioni, ultimi pensieri, ultime tappe di questo viaggio. Ieri, appena atterrati all’aeroporto di Iguazù, abbiamo incontrato la nostra guida, Giuseppe, uno Stakanov del turismo che ci ha convinti a cambiarci in aeroporto, ha cambiato il programma e ci ha condotti alle cataratas (cascate), versante argentino. Queste si presentano maestose, imponenti, dirompenti, ti convincono quasi che il loro corso d’acqua, un unico enorme getto camaleontico, non si esaurirà mai. Il giro in gommone, che si è spinto fino alle rocce facendoci immergere in quell’acqua gelida, ha conferito alla visita un quid di avventura estrema. Arrivati (finalmente, aggiungerei) in albergo, non abbiamo resistito ad un tuffo in piscina, già che c’eravamo. Sdraio, bordo vasca, tramonto, chicas e perché no, caipirinha e qualche sigaretta. Devo aggiungere altro? Dopo la cena definirmi ubriaco sarebbe stato un eufemismo, e la coscienza è sfumata nel letto senza che potessi cogliere il cambiamento. Oggi ho fatto un salto in Brasile, e non sto scherzando, è stato giusto un salto al di là del confine, il tempo di recarsi dall’altro lato delle cascate per vedere com’erano da lì (prospettive). Oltre questo, visto che eravamo da quelle parti, abbiamo visitato una miniera di pietre preziose. Pensate, il geologo era toscano, e il nostro chiacchierare passeggiando aveva un che di ottocentesco, ma tralasciamo. Parliamo delle rovine delle missioni gesuite, un pezzo di storia che ho sempre ignorato e che invece lega l’Europa e il subcontinente latino, e fa luce sulle origini di questa gente. Sono riuscito ad ottenere, con non poco sforzo, un po’ di materiale sulle rovine di Sant’Iniacio, peccato sia tutto in spagnolo, lingua che non mastico molto, ma non si sa mai più in là. Gli aborigeni hanno una speranza di vita che si aggira sui quarant’anni, la loro storia è un susseguirsi di genocidi e sottomissioni, economiche e spirituali. Passando da queste parti puoi incontrarne qualcuno per strada, piccoli e magri, appartenenti ad un’altra civiltà. Domani si torna a Buenos Aires, davvero l’ultima tappa, e la fine del viaggio.

0 21 Luglio, 2009

La giustizia dietro le sbarre

Oggi, martedì 6 luglio, è un giorno felice, ma anche molto triste. Le notizie mi hanno bombardato, i giornali, seppur con le riserve del caso, richiamano all’attenzione su questioni a cui, per amor di pacifismo, di norma preferisco non pensare. Porta la data di oggi la notizia degli scontri che in Cina hanno trasformato una manifestazione pacifica in una sanguinosa carneficina, 156 manifestanti hanno perso la vita, 800 persone sono rimaste ferite. I membri della minoranza uighuri hanno denunciato atti di repressione della polizia, quest’ultima, secondo le testimonianze, avrebbe aperto il fuoco sulla folla, ma un bilancio simile difficilmente può essere plausibilmente spiegato altrimenti. Nella città di Urumqi, durante gli scontri, avrebbe perso la vita anche un componente della Polizia armata del popolo, le dinamiche sono ancora da chiarire. Sempre del 6 luglio, oggi, è la notizia degli arresti ordinati dalla procura di Torino di 21 ragazzi che, secondo l’accusa, essendo responsabili dei disordini avvenuti durante il G8 di Torino, per motivi di sicurezza, in vista della possibilità di reiterazione dei reati in vista dell’imminente G8 che si terrà a L’Aquila, andrebbero tenuti sotto sorveglianza. Uno dei ragazzi è stato arrestato proprio nel capoluogo abruzzese, durante una fiaccolata. I più dei ragazzi sono autonomi, inseriti nei centri sociali, che sono ormai trattati alla stregua di organizzazioni terroristiche. Questa notizia, in particolare, mi riporta a Genova. Sono trascorsi 8 anni da quei giorni folli, dalle grida d’aiuto, dalle cariche sulla folla in marcia pacifica e dagli sgomberi forzati, dalle prove occultate e dai manganelli sporchi di sangue, dai colpi sferrati per creare panico e dalle camionette che calpestano corpi inermi, dalle braccia di Carlo Giuliani usate come posacenere dalle forze dell’ordine, avevo 12 anni, e provo lo stesso disgusto a sentir parlare di misure preventive o d’emergenza atte a garantire l’ordine pubblico. Un ragazzo ucciso con un proiettile alla testa non è barattabile con l’ordine pubblico, altrimenti molti opterebbero per il disordine. Non c’è stata giustizia per la famiglia Giuliani, solo perdita, e lo sconcerto per una sentenza ridicola. Hanno avuto giustizia, ed è qui la splendida notizia, sempre di questo emblematico 6 luglio, i genitori di Federico Aldrovandi, morto dopo essere stato picchiato a sangue da 4 poliziotti il 25 settembre 2005. Voglio scriverli, i nomi di questi quattro poliziotti, addestrati a mantenere l’ordine e proteggere il cittadino, oggi condannati pubblicamente a 3 anni e 6 mesi di detenzione per eccesso colposo nell’omicidio colposo: Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri. Nell’augurare loro, nel caso dovessero concretamente scontare la pena (la giustizia italiana spesso non è propriamente giusta), di passare 3 anni e mezzo agghiaccianti, degno corrispettivo per morte che hanno inflitto al diciottenne, e nell’ augurare ai fortunati detenuti buon divertimento, devo rammaricarmi del fatto che uno dei condannati è attualmente impegnato a vegliare sulla sicurezza del vertice aquilano. Una giornata che può far riflettere sui diritti civili e politici che dovrebbero tutelare ogni individuo, forse, o magari più criticamente può portare a pensare che tutte queste persone morte a causa servizio atto a tutelarle, non ci fa sentire tutelati, anzi. Quindi, viene da chiedersi, queste autorità sono funzionali ai cittadini, o a chi li governa? Oppure, a voler mettere il dito nella piaga, questi soggetti a cui viene affidato un compito di così grande responsabilità, viene il dubbio, sono realmente all’altezza di tale incarico, o potrebbero essere degli esaltati qualunque? Quei miseri 3 anni e mezzo non sembrano il giusto corrispettivo per un assassinio così brutale, ma dove non arriva la giurisdizione statale ci auguriamo arrivi la giustizia degli uomini. Non ci aspettiamo rimorso da parte di animali lasciati a briglia sciolta, ché i sentimenti umani hanno dovuto, evidentemente, lasciare spazio in loro alla sensazione di onnipotenza data dal potere, eppure qualcosa si muove, il caso diverrà un precedente, e speriamo un deterrente per chi crede di poter giocare ancora con la vita delle persone. Amareggiato e lievemente soddisfatto al contempo, vi consiglio di stare bene attenti quando chiedete soccorso alle forze dell’ordine, Federico non ha avuto il tempo neanche di raccontarlo.

P.S. per i lettori: L’articolo potrebbe risultare sconnesso, eccessivo, parziale. Tutto a causa della comprensibile rabbia provata nel venire a conoscenza di simili fatti.

Federico Aldrovandi

Fonti:

http://lanuovaferrara.gelocal.it/dettaglio/processo-aldrovandi-giudice-in-camera-di-consiglio/1667895

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/cina-scontri/cina-scontri/cina-scontri.html

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/cronaca/aldrovandi-processo/aldovrandi-condanna/aldovrandi-condanna.html

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/esteri/g8-vertice-2/arresto-gallob/arresto-gallob.html

0 22 Giugno, 2009

Dialogo tra amici (Pt. VII)

E: Ancora qui? Dopo l’ultima volta credevo non sarebbe più tornato …

B: Ancora qui. Mi dicono che ho ancora bisogno di lei.

E: E cos’altro le dicono?

B: Che ho dei comportamenti strani, che sono chiuso in me stesso, che devo fare il mio bene.

E: E lei crede a tutto ciò?

B: Chiaramente sì, chi più di coloro che assistono alle mie messe in scena può notare ciò che non va’ in me? Sono tornato da lei, per curarmi dai miei mali, a patto di poterle parlare come ad un amico, i rapporti professionali mi inibiscono.

E: Prego allora, di cosa vuole parlarmi oggi?

B: Ho visto piangere molte persone, e posso dire che non poche hanno assistito alle mie, di lacrime. Sono stato testimone delle menzogne più inverosimili, dei tradimenti, della violenza, del sangue versato e coperto con la segatura, come fosse vomito. Ho beneficiato del progresso e assistito allo sviluppo di più di un paradigma energetico, ho visto imponenti strutture in acciaio e mi hanno impressionato, ne ho viste di altrettanto imponenti e mi hanno disgustato. Mi è parso di cogliere il male che c’è nel bene e il bene che c’è nel male, almeno per quanto palese, in certi casi, possa essere tale sovrapposizione. Mi sono tuffato nella ricerca di qualche compagnia che potesse placare l’insoddisfazione, la solitudine, ma troppo spesso l’indifferenza ha prevalso. Dopo un solo quarto di secolo un uomo può non avvertire più la necessità del contatto con un altro essere umano? Quando ci è concesso accendere una sigaretta, spegnere la luce e dire, Bene grazie, ho visto abbastanza, e rinunciare alla ricerca?

E: Suppongo che la risposta al tuo quesito sia, Mai. Non riuscirai a smettere fino a quando la testa continuerà a tirarti avanti. E’ come un cane bisognoso di fare la pipì, sarà lui a guidarti fino a soddisfare il suo bisogno. Anche tu non hai trovato ancora ciò di cui hai bisogno, di conseguenza per nulla al mondo ti concederai una pausa, ne sei cosciente, no? D’altra parte, il sociale può essere davvero un inferno per determinate personalità, ma non sei il solo, e non puoi permetterti di credere il contrario. Ti creerai una corazza per questo, mi sembra che in proposito tu sia già a buon punto.

B: Tutto stà, ora, a capire di cosa si ha bisogno…

0 7 Giugno, 2009

Diario di viaggio (Giorno 11)

E’ scivolata via anche la giornata a Buenos Aires. Visitiamo la Regoleta, indiscutibilmente la zona più europeggiante della città, con i suoi boulevard alla francese e l’Hard Rock Cafè che, anche se fa molto global, meritava di essere scelto per la birra delle cinque del pomeriggio, se non altro, fra tutte, per la chitarra di Jimmi Page. Oh Yeah! Nel cimitero di questa strana e multietnica metropoli riposa, non esattamente “in pace”, la salma, perchè mi auguro che lo spirito abbia trovato approdi migliori, di Evita Peron, storica moglie del leader populista argentino. Il nostro autista, per intrattenerci durante uno spostamento, ci ha rivelato che il presidente, suo marito, prima di morire aveva espresso il desiderio di essere seppellito al suo fianco, per perpetuare quel legame, in un appezzamento di campagna dove i due trascosero i momenti più felici della loro storia. I genitori di lei si opposero, e la testardagine umana trionfò di nuovo. Non sono riuscito ancora ad incontrarmi con Marcelo, ma ho ricevuto una sua e-mail, dato il mio spagnolo risutata pressochè incomprensibile, ma che spero ci consenta comunque di rivederci finalmente il quattordici, giorno prima della fine del viaggio. La nostra cena si è tramutata, nel teatro “Astor Piazzolla”, in uno sfrenato spettacolo di tango che si consumava ad un paio di metri dagli occhi rapiti e lucidi di vino miei e di mio padre. Non mi era mai capitato di apprezzare un qualcosa del genere prima d’ora, ma c’era un chè di magico, non so spiegare. In questo momento mi trovo sul volo diretto ad Iguazù, chissà se il senso di questo viaggio si nasconde dietro la forza sprigionata dalla natura nelle cascate…

0 3 Giugno, 2009

Il liberismo ha i giorni contati

Il tramonto di un ideale segna la fine di una storia, l’insieme delle idee elaborate dagli uomini, e degli eventi da esse scaturiti, compongono la Storia dell’essere umano. Il liberismo si basa sull’assenza di ideologie, affida la regolamentazione della società ad un arbitro, chiamato mercato, per comprovare la propria innocenza, riguardo le tragedie scaturite sia dall’ideologia bolscevica, sia da quella nazi-fascista. Proprio per questa presunta neutralità il liberismo si caratterizza come ideologia vera e quanto mai tangibile, incentrandosi su produzione, scambio e consumo di beni, siano essi materiali o fiduciari. L’ideologia del neutro, potremmo soprannominarla, in cui tutti indistintamente contribuisco ad alimentare il mercato, e quest’ultimo a sua volta sorregge tutto l’apparato burocratico che gli s’è formato intorno. Noi, uomini e donne del nuovo millennio, possiamo dirci figli, o operai, del mercato, a cui bisogna laissez faire, come dicono i francesi. Il mercato ora è il duce , sono le sue direttive ed i suoi dogmi a farci sentire parte del tutto, a farci appartenere a questo mondo, e la Terra è lo Stato da governare. Il liberismo, inserito nel sistema capitalista, non si distingue dalle altre ideologie che la storia ci rammenda , se non per una intermittente percezione di diffuso benessere. In realtà la fame, la povertà, relativa ed assoluta, le malattie, le disuguaglianze sociali, sono ancora molto diffuse al giorno d’oggi, ma noi siamo stati abituati ad avere fiducia nei genitori, da piccoli, esattamente come ci hanno insegnato ad averne nel il mercato una volta cresciuti. Bisogna essere fiduciosi nel fatto che alimentando questa grande macchina autoregolantesi i problemi svaniscano nel nulla, l’equilibrio viene da sé, dicono. Consumatore e lavoratore hanno lo stesso valore, vivono in funzione della merce che il mercato distribuisce.

Partendo da questi assunti mi auguro innegabili, possiamo ipotizzare che questa enorme macchina un giorno s’incepperà irrimediabilmente, e che inizi a palesare la sua inefficienza anche ai meno avveduti. Chi avrà più fiducia in una macchina rotta? Lo scetticismo generale potrebbe condurre a situazioni paradossali. I ricchissimi si toglieranno tristemente la vita, come i poeti una volta persa la loro musa; i poveri continueranno a non avere nulla, e nel loro nulla materiale riusciranno ancora a trovare la felicità; tutti avranno la loro occasione per sentirsi padroni della propria vita; le multinazionali, distratte, cercheranno ancora di conservare grosse fette di mercato, ed avranno il monopolio sui cocci dell’ ideologia liberista; agli uomini spetterà di nuovo l’arduo compito di appartenere solo a loro stessi, perché non ci saranno più bandiere in grado di rappresentarli. Infiniti gli scenari possibili, bisogna votarsi ad un altro santo, il mercato prima o poi sarà troppo stanco e riuscirà ad esaudire le preghiere di un numero sempre minore di uomini, lasciando a bocca asciutta i più. Lo dicono anche i Baustelle, il liberismo ha i giorni contati, meglio farsene una ragione.

E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca 
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok, 
almeno fino al ’66
Ma ormai la fine va da sé
E’ inevitabile…

(Baustelle – Il liberismo ha i giorni contati)

0 24 Maggio, 2009

Diario di viaggio (Giorno 9)

Ultimo giorno ad El Calafate. Ieri ero bukowskianamente provato, ma oggi va decisamente meglio (salvo per i postulati onirici e i costrutti verbali di mio padre, movente delle mie turbe, che mi rimbalzano ancora in testa da parte a parte, ma che come un’eco si dissolveranno presto). Questa giornata l’abbiamo passata su di un lussuosissimo catamarano che ci ha portati a zonzo per il Lago Argentino; tema principale, ovviamente, i ghiacciai, che ho continuato ad ammirare sbigottito (non è uno spettacolo che annoia facilmente). Già ieri, magari in maniera un po’ approssimativa, vi ho accennato al colore vivo di queste enormità, che ho scoperto capaci di estendersi per decine di chilometri. Per la prima volta mi sono trovato a pochi metri di distanza da un Iceberg (tipo quello che ha causato la tragica fine del Titanic, per capirci); è impressionante il fatto che ciò che si mostra in superficie sia soltanto il 10-15% della massa totale. Null’altro da aggiungere, il resto lo lascio alle immagini e alle immaginazioni. Scesi dal catamarano incrocio una ragazza, con alle spalle almeno un quarto di secolo, già vista nella Penisola Valdes. “Hola”, mi dice. Ero convinto fosse italiana, ma magari lei ignorava che lo fossi anch’io. Dettagli. Domani ritorno a Buenos Aires, sperando di riuscire a mettermi in contatto con Marcelo e la sua compagna Marcela. Per ora non c’è altro da aggiungere, in attesa dell’epifania.

0 20 Maggio, 2009

Quello che eravamo ieri…

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Queste brevi considerazioni sono rielaborate dal libro “La convivialità” di Ivan Illich, oltre che ispirate dal precedente post:

Mutilati dalla professionalizzazione di qualsivoglia bisogno umano, abbiamo capovolto i termini dell’addizione, ci siamo di fatto trasformati, diventando noi stessi strumento multifunzionale, estremamente delicati, e pertanto, necessitanti di ogni tipo di manutenzione. Non siamo più quello che eravamo ieri, ossia uomini con un fine riflessivo, vivere la propria vita. Ora facciamo parte, anche se molti non se ne rendono conto, e siamo condizioni necessaria, ma ahimè non più sufficiente, di progetti più ampi rispetto una singola vita. Ma forse c’è ancora qualche barlume di vecchio in noi, spesso non riusciamo ad adattarci, almeno non completamente. Sempre lì a borbottare, a brontolare, a fastidiare, e quando nessuno ci dà ascolto, ci mettiamo a fare i capricci, e ce ne stiamo giornate in strada a colorare cartelloni per esporli durante lunghe passeggiate, invece di lavorare. Ieri eravamo dannatamente critici, oggi ci limitiamo a fare il da-farsi. Lamentele, reclami, rivendicazioni, sono oggi significanti senza significato, anche se è stato ancora reso esplicito. Sognavamo la libertà dalle distanze e dal tempo, siamo finiti in una rete di distanze più ampia, e con meno tempo per percorrerle. Non pensiamo più a crescere i figli, ad accrescere il nostro sapere, a crescere la nostra persona, ma solo alla crescita del Pil, e collegate ad esso sono tutte le nostre azioni, dalle più banali alle più pregnanti. Penserete “ma guarda un po’, sembra che siamo finiti proprio male”. E invece no, perché i figli di oggi sono perfettamente inseriti nel nuovo contesto, e non pensano più a ieri. La storia che ci parlava del baratto, delle terre comuni, della sussistenza, c’annoia, tanto vale annoiarsi davanti alla tv. Ma ai pochi uomini di ieri, di poche decine di anni fa’, quelli che hanno avuto e avranno ancora per un po’ il privilegio, o l’onere, di assaggiare il futuro, che conservano ancora gli istinti propri dell’essere umano, almeno quel poco non ancora prosciugato dal mercato, a loro questo mondo interrelato e normatizzato sta più stretto del vecchio caro sistema di Stati nazionali. Quando spariranno anche gli ultimi sentori di ciò che era ieri, quando si spegneranno le ultime voci dalle piazze, quando verrà imposto, e non più solo propinato, un unico stile di vita, io spero di non trovarmi lì, e dover guardare.

0 16 Maggio, 2009

Il Diritto al delirio

Ormai sta nascendo il nuovo millennio. La faccenda non e’ da prendere troppo sul serio: in fin dei conti, l’anno 2001 dei cristiani e’ l’anno 1379 dei musulmani, il 5114 dei Maya e il 5762 degli ebrei.
Il nuovo millennio nasce un primo dell’anno per opera e grazia di un capriccio dei senatori dell’impero romano, i quali, un bel giorno, decisero di rompere la tradizione che imponeva di celebrare l’anno nuovo all’inizio della primavera. Il conteggio degli anni dell’era cristiana proviene invece da un altro capriccio: un bel giorno, il papa di Roma risolse di porre una data alla nascita di Gesu’, benche’ nessuno abbia mai saputo quando davvero nacque.
Il tempo si burla dei confini che noi inventiamo per credere che lui ci obbedisca: tuttavia, il mondo intero celebra e teme questa frontiera .Un invito al volo – Millennio che va ,Millennio che viene – l’occasione e’ propizia agli oratori dalla retorica infiammata che disquisiscono sul destino dell’umanita’ e a quei messaggeri dell’ira di Dio che annunciano la fine del mondo e lo sfascio generale; intanto, il tempo continua, silenzioso, il suo cammino lungo le vie dell’eternita’ e del mistero. 
In verita’, non c’e’ nessuno che sappia resistere: in una data simile, per arbitraria che sia, chiunque sente la tentazione di domandarsi come sara’ il tempo che sara’. Abbiamo una sola certezza: nel ventunesimo secolo, se ancora saremo qui, tutti noi saremo gente del passato millennio. E benche’ non possiamo indovinare il tempo che sara’, possiamo avere almeno il diritto di immaginare come desideriamo che sia.
Nel 1948 e nel 1976, le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani: tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanita’ non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere. Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? Che direste se delirassimo per un istante?
Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: l’aria sara’ pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sara’ guidata dalla automobile, non sara’ programmata dai calcolatori, ne’ sara’ comprata dal supermercato, ne’ osservata dalla televisione; la televisione cessera’ d’essere il membro piu’ importante della famiglia e sara’ trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; la gente lavorera’ per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungera’ il delitto di stupidita’ che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, ne’ paragoneranno la qualita’ della vita alla quantita’ delle cose; i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; la solennita’ non sara’ piu’ una virtu’, e nessuno prendera’ sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e ne’ per fortuna ne’ per sfortuna, la canaglia si trasformera’ in virtuoso cavaliere; nessuno sara’ considerato eroe o tonto perche’ fa quel che crede giusto invece di fare cio’ che piu’ gli conviene; il mondo non sara’ piu’ in guerra contro i poveri, ma contro la poverta’, e l’industria militare sara’ costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sara’ una mercanzia, ne’ sara’ la comunicazione un’affare, perche’ cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morira’ di fame, perche’ nessuno morira’ d’indigestione; i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perche’ non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perche’ non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sara’ il privilegio di chi puo’ pagarla; la polizia non sara’ la maledizione di chi non puo’ comprarla; la giustizia e la liberta’, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sara’ presidente del Brasile e un’altra donna nera, sara’ presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governera’ il Guatemala e un’altra il Peru’; in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiche’ rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggera’ gli errori delle tavole di Mose’, e il sesto comandamento ordinera’ di festeggiare il corpo; la Chiesa stessa dettera’ un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiche’ costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacche’ le frontiere del mondo e del tempo non conteranno piu’ nulla; la perfezione continuera’ ad essere il noioso privilegio degli dei; pero’, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sara’ vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.                                                                      
Eduardo Galeano